<div align=”justify”><font size=”2″ face=”Georgia”><strong>(e un elenco sragionato di cose che non faccio più)</strong><br />
<br />
</font><font size=”2″ face=”Georgia”><img align=”cssLeft” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2009/07/theatre_du_centaure_1.jpg” style=”margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left;” alt=”" /></font><font size=”2″ face=”Georgia”> Nella seconda metà degli Ottanta s’andava ogni mese a Trento a fare un corso – per lo più d’orrido <a href=”http://it.wikipedia.org/wiki/Comportamentismo” target=”_blank”>comportamentismo</a> – sull’handicap. Era ancora fresco il ricordo di <a href=”http://it.wikipedia.org/wiki/Ludwig_%28serial_killer%29″ target=”_blank”>Ludwig</a>, e siccome soggiornavamo in un posto inculato quasi sui monti, noi fanciulle ci cagavamo. Immaginavo quegli assassini come alieni (= privi di qualsiasi umanità) con la faccia di <a href=”http://www.imdb.com/title/tt0068883/” target=”_blank”>Helmut Berger</a>. <br />
<br />
<font size=”1″>Trento, quindici anni dopo: neanche un barbone per le strade del centro, un benessere diffuso e placidamente ostentato, tutti i locali chiusi la domenica sera, praticamente la morte civile, ma con eleganza (pur rimanendo ineguagliata la classe di Helmut). <br />
<br />
</font> Il comportamentismo non ci convinceva, in effetti anche le bestie possono andar oltre, figuriamoci gli umani. Sarebbe carino, presempio, comparare l’effetto di due stessi <em>rinforzi</em>, uno dato in maniera per così dire neutra e l’altro accompagnato, chessò, da un tono dolce della voce.<br />
<br />
<font size=”1″>Ma non volevo dir questo. Sto perdendo la memoria, e non sono neanche le canne.<br />
<br />
</font> Una volta andammo in auto, dal Piemonte, sino a Verona, sfruttando il passaggio di uno che ci doveva andare per lavoro. La vettura, una Citroen DS, era molto comoda, ma si fermava a ogni casello e ci voleva del bello e del buono per farla ripartire. Il tizio che guidava la <a href=”http://www.spietati.it/archivio/recensioni/rece-2000-2001/rece-2000-2001-d/dea_del_67.htm” target=”_blank”>Dea</a> poteva essere uscito da un film di Mamet, coll’impermeabile e la carnagione scura da Mantegna (Joe) e tutta una serie di modi di dire (come <em>diotopo</em>) e fare da commerciale in viaggio. Entrando a Verona, ricordo un cartello pubblicitario: <strong>Narciso De’ Toni</strong>. <br />
<br />
<font size=”1″>Ma potrei chiamare un nuovo blog <em>Narcisa De’ Toni</em>? E <em>cucumerlu</em>? Posso, io, sono in grado, sempre io, di trovare un nome serio al mio – di io – blog? C’è chi pensa che <em>petarda </em>voglia dire <em>petante</em>; a costoro io vorrei solo dire: s<em>iete dei malati di mente. L’accezione corretta è piuttosto quella di </em>petardo<em>, uh già, ma che strano – incredibile, no? -, proprio un petardo che – inaudito! – vi si schianta in culo con precisione millimetrica, come un missile telecomandato. E però in realtà non è nemmen quella, l’accezione, ma insomma poi, chi se ne batte. Quel che è certo è che voi, malpensanti, non meritate di conoscerla, indi strafottetevi con un bel razzone teleguidato. (è che siete brutti dentro, quand’anche non fuori.)</em> Ma comunque che faccio, cambio nome al blog? Cambio piattaforma? È anche vero che se continuo a metter su un post al mese posso far che restare qua, ’ndo vado? <br />
<br />
</font> Toni era anche il nome di un gagno cui nella colonia estiva, proprio in quegli anni di Trento, facevo da assistente. Un bambino bellissimo, tirato fuori col forcipe e leso nella capacità di parola e di movimento. A sei, sette anni, da poco camminava, ma solo sulle punte. Era buffo e sorridente. Appena l’avevo visto, in riva al mare, zampettare sulla battigia a guardare chi si era già buttato, m’ero avvicinata, e subito innamorata di quel piccolino moro, con la faccia paffuta e abbronzata; l’avevo preso e messo in acqua, dove lui s’era allacciato con le gambette attorno alla mia vita e le braccia al mio collo. È possibile che, mentre si distraeva indicandomi le onde (AH! AH! GUADA! GUADA!), ne approfittassi per annusarlo e strofinarmi contro le guanciotte sode e ricoperte da una peluria bionda da pesca gialla. <br />
<br />
<font size=”1″>(ma perché starò perdendo la memoria?)<br />
<br />
</font> Pochi giorni dopo, visto che la ragazza che l’aveva seguito fino a quel momento tornava a casa, me l’avevano assegnato e così eran stati giorni di idillio. La sera un gelato, alle volte il cinema all’aperto, Toni era molto socievole (CIAU dev’essere una delle prime parole che ha imparato. Ricordo una seduta ai cessi – la stitichezza in colonia è una piaga – io fuori dalla porta, lui dentro con la consegna di farla sennò non sarebbe uscito mai più, che ogni pochi minuti urlava CIAUUUU, un grido strozzato dallo sforzo e motivato, credo, dal volersi assicurare che fossi ancora lì) e se ne andava bellamente in giro tra le file di spettatori a pestar piedi, per tornare poi in braccio a dormire fino alla fine del film.<br />
<br />
<font size=”1″>Una domenica d’ottobre, provenendo da Catania, atterrai all’aeroporto di Caselle in piena alluvione. Io e un altro facinoroso trovammo un taxi disposto ad accompagnarci al di qua della Dora quasi straripante, poi attraversammo il ponte a piedi, al di là del quale alcune auto di privati cittadini facevano la spola per portare gli sfollati come noi in centro città. Giunta a casa, cambiai in valigia le canotte catanesi con qualche maglia pesante, e presi il treno per Verona. Totale, intorno a mezzanotte ero a Trento (again) a letto con un tizio che era poi il pretesto di tutto lo sbattimento e di cui non mi fregava un accidente: in realtà non sopportavo l’idea di essere bloccata a Torino, men che meno a Caselle, da un elemento esterno alla mia volontà. Con questo spirito, le cose più stupide le ho fatte per raggiungere due spiagge, una in Liguria e l’altra in Corsica. (se anche percorrere una venticinquina di km in bici, sotto il sole minorchino dell’una, può essere considerata una fesseria, allora mi basta risalire al giugno di quest’anno; era la replica della fesseria del giorno prima, in cui di chilometri ne avevo fatti solo venti.) A Mortola – con Namì, non ricordo perché non fossimo insieme – sbagliando un sentiero finii accanto ai binari della ferrovia; sotto – molto sotto – c’erano due belle spiagge, ma non sapevo come raggiungerle. Un terrapieno ripido partiva da un lato dei binari, sorretto da un muro alto cinque o sei metri; a un certo punto non c’era altro modo che passare di lì e così, aggrappata a una rete che per fortuna era sistemata in cima al muro, percorsi un venti metri, ciondolando con la schiena all’indietro e maledicendomi, fino a trovarmi su un terreno da cui arrivare alla prima spiaggia non era più impossibile, ma solo lungo e un po’ difficile. La gita fuori porta in Corsega fu invece più lunghetta, si trattò di una dozzina o più di km a piedi, in mezzo ai campi, tra gli arbusti, vestita di un pareo: arrivai in spiaggia con le gambe piene di graffi, il tutto per protesta nei confronti di chi guidava l’auto. Avevo tagliato per la campagna, seguire la strada asfaltata sarebbe stato troppo lungo. Nel tragitto privo di sentieri vidi delle strane ragnatele a imbuto, e circa a metà mi schiantai sotto agli alberi di una piccola radura. C’è chi davanti a un quadro vien colto dalla sindrome di S.; io, nelle isole, Pan me lo sento respirare intorno, mi meraviglio di non sentire un flauto (e infatti, a Minorca, pure quello ci stava) e vorrei appartenere alla terra in una qualche profonda maniera, sicché capita che mi lasci andare a varie considerazioni e atti più o meno conseguenti, se non a momenti di puro deliquio. Quel pezzo di Corsica mi ricordava, oltre che la Provenza e la Toscana (e il Monferrato, to’), anche la Grecia e, più avanti, verso la fine del cammino, l’interno secco e giallastro della Spagna. Così, sotto agli alberi, mentre riposavo, riflettevo sulla mediterraneità, e decidevo che la Corsica ne rappresentava il compendio. C’è una <a href=”http://www.youtube.com/watch?v=OVCO_F0fUas” target=”_blank”>scena</a> che amo nel film Orlando in cui la protagonista all’uscita da un labirinto si butta, prona, col viso nella terra; sulle isole del nostro mare, soprattutto su alcune, la natura non solo coinvolge tutti i sensi, ma fa sentire la contemporaneità di epoche passate, la presenza di un pastorello col suo gregge (e il suo flautino) o di un cavaliere in groppa a un destriero macilento. Una specie d’estasi, un qui e ora allargato, o forse semplicemente il prevalere dell’anima animale in una cornice di consapevolezza umana<font face=”Arial”>*</font>. Che poi, secoli fa, c’erano notti di luna piena in cui stavo sveglia, immaginavo di vagare per la campagna, e una notte, non riuscendo a concepire di tornare a casa, mi son dovuta coricare in una vigna. Se adesso lo scrivo è perché so che non mi capiterà di nuovo, questo è un poco un amarcord del tutto solipsistico. Anche la luna, poi, è strana da capire. Sabato qui a Torino era uno spicchio medio piccolo, mentre a pochi chilometri di distanza, a Druento, era grande almeno il doppio. </font></font><font size=”2″ face=”Georgia”><font size=”1″>Forse perché si stava arrivando al punto di congiunzione tra due mondi, nella forma di un <a href=”http://www.youtube.com/watch?v=vNOsdcRh4gs” target=”_blank”>teatro itinerante di centauri</a>. <br />
<br />
</font> La preparazione per la cena e il dopocena era un momento concitato ma dava soddisfazione; nella camerata dei bambini c’era chi disponeva di un fornito guardaroba, così il Toni certe sere diventava ancora più bello del suo solito. Mi piaceva pettinarlo col gel (prima del nostro incontro pare avesse avuto i pidocchi e li avesse attaccati alla sua assistente. Che allora, con un umorismo opinabile, aveva iniziato a chiamarli “gli amici”. <em>Gli amici di Toni</em>, che però non voleva sentirselo dire: si offendeva, si rabbuiava; si vergognava), sparargli i capelli, </font><font size=”2″ face=”Georgia”>al bambolo: </font><font size=”2″ face=”Georgia”>erano pur sempre i gloriosi anni Ottanta. Una sera eravamo soli in camera, in ritardo, a finire di prepararci, ed entrò un tizio a chiedere uno specchio. Toni partì alla volta di un letto non suo e non mio e da lì sotto tirò fuori un borsone e, da quello, uno specchio. Lo portò, con l</font><font size=”2″ face=”Georgia”>’</font><font size=”2″ face=”Georgia”>andatura caracollante e un sorrisone (TENI!), al tale, che commentò sorpreso: <em>com’è intelligente!</em><br />
Eh, ma va’? Lo conosceva solo da qualche anno.<br />
È che la vicinanza e l’osservazione non sempre bastano. Bisogna proprio cambiare lo sguardo, o il tono della voce <font size=”1″>(aridaje)</font>, e così forse si vedono. Si toccano. È anche una questione di fiducia.<br />
(<a href=”http://www.theatreducentaure.com/main.htm” target=”_blank”>la mescolanza, l’ibrido: una confessione d’incompiutezza, un grido d’alleanza</a>)<br />
<br />
<font size=”1″>Insomma, <em>de’ Toni</em> forse sì, ma <em>Narcisa</em>? <em>Narcissa</em>? Così, volendo, si storpia in <em>Narc</em>… E se lo chiamassi <em>diotopo</em>? <em>Diorama</em>? <a href=”http://www.youtube.com/watch?v=0XMosvILYac” target=”_blank”><em>Zingarovoglioviverecomete</em></a>? Abuff… </font><br />
<br />
___________________<br />
<font size=”1″ face=”Arial”>* è sempre bene tener presente che non so che cosa sto scrivendo, ma anch’io ho avuto, appropo’ di queste righe scritte domenica, un piccolo momento serendipico (?), trovando lunedì su una bancarella <a target=”_blank” href=”http://www.questia.com/library/book/the-question-of-animal-awareness-evolutionary-continuity-of-mental-experience-by-donald-r-griffin.jsp”><em>L’animale consapevole</em></a> di <a href=”http://www.ibs.it/code/9788833911632/griffin-donald-r-/menti-animali.html” target=”_blank”>Donald Griffin</a>.</font><br />
<br />
<br />
<strong>Consigli per l’estate</strong>:<br />
1. <a href=”http://blog.libero.it/molinaro/7384689.html” target=”_blank”>One</a> <a href=”http://blog.libero.it/molinaro/7390023.html” target=”_blank”>man</a> <a href=”http://blog.libero.it/molinaro/7407689.html” target=”_blank”>telenovela</a> di Carlo Molinaro. Fino ad ora sono state girate tre divertenti e istruttive puntate sui pensieri e le opere di un protagonista solitario che si fa un sacco di… domande e spesso riesce anche a rispondersi.<br />
2. Da rileggere, visto che adesso l’ha chiuso, anzi no, congelato, in tutta la sua adorabilità, il blog del mio gemelluzzo <a href=”http://ilditoarculo.splinder.com/” target=”_blank”>Dito</a>. Anche qui, una bella prova registica, <a href=”http://www.youtube.com/watch?v=gFnMDkjGvvE” target=”_blank”>Una monaca a Berlino</a>.<br />
3. Il luglio deloniano di <a href=”http://dire.squarespace.com/” target=”_blank”>Untitl.io</a>. Partendo da un spunto fornito dal caso, una serie di bei post incatenati da piccole e grandi coincidenze riguardanti A. D., che serendipicamente (??) si susseguono giorno dopo giorno.<br />
4. Last but not least, <a href=”http://blog.libero.it/bartelio/” target=”_blank”>Bartelio</a> è as-so-lu-ta-men-te melio. Eppoi, ora gli è pure uscito un racconto su <a href=”http://www.eleanorerigby.com/” target=”_blank”>Eleanore Rigby</a>!<br />
<br />
</font></div>
Archivio per la categoria ‘cavalli’
Narciso De’ Toni
Incavalli, ciccipuccimucci, corsica, esiti resistenziali, libri, theatre centaure, viaggi su 30 luglio 2009 a 17:56Incavalli, orrore, pessimismo e fastidio su 11 novembre 2007 a 18:33
<div align=”justify”><strong>Il confine</strong><br />
<br />
Mentre cercavo notizie sullo sciopero degli sceneggiatori cinema e tv negli Stati Uniti mi sono imbattuta ieri in questo: <a href=”http://www.adnkronos.com/IGN/Esteri/?id=1.0.1493196412″ target=”_blank”>Uccide cane per arte</a>. <br />
Tal Guillermo Vargas <em>Habacuc</em>, artista del Costarica, ha legato un cane di strada, malato e denutrito, in una galleria d’arte di Managua. L’ha lasciato morire di fame per realizzare l’opera <em>Sei quello che leggi</em>, titolo scritto con croccantini per cani in alto sul muro dietro alla bestiola. Dice Vargas: <em>Lo scopo del lavoro non era causare sofferenza alla povera innocente creatura, bensì illustrare un problema. Nella mia città natale, San Josè, Costa Rica, decine di migliaia di randagi muoiono di fame e malattia e nessuno dedica loro attenzioni. Ora, se pubblicamente mostri una di queste creature morte di fame, come nel caso di Nativity, ciò crea un ritorno che evidenzia una grande ipocrisia in tutti noi. Nativity era una creatura fragile e sarebbe morta comunque su una strada.</em><br />
<br />
<em>Nativity</em>.<br />
<br />
Del resto, è pure ipocrita che ad avvelenarsi nel verniciare certi giocattoli dei bambini occidentali siano i loro coetanei asiatici, così com’è ipocrita nascondersi dietro il rispetto della religione e della tradizione altrui quando, in nome di queste, si compiono ogni sorta di sopraffazioni. Se a un certo modo di applicare le regole di mercato e di intendere il dogma religioso non importa un accidente dell’essere umano, ipocrita è continuare a non volerlo riconoscere. Quindi, appunto, si aprono nuove frontiere artistiche: un bambino installazione che sballa inalando colla, un’opera interattiva consistente nella lapidazione di una donna. Si potrebbe, in nome dell’arte, anche massacrare un’etnia (poco numerosa), o al limite estinguere i panda. Tanto, prima o poi, sarebbero – tutti – morti comunque.<br />
Idea sdoganata: uccidere per l’arte. La rappresentazione, la testimonianza, l’interpretazione possono non bastare a risvegliare le coscienze. Sono contro la tua morte, perciò t’ammazzo. Oppure: credo che la tua morte possa avere una valenza istruttiva, estetica, provocatoria, quindi ti lascio morire. Esibisco la tua morte (e, non so quanto secondariamente, ne traggo profitto).<br />
Il momento, osservando certe <a href=”http://it.wikipedia.org/wiki/Imbalsamazione” target=”_blank”>tassidermie</a> di <a href=”http://it.wikipedia.org/wiki/Maurizio_Cattelan” target=”_blank”>Cattelan</a> e le ferite autoinferte nei lavori di diversi artisti, una su tutti <a href=”http://www.wikiartpedia.org/index.php?title=Pane_Gina” target=”_blank”>Gina Pane</a>, io me lo sentivo arrivare. Il confine è lì: <a href=”http://mauriziocattelan.altervista.org/bae_cattelan_horse.jpg” target=”_blank”>oscilla</a> in mezzo, forse poco oltre. Ancora oltre c’è il provocare la morte, la morte reale, propria o di un altro, ed è lo stesso confine che separa un film (d’autore?) da uno <a href=”http://it.wikipedia.org/wiki/Snuff” target=”_blank”><em>snuff movie</em></a>. Una frontiera che vorrei barriera invalicabile, e invece no. Il concetto di sacralità della vita (e del corpo) è stato talmente abusato e distorto che fa ne fa specie il ricorso. Ma: un cadavere, di essere umano o di bestia, va rispettato (non tutti saranno d’accordo: vi sono ancora esseri – come dire – in carenza evolutiva, che godono nel circondarsi di animali impagliati); l’autolesionismo è un disturbo psichico da curare. Questo è il mio confine personale. E però non paragono Cattelan e Pane a Vargas: mi è piuttosto chiaro che sono lì, in bilico tra la raffigurazione e la prefigurazione di qualcosa di inquietante, di terribile. Che fa male, che infastidisce, che fa pensare, e che però non nuoce ad altri, se non a loro stessi (…) o a corpi già morti.<br />
<br />
Leggo <a href=”http://elarcadigital.com.ar/240/notas/respeto.asp” target=”_blank”>qui</a> : <em>Due anni fa, un’esposizione del Museo Reina Sofia di Madrid incluse un video di 53 minuti in cui una vacca veniva uccisa a martellate; e il peggio fu il comunicato a difesa della libertà creativa da parte del Consiglio critico di arti audiovisive. </em><br />
Insomma: tu passi un toro a fil di spada in nome della tradizione, io uccido una mucca a martellate in nome dell’arte. Liberi tutti. E tutti più colti, certo. Ancora: <strong><em>Il caso Vargas sfiora una questione essenziale, una delle frontiere della civiltà del XXI secolo: la comprensione della nostra continuità organica con gli altri animali, e la certezza che non saremo capaci di rispettare noi stessi se non rispettiamo gli altri esseri viventi.</em></strong><br />
<br />
<a href=”http://www.petitiononline.com/13031953/petition.html” target=”_blank”>Qui</a> la petizione contro la partecipazione di Vargas alla Biennale Centroamericana del 2008.<br />
<a href=”http://cotidievivere.blog.tiscali.it//Cucciolo_immolato_in_nome_dell_arte_1813799.shtml” target=”_blank”>Qui</a> il post accorato di una blogger; ci sono anche delle foto. In una il cane è ripreso di fronte, col muso rivolto a terra, in una postura come di rassegnazione, sottomissione o semplicemente di sfinimento preagonia; dietro di lui, persone che chiacchierano, in piedi, a piccoli gruppi distanti. <br />
Per una volta, non mettere distanza, non stabilire subito il confine, consente di mettersi nei panni del fotografo, degli spettatori: indignati o indifferenti, impotenti o a caccia di scoop. Significa diventare carnefici per due soldi e un minuto di notorietà. Anche, e soprattutto, vuol dire sentirsi uccisi, lentamente, davanti a tutti: malati, scheletrici, senza cibo né acqua, senza sguardi né carezze; a tratti, ancora capaci di alzare la testa e cercare un contatto, con occhi che chiedono, e si chiedono, il senso.</div>
Incavalli, viaggi su 8 maggio 2007 a 20:05
<strong>Animelle</strong><br />
<br />
Salgo sul bus che mi porterà a Torino e: <em>Ciao! Io vado a Morano!</em><br />
Bravo, e io a Torino.<br />
Proprio a Morano l’autista del bus si lascia andare e insulta un’auto lentissima che gli fa perdere il verde.<br />
<em>Ma Autista! Non dargli retta a quella macchina! Ma dai, smettila, non dire parolazze! Autista!</em><br />
Prima di scendere: <br />
<div align=”center”><em>Innamorato ò ò, sempre di piùùùùù<br />
in fondo all’anima vado ioooooo</em><br />
<br />
<div align=”justify”>Non sarà bello, andare in fondo all’anima?<br />
<br />
Uscito il secondo numero di <a href=”http://www.buran.it/” target=”_blank”>Buràn</a>, bellissimo (dal punto di vista estetico, visto che non ho ancora letto nulla), con una cosa dell’ameno (qui meno) <a href=”http://jaime.antville.org/” target=”_blank”>Jaime</a>, <a href=”http://www.buran.it/LA_CITTA/immaginario.asp?iframe=31″ target=”_blank”>qui</a>.<br />
<br />
Sul post prima di questo volevo ancora dire che una delle due guide si arrotolava le sigarette anche al galoppo, e pure col filtro.<br />
<br />
</div>
</div>
Incavalli, italiano vero, pessimismo e fastidio, viaggi su 4 maggio 2007 a 14:08
<div align=”justify”><font face=”Georgia”><strong>Infruttuosi maneggi primaverili</strong><br />
<br />
Bisogna tenere conto del fatto che in assenza di particolari condizioni climatiche certe cose non verrebbero scritte. Presempio, se ora ci fosse il sole sarei in piscina a far aquagimmy; ma visto che piove come dio la manda, non ho l’ombrello e ho freddissimo, sto in casa tra una sigaretta e il secondo caffè (d’orzo).<br />
Ormai è più di un mese che mi sono affidata alle cure di un santone che mi fa fare la dieta del cromagnone; ovvero, mi nutro di quel che mangiava l’essere subumano decimigliaia d’anni fa: evito maiale e oca, latte vaccino e derivati, grano, mais, pomodori, melanzane, dolci e gelati in genere, ecc. Posso però ingozzarmi di peperone rosso, agnello e kamut. L’olista dice pure che non sprigiono abbastanza aggressività e che in ciò l’ingestione di carni crude potrà essermi di giovamento.<br />
In Toscana durante il trekking a cavallo* ho chiesto alle guide di aiutarmi a rispettare la dieta. Ma il non poter mangiare la maggior parte delle portate (maiale, cinghiale, paste di tutti i formati, besciamelle, dolci al cucchiaio e alla forchetta, succulenti salumi sostituiti da asfittici risottini e anemici petti di pollo alla piastra) mi ha in effetti condotto a uno stato di aggressività finalmente slatentizzata. Venerdì mattina, per dire, dopo sei giorni di colazioni a base di torte fatte in casa per i miei compagni di viaggio e a base di pane di kamut + marmellata + teuccio per me, quando mi sono vista davanti un vassoio di pizza appena sfornata (pomodori dell’orto, olio buono, sottilissima), ho mandato affanculo la dieta con un ruggito.<br />
<br />
Al trekking eravamo: io e Kevin Costner, una coppia di 15enni (età anagrafica: 40 anni), un notabile napoletano e le due guide. <br />
<br />
<strong>Kevin </strong>si è dimostrato fin da subito un impiastro senza paragoni nell’universo conosciuto. La notte era attanagliato da una smodata attività cinetica: bere, andare in bagno, aprire la finestra, togliere il piumone almeno una quindicina di volte ogni due ore. Di giorno tentava di azzopparmi saltandomi su un piede con lo zoccolo del suo stupido cavallo oppure, con mio grande imbarazzo, riproduceva i versi che faccio la notte o mi scattava centinaia di fotografie. La sera amava intrattenerci contando cosa avrebbe fatto al G8 di Genova al posto delle forze dell’ordine (scaricare il caricatore addosso ai partecipanti), guadagnandosi l’epiteto di <em>cretino</em>.<br />
<em>Esempi di conversazione serale/notturna tra me e Kevin:</em><br />
<strong>1.</strong> Notte. Squilla un cellulare a volume altissimo. Io: suoneria di merda! Imbecille! Kevin: Chetati! Chetati!<br />
<strong>2.</strong> Sera. Kevin: ma come, non sei ancora a letto e già ti metti i tappi? Io (coi tappi): ? (prova, prova adesso, a fare il diavolo a quattro appeso al lampadario)<br />
<br />
Il <strong>notabile napoletano</strong> affermava la propria notabilità passeggiando davanti a tutti, insieme alla guida. Cavalcava a torso nudo per abbronzarsi, si tuffava nelle acque gelide dei torrenti; sosteneva che così facendo gli era passata la lombosciatalgia.<em><br />
Esempio di conversazione a cena tra me e il notabile napoletano:</em><br />
Notabile: inventiamo una storia; facciamo finta che il padrone di questo agriturismo è incazzato con sua moglie perché non gli ha mai dato un figlio maschio, e che per questo motivo la moglie e la di lei madre, sentendosi in colpa, lavorano come schiave.<br />
Io: veramente preferisco <em>Un posto al sole</em>.<br />
Notabile: ahahah! Stai scherzando, vero?<br />
Io: no. Perché invece non immaginiamo una storia alla Buñuel, tipo che dei soldati irrompono e fanno fuori tutti i borghesi che si stanno abboffando?<br />
Notabile: azz. (si tocca)<br />
<br />
I <strong>15enni</strong> (lui logorroico, lei muta e placida come una mucca di peluche) si tenevano per mano anche durante il trekking, i cavalli affiancati. A tavola dovevano star seduti vicini; se capitava di averli di fronte si assisteva a tutta una pantomima di ciccipuccimucci, bacini, carezzine, ecc.<br />
<em>Esempio di conversazione tra i 15enni a cavallo, con mio conseguente inserimento:</em><br />
Lei (tedesca): e kome tefo fare? <br />
Lui: porta avanti il bacino, che è quest’osso qui, non quello che ti do io…<br />
Io, trottando via: raga, che melassa.<br />
<br />
E mi son dimenticata del mio <strong>cavallino</strong>. Mi manca il suo testone pezzato. Non andava d’accordo con tutti, ma era vivace e curioso di quanto gli capitasse a tiro, specie se commestibile. L’ho afflitto da mane a sera con una sequela di raccomandazioni inutili, perché gli equini, a parte i cavalli dei butteri, non parlano l’italiano: guarda dove vai! smettila di mangiare! lascia passare il tuo compagno! non dare calci al tuo compagno! smettila di importunare la tua compagna! tieni la testa dritta! basta trotto! datti una mossa: trotto! insomma basta con ‘sto trotto! (questo del trotto-nontrotto soprattutto l’ultimo giorno, ché quando sentono l’odore di casa i cavalli tendono ad accelerare il passo).<br />
<br />
Infine le <strong>guide</strong>: simpatiche, brave. Del resto devono andare d’accordo con tutti, loro. Invece io, l’ultima notte, finalmente sola nella mia bella cameretta, ho sfanculato l’intera carovana senza rimetterci un picco, e dormito il sonno del giusto. Senza tappi.<br />
_________________________<br />
* <font size=”1″>dalla Maremma al Monte Amiata. L’unica foto disponibile è quella nel post precedente. Dopo mi è morta la batteria della Oly; fessa, non avevo portato con me il caricabatterie.</font></font></div>
Incavalli, condominio e dintorni, viaggi su 13 marzo 2007 a 08:07
<div align=”justify”><strong>Post floreale</strong><br />
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<img width=”172″ height=”172″ align=”cssLeft” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2007/03/clematis_montana.jpg” alt=”clematide” style=”margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left;” />Mi sono quasi abituata a questo fatto che abbiamo saltato l’inverno. Temo ripercussioni monsoniche, e vabbè. La riconciliazione col meteo dura da stamattina, perché la clematide, dopo un paio d’anni di stenti, ha un sacco di bocci. Ok, causa calori da inverno sul Mar Rosso sono morte la settembrina rugginosa e due piantine di lobelia che facevano i fiori lilla e blu: però potevo anche bagnarle, in fondo è colpa mia. Così oggi andiamo al vivaio col nuovo amichetto Lollo. Lui vuole dei fiori da mettere in giardino. Io più sementi, credo, e terriccio buono, per fare alcuni vasetti. Fiori per i nostri cannoni.<img width=”218″ height=”184″ align=”cssRight” src=”http://hflp.sdstate.edu/ho311/outdoor_images/Lobelia-erinus-close.JPG” alt=”lobelia” style=”margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right;” /><br />
Fanno dieci giorni che non fumo. Più o meno. L’unico vizio è questo moderato tabagismo, due-tre siga al giorno in escalation fino ad arrivare a 10 nel giro di un paio di mesi, poi stop per una settimana, e di nuovo 2-3 al dì, ecc. Non fumerò finché perdurano tossona e sinusitona (oh, col t9 se si vuole scrivere sinusite esce fuori piovrite), anche perché tra due robe che possono farmi rallentare la guarigione, che sarebbero le siga e la piscina, preferisco andare in piscina. Sono proprio brava; bevo poco anche nelle occasioni conviviali, compro fumo solo un par di volte l’anno. <br />
Sono in fase di progettazione delle attività annuali. Siamo a marzo, è vero, però in fondo i mesi sono solo una convenzione. <img width=”168″ height=”222″ align=”cssLeft” src=”http://digilander.libero.it/essenziale4/Balcone3.jpg” alt=”balconzino” style=”margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left;” />Forse anzi dovrei aspettare ancora un po’, perché essendo in modalità cazzeggio spinto sono riuscita a immaginare solo robe voluttuarie, come un trekking a cavallo a maggio, un corso di pittura, un corso per migliorare l’inglese, e via così. Il trekking veramente è già stato bell’e che prenotato, dal 19 si va dai monti alla Maremma, si sta via una settimana in tenda sempre con lo stesso cavallo, che però dorme fuori con gli altri suoi simili in un recinto. Ho già fatto una roba del genere tanti anni fa (in Etruria), la sera o la mattina si parte per fare i bisogni con una zappetta in mano, se c’è un bosco vicino è meglio. Alle volte capita di vedere una vecchia cacca con un fiore in cima. E’ romantico.<br />
Cazzeggio cazzeggio cazzeggio. Niente studio, niente scrivere indefessamente almeno un paio di ore al dì. Me misera. Finché non mi annoio andrà così. Solo che è difficile che mi annoii, conoscendomi direi quasi impossibile.<br />
Tempo di gelati. Ieri ho preso gianduia e cassata siciliana, mi vergognavo un po’.<br />
Giovedì vado a pranzo con un tale conosciuto per lavoro (suo). Un tipo strano, dalla conversazione interessante. Pencola, ma ho deciso che me ne sbatto: affaracci suoi. Strano perché: la seconda volta che ci vedevamo, alla fine dell’appuntamento m’è corso dietro in strada con dei fogli pieni di suoi componimenti. Sempre mi chiede se mi sono fidanzata. Ovviamente è sposato. Così quando gli ho detto che mi ero innamorata alla follia (di Billy! E chi lo vede più?) e ha obiettato che Fornarèn poteva essere felicemente sposato, gli ho chiesto: Ma perché, esistono uomini felicemente sposati?<br />
Sguardo basso, rossore: beccato. Ciononostante ci vado a pranzo perché mi diverte, poi pensi quel che vuole, ma se si vuol fare del male dovrà fare tutto da solo.<br />
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<font color=”#ff9900″><strong>Aggiornamento</strong></font>: vistovistovisto Billy! Era solo in negozio e mi sono fiondata; purtroppo poco dopo è entrata la CaraMpana Moirylin. Noi però ci eravamo già salutati e sorrisi in maniera carinissima – ero un po’ intimidita – c’era parecchia gente, oltretutto. Naturalmente è toccato alla Carampa servirmi: con molta nonchalance le ho chiesto 4 bananine. 4 perché è il mio numero fortunato. Giurerei di aver visto Billy ridacchiare sotto i baffi. Io però adesso – aiutatemi anche voi, vi prego – nondevonondevonondevo farmi nessuna illusione. Alèèèè oo oo alèèèèè oo<font size=”3″>o</font> <strong><font size=”3″>o</font></strong><font size=”4″>oo</font><font size=”5″>o<strong>o</strong><font size=”6″>o</font></font><font size=”6″>O<font size=”7″>O</font>…..</font></div>
Incavalli, ciccipuccimucci, pessimismo e fastidio su 22 dicembre 2006 a 09:42
<div align=”justify”><strong><font size=”2″>Dio è morto, io sto benissimo e spero altrettanto di voi (ovunque siate)</font></strong><br />
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<font size=”2″>C’è prima un’altra cosa importante da dire: gli gnomi esistono. Sono stata da loro stanotte; vivono nelle radure dei boschi come i <a href=”http://petarda.splinder.com/post/5753070″ target=”_blank”>pogle</a>, ma anche in aperta campagna; hanno case piccole, a un piano solo, col pavimento di cemento (i più ricchi sempre in cemento, ma tipo mattonelle rigate); girano anche in auto (non hanno strade asfaltate, però) e amano mangiare piccoli occhi (cioè, quel che ci sta intorno, poi gli occhi li sputano). Non sono tanto buoni e nemmeno tanto simpatici.</font><br />
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<font size=”2″><img align=”cssLeft” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2006/12/ci_suss1.jpg” style=”margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left;” alt=”" />Ieri sera ho visto <a href=”http://it.wikipedia.org/wiki/L’uomo_che_sussurrava_ai_cavalli_(film)” target=”_blank”><em>L’uomo che sussurrava ai cavalli</em></a>. Che non è la storia di un uomo, di una bambina o del rapporto che nasce tra un uomo e di una donna; è la storia di un cavallo. C’è chi sostiene che i cavalli siano animali stupidi. Alle volte la fierezza viene scambiata per stupidità. Il cavallo, visto che non si antropomorfizza come il cane, sarebbe stupido. L’essere umano non ama i rapporti paritari.</font><br />
<font size=”2″>Sulla terra stanno milioni di esseri che ci temono. Alcuni, anche, ci amano. C’è una tale quantità di sentimento palpitante (umano e animale) che rimane inascoltato, che mi stupisco che non siamo già stati tutti arsi dalla lava di un vulcano, spazzati via da un uragano, inghiottiti da una voragine, massacrati da un’onda anomala di animali incazzati o di esseri umani affamati. Se dio fosse ancora vivo, dico: non era certo una personcina tollerante. Per ringraziare la nostra buona sorte (cioè che non ci sia nessuno che a un certo momento gli girano le palle e ce la fa pagare una volta per tutte), una volta l’anno festeggiamo e consumiamo in maniera ancor più scellerata e menefreghista di quanto siamo soliti fare durante il resto dell’anno.</font><br />
<font size=”2″>La natura è capace di calore e dedizione; è generosa: energia potente, autosufficiente, si piega ad essere addestrata e incanalata. Sa legarsi a noi per la vita.</font><br />
<font size=”2″>E dunque noi umani, così diversi, siamo degli alieni. Se fossimo capaci di stupore, curiosità e rispetto saremmo angeli.</font><br />
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<font size=”2″>Per me il natale non ha senso, però mi spiace non fare e non ricambiare auguri di accadimenti belli e buoni, che non bastano mai. Così quest’anno la frase è: </font><br />
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<div align=”center”><em><font size=”2″>debole quell’amore di cui più forte è la paura,</font><br />
<font size=”2″>e non è tutto spirito limpido e valoroso</font><br />
<font size=”2″>se è misto di timore, di pudore, di onore.</font></em><br />
</div>
<font size=”2″> j.donne</font><br />
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<font size=”2″>Un augurato mi ha risposto: <em>viene voglia di parafrasare: forte quell’amore di cui più debole è il coraggio…</em></font><br />
<font size=”2″>E sono d’accordo, ma solo in parte. Se non c’è il coraggio di essere se stessi, se non c’è il coraggio della passione per la vita, è un povero amore: ma buon natale pure a lui (sorbole).</font><br />
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</div>