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<font face=”Arial, sans-serif”><font size=”2″ style=”font-size: 10pt”>Sto sveglia dalle 3 alle 6 del mattino; è l'ansia, penso. Mi chiedo: Beh, e se anche succedesse la cosa peggiore? Cambierà tutto così tanto e, soprattutto, in peggio? No, affatto, mi rispondo, e comunque sarò sempre io. La risposta più estrema la dà C.: Al massimo si muore. Rispondersi così, dice, la rilassa oltremodo. La possibilità della morte in me ha sempre generato più emozioni, più corporeità, più spinta alla vita. Oltre che ribellione e disperazione. Di fronte a pessime notizie sul fronte della salute la mia reazione è, per una mezz'ora: Mi uccido. Mi faccio fuori io, prima che lo faccia qualcos'altro, dentro o fuori di me. Un delirio mentale di onnipotenza, mentre il corpo ha già decido di suicidarsi? Può essere. Comunque, il senso d'impotenza di fronte alla malattia e alla morte mi si restituisce con gli interessi quando a star male è una persona a cui voglio bene. Qui non ci sono pensieri insani che tengano. Mentre piango per lei, che non lo merita, che forse è fragile e impreparata, piango la mia certa fragilità, il mio probabile non meritarlo, la mia sicura impreparazione. </font></font></p>
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<font face=”Arial, sans-serif”><font size=”2″ style=”font-size: 10pt”>Nel cuore della notte, mentre sto sveglia nel letto in cui ho dormito fino a 18 anni, accendo la luce e una faccina scura mi sorride da una foto in bianco e nero. Ho, sullo scaffale della libreria davanti a me, delle foto: due sono in bianco e nero, una è di 50 anni fa, il volto di mio padre. L'altra viene da un paese africano. È Dolores, una bambina che mia madre ha adottato a distanza, senza dirmi nulla, per "fare un voto". Dolores ha un vestitino a canottiera e i capelli corti. Sta in piedi sulla terra battuta e chiara. Nell'angolo superiore sinistro della foto c'è un'altra bambina vista di spalle, che sembra correre via, o danzare, con la gonnellina svolazzante attorno alle gambe magre. </font></font></p>
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<font face=”Arial, sans-serif”><font size=”2″ style=”font-size: 10pt”>Il "voto" è un ricatto. Se non eviti questo male, o mia divinità, non farò nulla. </font></font></p>
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<font face=”Arial, sans-serif”><font size=”2″ style=”font-size: 10pt”>Mi sento immersa in un sistema fatto di squilibri e di compensazioni. Mesi fa ho smesso di fumare per una settimana. Quando mi veniva voglia di fumare – o una voglia indistinta: di dolce, presempio, non solo di nicotina – optavo per una tisana. Mi sembrava di coccolarmi, così. Di farmi del bene. La cosa è durata finché una sera ho ripreso, stupidamente, a causa dell'improvvisa mancanza di una persona. Così funziona, almeno per me: è semplicissimo. Alle volte, quando nella vita c'è troppo fastidio, o troppa sofferenza, bisognerebbe avere la forza di farsi del bene; di staccare, anche. Ma no. Ci si sfianca con metodo e accanimento, sorretti dalla mente che non ha, in questi casi, alcun raziocinio. </font></font></p>
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<font face=”Arial, sans-serif”><font size=”2″ style=”font-size: 10pt”>Nella <i>Danza della realtà</i>, verso la fine, Jodorowsky racconta che Moebius, l'illustratore con cui realizzò fumetti mitici come <a href=”http://www.magicpress.it/d-103686-incal-integrale-incal-l-integrale.php” target=”_blank”><i>L'Incal</i></a>, stava attraversando una crisi creativa, esistenziale. Pensò allora di proporgli di giocare con il corpo: degli altri. Utilizzando i propri familiari, Moebius poteva realizzare una scultura. Fece un'astronave. </font></font></p>
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<font face=”Arial, sans-serif”><font size=”2″ style=”font-size: 10pt”>All'inizio dei 2000, a un corso di psicodramma, nel configurare il mio <a href=”http://www.jacobmoreno.it/” target=”_blank”>atomo sociale</a>, posizionando i miei compagni di corso a una distanza e una postura che stavano a indicare il rapporto che avevano con me o le emozioni che mi suscitavano, dopo un attimo di incertezza presi una donna e la feci accovacciare; lo stesso feci con altre due; collocai in posizione frontale tre ragazze: una raffigurava un bimbo piccolo seduto, con le mani curiose nell'atto di afferrare qualcosa, un'altra a quattrozampe un felino, la terza, in centro, un'atleta ai blocchi di partenza, col mento sollevato e fiero. Dietro alle tre donne a gambe incrociate, dopo aver lasciato un posto vuoto, misi un uomo in ginocchio; dietro di lui sistemai l'ultima ragazza, in piedi con il busto piegato e le braccia aperte, a contenere quel che stava sotto. Mi sedetti dietro alle tre donne, anch'io a gambe incrociate. Una, quella che stava alla mia destra, la tirai leggermente verso di me. L'uomo inginocchiato mi fece da schienale con il petto e mi mise le mani intorno al capo, mentre l'ultima ragazza si piegava ancora di più a fare da pareti, o da calotta. Rimaneva, in piedi vicino a me, l'ultimo ragazzo, impaziente di essere a sua volta collocato nell'insieme. Lo chiamai Leoncino e lo tenni con la testa sulle mie ginocchia. Tutto il gruppo era rivolto verso la porta: volendo, saremmo potuti partire.</font></font></p>
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<font face=”Arial, sans-serif”><font size=”2″ style=”font-size: 10pt”>Dieci anni dopo, in Argentina a Jujuy, in una situazione analoga di laboratorio durante il primo incontro latinoamericano di teatro dell'oppresso, dovevamo creare una statua con la nostra <i>pareja</i>. Ero in coppia con una ragazza di Buenos Aires. Pensai di modellarla in un albero. Cominciai a massaggiare il collo e la schiena; raggiunta la rilassatezza presi a raddrizzarla e a tirarla verso l'alto. Le braccia sollevate ad aureola attorno alla testa, con le mani spalancate e le dita dritte come raggi, erano la chioma; le gambe erano un poco piegate, una davanti all'altra, e il bacino leggermente spostato in avanti. Massaggiai la cute e misi i palmi sulle guance, scaldando e tirando delicatamente la pelle verso l'alto. Infine presi la testa fra le mani e le girai il volto verso l'alto, verso la luce. Dovevo stare attenta a mantenere l'armonia della postura, presempio a non esasperare le angolazioni degli arti. Alla fine gli altri partecipanti del laboratorio dovevano scegliere una statua tra tutte, e scelsero il mio albero (in seguito la ragazza di Baires avrebbe detto: "soy tu arbol"), senza sapere che cosa fosse. Il conduttore disse loro di sistemarsi accanto alla mia statua nella maniera che sentivano più naturale; si formò una fila di persone, alcune tendevano le braccia verso l'albero umano, altre stavano prostrate o in ginocchio con le mani giunte. Solo un uomo si faceva scudo con le mani e aveva la testa girata dall'altra parte, come se la vista della statua potesse danneggiarlo in qualche modo. Per loro si trattava di una divinità; il fatto che avessi voluto rappresentare un'altra cosa non era importante. </font></font></p>
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<font face=”Arial, sans-serif”><font size=”2″ style=”font-size: 10pt”>La dea, o l'albero divino, era stata in principio una donna stanca, un po' curva, un po' triste.</font></font></p>
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<font face=”Arial, sans-serif”><font size=”2″ style=”font-size: 10pt”>Il giorno dopo, in un'altra scenetta psicodrammatica, il gruppo di cui facevo parte decise di rappresentare una situazione ricorrente e taciuta dai media, di campesinos buttati fuori dalle loro terre dalle multinazionali spalleggiate da politici e forze dell'ordine. Guardai il dipanarsi del copione e alla fine mi buttai in terra, stravaccata come sul divano, allungai il braccio e premetti il pulsante di un immaginario telecomando. Clic. La cosa provocò nel gruppo una reazione che, nella mia cinica rassegnazione da vecchia Europa, non mi aspettavo: non potevo esimermi. Non potevo stare a guardare e basta. Men che meno spegnere la tv. Dovetti ripensare al mio ruolo. Scelsi una piccolissima parte, così insignificante che nemmeno la ricordo. Loro sapevano bene che cosa fare.</font></font></p>
Le implicazioni dell'albero
Inargentina, esiti resistenziali, jodorowsky, madri, pessimismo e fastidio su 3 novembre 2011 a 14:53qualcuno salvi la mucca bambina
Inmucchina, pessimismo e fastidio su 16 giugno 2011 a 21:59<p style=”text-align: center;”>
<a href=”http://magazine.quotidiano.net/ecquo/mariafalvo/2011/06/16/mucca-produce-latte-umano-lav-no-a-esperimenti-di-frankenstein/” target=”_blank”><img alt=”" src=”http://detoni.files.wordpress.com/2011/06/rosita-mucca-clonata-latte-umano1.jpg” /></a></p>
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Un periodo in cui piango per qualsiasi cosa. Piovo proprio. Sabato sulla prima pagina di un giornale c'era questa qui, la mucchina coi geni impiantati per fare il latte umano. Ho pianto. Poi la sera ero a casa, rinunciante a uscire per il nubifragio, guardavo le piantine sul balcone frustate dalla grandine, e piangevo. Qualcuno mi spiega perché l'<a href=”http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_premestruale” target=”_blank”>spm</a> può essere così? Depressogena, ok, ma star male non per i cazzi miei ma per tutti i mali della terra? Anche quei continenti di plastica sottopelle oceanica, per dire.<br />
Ora questa mucca che fa il latte umano. Ma ci farà vedere, lei.<br />
La mucchina Rosita vuole andare all'asilo, si vede dal fiocco. Andrà con un suo cavagnin con dentro dell'erba e dei fiori per pranzo, imparerà a dire prima MU e poi MI e poi MA e tutte le vocali, e poi poco per volta a parlare, e allora ci dirà: Ma non bastava farci schiavi? Torturarci, ammazzarci, mangiarci?<br />
Poi ci guarderà con gli occhioni dolcissimi e pieni di stupore e dignità, si volterà e se ne andrà.<br />
Si unirà ad altre mucche e poi ad altri animali. Si metteranno tutti insieme a pensare. Proprio pensare magari no, ma con tutta la paura che avranno accumulato, nei millenni, verso la specie umana di merda, sapranno presto che cosa fare. Saranno cazzi. E io non vedo l'ora.</p>
puttroppo
Inil peso della mole, libri, pessimismo e fastidio su 19 maggio 2011 a 07:44La tanto auspicata (da altri, invidiosi) rentrée nel mondo lavorativo ha dei lati negativi. Di uno, che per brevità chiamerò qui HS, non parlerò oggi, anzi forse non parlerò mai, non ne vale la pena. Di un altro invece sì, tanto si fa presto. Una cosa forse scontata, in me, c'era da aspettarselo. Comunque. Mi si è acuita la misantropia. Ogni giorno raggiungo nuovi record negativi.<br />
E non sono mica i clienti. Loro no, porelli, arrivano, si fanno un giro, dicono Che bello, chiedono qualcosa, facciamo due chiacchiere en souplesse, magari si scherza pure, poi, ciao, arrivederci.<br />
No.<br />
Son quelli che arrivano e hanno bisogno un favore. Sono di un'associazione, di una casa editrice, di un qualcosa qualsiasi, hanno scritto un libro, vogliono tenere un corso, dei laboratori, una serie di riunioni, salcazzo. Io lo capisco che se si ha bisogno non è facile. Certo però che se mi arrivi, mi fai un pippone, non ascolti un cazzo e te ne vai: col cazzo che ti chiamo. Mi spiace. Ma vaffanculo. Io appena vedo che non ascolti una cippa vado in stand by, vedi tu. Penso ai casi miei. Penso che vorrei essere al mare e invece sto lì, con te, in un orario che tanto non viene mai nessuno e tu che mi rompi i coglioni, bello sai? Poi tu mi lasci tutti i tuoi recapiti, e sei proprio fesso/fessa, non dico che butto via subito quel foglietto ma diciamo che non faccio nulla per tenerlo da conto, quindi nel bailamme, sappilo, si perderà. Che peccato!<br />
Per fortuna non tutti son così. Ma tanti sì.<br />
Adesso sono le 7:38 e devo fare delle robe su internet, poi esco e vado a far colazione, poi vado in posta, in banca, in palestra e poi apro.<br />
Ho bisogno di sole e quindi a un certo punto piazzerò una sedia fuori, sull'angolo, e me ne starò lì con la faccia all'astro, fumando, metti mai che integro il reddito.