detoni

Archivio per la categoria ‘condominio e dintorni’

poi

Inciccipuccimucci, condominio e dintorni, il peso della mole, pessimismo e fastidio, viaggi su 22 marzo 2011 a 21:36

Io poi mi sono provata a immaginare che quello era davvero un ponte, il ponte di una nave, e che al di l&agrave; delle vetrate grandi c'era come un mondo marino, forse anche sottomarino, ma boh, sar&agrave; che non &egrave; abbastanza in alto, cio&egrave;, che cazzo dico, non &egrave; per niente in alto &mdash;&nbsp;da casa mi sembra di essere in picchiata invece, sono troppo in alto forse, ma in fondo non mi dispiace, la sensazione peggiore era quando mi pareva che le pareti fossero di vetro e tutti da fuori mi potessero vedere, adesso sto in un acquario e non me ne frega mica niente, boh&nbsp;&mdash; insomma io non ce la faccio tanto.<br />
Non ce la faccio n&eacute; tanto n&eacute; poco, mi rompo, poi sono un po' contenta per uno, due momenti, poi mi scasso di nuovo e voglio essere tutta in un altro posto, voglio poi anche dormire, cucinare, togliermi le scarpe, ho perfino sognato che avevo i piedi nudi sul legno del fintopontedellanave ma ero in imbarazzo, ho bisogno di star sola, con delle altre persone, diverse, prese una a una, voglio andare al Valentino quando fa un po' pi&ugrave; caldo a passeggiare e poi a leggere un libro sul prato, e pi&ugrave; &egrave; primavera e pi&ugrave; mi viene la voglia di ricominciare a fumare.<br />
E adesso poi basta, vado al mare.&nbsp;

lettera uno

Inciccipuccimucci, comunicazioni di servizio, condominio e dintorni, il peso della mole, pessimismo e fastidio, una bella merda su 8 febbraio 2011 a 00:07

<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 14px; “>S'inaugura, con questa, una serie di tot lettere.</span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 14px; “>Dicono non sia necessario spedirle. Dicono basti scriverle, e qualcosa cambia.<br />
Sono esibizionista, del resto chi ha un blog che cosa pu&ograve; mai essere se non esibizionista.&nbsp;</span><span class=”Apple-style-span” style=”font-size: 14px; “>E poi magari qualche destinatario potrebbe pure trovarle e leggerle. Anche se non sono messaggi in bottiglia. Sono scritti a prescindere.</span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 14px; “>La prima non &egrave; la pi&ugrave; importante.</span><br />
&nbsp;</div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>La prima &egrave; per te, che non sei – anche se ti piacerebbe, visto che ti ci comporti – un cane fuori dalla porta: sei una merda appesa a un palo, oppure un verme senza per&ograve; nemmeno quel minimo di dotazione da essere vivente che potrebbe farmi provare un briciolo di piet&agrave;.</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Stammi a sentire, <a href=”http://en.wikipedia.org/wiki/Homunculus” target=”_blank”>homunculus</a>: puoi andare dove vuoi. Dove ti pare. Questo &egrave; ancora un paese libero. MA: non venirmi vicino. Non venirmi davanti, non venirmi sotto. Gi&agrave; una volta, tanti anni fa, ti ho fatto piangere; e pensa a quante persone hai fatto piangere tu, stronzo da quattro soldi.&nbsp;</span></span><span class=”Apple-style-span” style=”font-family: Georgia, serif; font-size: 16px; “>Posso farti molto male, lo sai. Allora guardati da me: non venirmi vicino. Vorrei dirti di non parlare di me, delle mie cose, coi tuoi amichetti. Ma non posso. Non sarebbe giusto. Anche se mi infastidisce e non sai quanto, perch&eacute; manco mi dovresti nominare. Mi volevi cancellare, e dunque adesso che diavolo vuoi, schifosa imitazione di una blatta? Non mi provocare invadendo i miei spazi. Mai mi verrebbe in mente di fare la stessa cosa con te. Non esisti, se non come un teatro fatiscente al pari della tua casa, piena di trovate a effetto ma senza calore, senza personalit&agrave;. Sei un bluff. E oggi, se ti vedo in strada, manco ti riconosco. Quindi perch&eacute; venirmi di nuovo davanti? Vattene per il tuo cammino, miserabile, sapendo che mai pi&ugrave; s'incontrer&agrave; col mio.</span></div>

sentiti pensata

Incondominio e dintorni, far from heaven, il peso della mole, ninfe, sueños, viaggi su 23 novembre 2010 a 20:34

<p style=”text-align: justify; “>
Oltrepasso Porta Nuova, e vedo una ragazza sdraiata su una coperta. Viene dalla Spagna, ma non lo so da lei, non le ho mai parlato. Si aggira da mesi intorno a casa mia; una volta mi ha seguito, coi piedini nudi – nudi anche nella pioggia, d'estate -, mi ha toccato lievemente la spalla, mi ha sorriso. Poi l'ho vista dormire sul marciapiede, bocconi. Stasera si &egrave; fatta una cuccia, ha steso la coperta. Ha un piumino, e intorno a s&eacute; dei fogli, una spazzola. Fuma. Per coprirsi ha solo una cosa che sembra un lenzuolo imbottito. Salgo a casa, prendo una coperta pesante e una giacchina di pile e glieli porto. Mi tiene la mano, a lungo. Ci baciamo. Lei non sorride. Le parlo in spagnolo, l'unica lingua che so bene. Viene dalle Baleari, dal mare, dal sole, e sta qui. Perch&eacute;? <em>Devo capire</em>, mi dice.&nbsp;<br />
<br />
Oggi ti ho vista di nuovo. Era un po' che ti cercavo, con gli occhi, qui intorno. Solo una sera ho trovato dei pezzi tuoi, ho visto che ti eri preparata il posto per la notte, e tu per&ograve; chiss&agrave; dov'eri: sempre con quel lenzuolo imbottito, la &quot;mia&quot; coperta chiss&agrave;, anche lei, dov'era. Stamattina faceva freddissimo e c'era il sole, e tu eri seduta sul gradino del marciapiede e fumavi. Fai un tiro lento, come se volessi fumartela tutta in una volta; e bagni il filtro, e non solo quello; lo so perch&eacute; l'altra sera la sigaretta tua l'ho tenuta tra le dita, e volevi anche che la fumassi. Oggi sei come un fiore del marciapiede: quasi non ti vedevo. Dopo aver fatto un tiro lunghissimo ti chini un po' in avanti, fai un mezzo sorriso e poi ti rialzi, riprendi la posizione. Pensi a qualcosa e sorridi, con la faccia rivolta alla luce che abbaglia, anche se &egrave; inverno, anche se fa freddo. Che cosa vorrai capire? Che cosa capisci, dormendo per terra, stando sull'asfalto, sulla pietra addomesticata, e quindi non veramente &quot;per terra&quot;? Hai mai dormito davvero sulla terra? Sulla sabbia, immagino di s&igrave;… Ho dormito anch'io per strada, alle volte, ma ero in vacanza. E una notte ho dormito in una vigna, c'era la luna piena, era bellissimo. Hai mai dormito sull'erba, o nel bosco? Che cosa ti dice il marciapiede?</p>
<p style=”text-align: center; “>
<img alt=”" src=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/11/mbn62x.jpg” style=”border-top-width: 1px; border-right-width: 1px; border-bottom-width: 1px; border-left-width: 1px; border-top-style: solid; border-right-style: solid; border-bottom-style: solid; border-left-style: solid; margin-top: 0px; margin-right: auto; margin-bottom: 10px; margin-left: auto; display: block; width: 482px; height: 321px; text-align: justify; ” /></p>

saccopelismo interiore

Incomunicazioni di servizio, condominio e dintorni, esiti resistenziali, eternal sunshine su 23 maggio 2010 a 18:14

<img alt=”" src=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/05/3244032222_164069ffea.jpg” style=”width: 500px; height: 317px; float: left; margin: 0pt 10px 10px 0pt;” />Ieri notte ho dormito nel sacco a pelo. Non sar&agrave; l'ultima volta. Sto rifacendo casa e adesso tocca alla camera da letto. Chi mi sta dando il bianco (io non ho pi&ugrave; n&eacute; la voglia n&eacute; l'et&agrave;, abbiamo gi&agrave; dato, e anche vaffanculo) &egrave; un amico molto in gamba ma che non lo fa di mestiere, bens&igrave; nei ritagli di tempo, quindi l'operazione &egrave; lunga e laboriosa. Come tutti gli artigiani bricoleur che si rispettino, per&ograve;, ama mettere sottosopra tutta la casa pure mentre sta dipingendo una cucinetta 1×1 (un metro x un metro) come la mia. Per lui &egrave; pi&ugrave; comodo, certo. Per me che nel frattempo ci devo vivere, meno. La novit&agrave; &egrave; che non scappo. Potevo andare a dormire da un'altra parte, andarmene al mare o anche solo a Casale, invece no. Un po' &egrave; perch&eacute; devo comunque mettere a posto delle robe, fare cernite, chiudere scatoloni, riaprire scatoloni. Ecco, il fatto di disfarmi di tutta 'sta vecchia rumenta mi fa sentire cos&igrave; bene che la mattina mi alzo cantando e accendo subito la radio. Si diffondono nell'aria note di canzoni d'amore che mi fanno sognare e incazzare, poi cambio stazione e ballo. Rivaffa. La sensazione &egrave;: luce, leggerezza, facilit&agrave;, neuroni, cellule e atomi felici. Siete felici, atomini? Celluline? S&igrave;, mi rispondono, e poi sorridiamo, facciamo colazione e balliamo. Apriamo vecchie scatole piene di paure e peccati e nostalgia, piene di ricordi legati a potere ma anche creativit&agrave; e soprattutto speranza che qualcosa nel mondo potesse cambiare, guardiamo i faldoni, i progetti, le ricerche, le fotocopie, i rapporti, le interviste, ricordiamo e: oddio, ma questo lavoro lo saprei ancora fare? Chi se ne frega, perch&eacute; non lo voglio rifare: non lo far&ograve; mai pi&ugrave;. M'era caduto addosso, m'era piaciuto, ma non l'avevo scelto.<br />Mi aveva scelto lui, per mano di una persona che dopo pi&ugrave; di cinque anni ho rincontrato per caso l'altro giorno: caso, quale caso. Niente &egrave; a caso, ormai. Non ho cambiato strada, solo ho girato la testa dall'altra parte; pi&ugrave; che altro per non metterlo in imbarazzo. Per non metterci reciprocamente in imbarazzo. Potrei dire – tempo fa, ancora l'avrei detto – che non mi piace schiacciare i vermi. Invece no. Dico che non me ne sbatteva nulla. Non m'importava mentre ci incrociavamo e ci lasciavamo alle spalle. Ho osservato che &egrave; invecchiato, e pure male, che aveva troppi capelli bianchi per la sua et&agrave; e un'andatura saltellante da Topolino. In effetti. In effetti il nocciolo – banale – della nostra relazione &egrave; tutto qui: &egrave; vero che le storie pi&ugrave; fighe di solito erano quelle con Topolino, ma ho sempre preferito Paperino e Pippo. Non meritavo comunque quel che &egrave; successo; non l'ho mai illuso. Gli ho voluto bene; gli ho dato molto. Semplicemente, ha seminato quel che ha raccolto. Non so se la miglior vendetta sia il perdono; io non l'ho perdonato, il perdono la maggior parte delle volte &egrave; una cazzata buonista; dico solo che non me ne frega pi&ugrave; un cazzo.<br />Dormire in casa col sacco a pelo &egrave; figo, perch&eacute; non bisogna stare attenti a dove mettere la faccia o le braccia come quando si &egrave; in giro e si dorme su materassi sfondati buttati su pavimenti pieni di polvere dove la sera prima di spegnere la luce trovi la carcassetta secca di una blatta.<br />La risposta giusta &egrave;: lo saprei fare, e molto meglio di prima. Perch&eacute; sono cambiata. Ma &egrave; proprio perch&eacute; sono cambiata che saprei non darmi pi&ugrave; cos&igrave; tanto. Arrivederci amore, ciao? S&igrave;, ma sono io che me ne vado. Che ci sono e non ci sono. Pi&ugrave;.<br />Ieri pomeriggio abbiam rimontato la <a href=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/05/3244032222_164069ffea.jpg” target=”_blank”>bookworm</a>.<br />Illo ha fissato due mensole; la prima era posticcia e a un certo punto &egrave; caduta e si &egrave; sfracellata. Io me lo sentivo che cadeva.<br />Illo una volta and&ograve; febbricitante a casa di una nostra comune amica (che ora non lo &egrave; pi&ugrave;, chiss&agrave; come mai?) a cui s'era rotta la porta blindata. Di fronte alla quale specific&ograve; che, per quanto &quot;manitas&quot;, non era sicuro di farcela. E infatti fece un bordello, vennero via le molle, esplose tutto, e si dovette poi chiamare un fabbro. Lei non l'ha perdonato, per anni l'ha evitato anche se abitavano vicini e la donna di lui era una delle sue migliori amiche. (Lei) Fa l'educatrice e ha un tot di anni pi&ugrave; di me. Una persona intelligente, di certo stimata in ambito professionale e non solo. 'Na pazza.<br />Allora, io so che illo &egrave; una brava persona e ce la mette tutta e spesso fa delle cose molto belle, perch&eacute; dovrei incazzarmi se mi ha spaccato un pezzo di bookworm che costa un occhio della testa? Cio&egrave;, perch&eacute; nella mia infinit&agrave; magnanimit&agrave; e maturit&agrave; preferisco lasciar perdere? La verit&agrave; &egrave; che non m'&egrave; proprio venuto da incazzarmi. Per questo dico che sono cambiata. Che succede insomma con il buon illo? Che lo lascio sbagliare. Fa la cazzata, poi si rende conto, si sente in colpa, e ancor di pi&ugrave; non essendo cazziato, perci&ograve; cerca in tutti i modi di rimediare. E mi d&agrave; di tutto e di pi&ugrave;. Fanno cos&igrave; le donne, no? Per questo non potr&ograve; mai fidanzarmi con illo: perch&eacute; non &egrave; mio figlio.<br />[Fanno cos&igrave; le donne ma mia madre no, infatti se qualcosa in casa veniva rotto/perso era 'na tragedia, tutto doveva scorrere perfetto e integro e immutato for ever and ever. ti&egrave;, mamy. tua figlia &egrave; diversa da te]<br />Poi, se a qualcuno venisse in mente di paragonare il mio ignorare Topolino per strada con l'atteggiamento dell'ex amica che non caga illo quando lo incrocia, sappia che il povero ratto non mi ha rovinato una serratura; praticamente m'ha pugnalato mentre stavo gi&agrave; morendo (dimostrando anche in questo la sua vilt&agrave;, non avrebbe mai avuto il coraggio di farmi fuori, altrimenti. I cagasotto li detesto, proprio come tipologia del genere umano). Capirai. Data la situazione, non ci ho fatto neanche troppo caso. Diciamo che mi sono indignata perch&eacute; se fosse successa la stessa cosa a qualcuno cui volevo bene mi sarei incazzata come una biscia e magari avrei anche fatto qualcosa. Qualcosa che per me nessuno ha fatto, &egrave; vero, ma va bene anche cos&igrave;. Ormai son pi&ugrave; di trent'anni che ho letto Don Chisciotte per la prima volta. Posso quindi affermare con ragione di causa che la persona pi&ugrave; donchisciottesca che conosco sono io. Inutile che cerchi un Don Chisciotte. Devo cercare una Dulcinea o tutt'al pi&ugrave; un Sancho?<br />Ma poi, visto che son felice, e mi piaccio molto, sar&ograve; ancora proprio cos&igrave; donchisciottesca? Sto diventando qualcosa che non so? O vado dove voglio andare? Mah e rimah. E soprattutto: cazzomene.<br /><br />E adesso mi piace anche <a href=”http://www.youtube.com/watch?v=Np5oLWpBX_Y&amp;feature=related” target=”_blank”>questa canzone</a>. Non sar&agrave; che sto diventando un po' paracula come quello che la canta e so
prattutto come quello che l'ha composta? Brrrr.

Facciamo delle clownerie?

Inargentina, condominio e dintorni, cuentos, delfini, esiti resistenziali, il peso della mole, sueños, viaggi su 19 aprile 2010 a 16:34

<p style=”text-align: center;”>
<img alt=”argentina I 064″ src=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/04/a04c3d5d2d5c062adf1d06e4f115fe0e_medium.jpg” style=”margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;” /></p>
<p style=”text-align: justify;”>
Era un palazzo alto tra i palazzi alti, non un grattacielo, certo, ma un edificio a forma di ferro di cavallo, costruito a met&agrave; ottocento, col suo bel cortile interno; la simmetria dei tetti era stata interrotta negli anni settanta da un intervento di parziale sostituzione con un terrazzone cementato, sul quale affacciavano alcune soffitte con le porte – portefinestre, a esser precisi – addobbate da tende verdi, o in cannicciato, o in perline, oppure difese da un cancellino, per lo pi&ugrave; arrugginito. Gli abbaini dei due bracci opposti spuntavano dai tetti rimasti, e anche loro sfoggiavano tendine, grate, teorie di biancheria appesa fitta. Ovunque gli abitanti dell'ultimo piano avevano sistemato vasi di gerani, salvia e rosmarino e, sul terrazzo, accanto alle entrate delle mansarde, grandi contenitori di rampicanti.<br />In quel pomeriggio di sabato, Nina della mansarda 9 cucinava. Aspettava da giorni una telefonata e come spesso le accadeva impiegava il tempo roso dall'attesa inventando pietanze. Per ore aveva steso la pasta e inventato sughi e ripieni; il tavolo era ingombro di teglie di lasagne.<br />All'interno 15, Federico ritoccava d'azzurro e grigio un bianco angelo impressionista col cazzo di fuori tutto insanguinato e quindi rosso: buttata ai suoi piedi, una donna svenuta, o morta, dai vestiti scomposti. Era il suo quadro pi&ugrave; bello, quello in cui aveva profuso pi&ugrave; passione, e non poteva immaginare che sarebbe stato l'ultimo.<br />Anche Maria, dell'interno 21, dipingeva. Da tempo era ferma sullo stesso soggetto: un uomo moro, dalla pelle scura e luminosa, con gli occhi neri e i capelli lisci e lunghi, il volto di tre quarti; seduto a gambe accavallate, il torace nudo, un polso appoggiato sul ginocchio e, tra le dita, una sigaretta. Lo sfondo del quadro era una fantasia di gigli stilizzati rossi e porpora, una sorta di tappezzeria in penombra. Le pupille volgevano allo spettatore uno sguardo splendente e malinconico, ed era qui che Maria, sera dopo sera, si arenava. S&igrave;, perch&eacute; quello sguardo doveva contenere anche il disincanto, una presa in giro, un ricordo di sfida, e pure una domanda appena accennata.<br />Giacomo dell'interno 6, dei tre, era il pittore pi&ugrave; dotato. Padroneggiava da maestro la tecnica ma era in crisi creativa, cos&igrave; si dedicava a composizioni seriali, per lo pi&ugrave; nature morte. In quel momento era preso da zucche di diverse forme, grandezze e colori. Ogni paio d'ore di lavoro si faceva un t&egrave; e quindi spesso era costretto a usare il bagno, maledicendo l'et&agrave; della sua prostata.<br />Giovanna della soffitta 4, facendo le pulizie, aveva appena scoperto dietro al letto un buco nel muro, appena sotto il battiscopa: i calcinacci rilasciavano odore di muffa e la riportavano a Lisbona, nel Bairro Alto, e ai propri urli di fronte a una pensioncina; se n'era andata, infine, a sbollire in Largo do Carmo; al ritorno aveva chiesto scusa al ragazzo della pensione, che prima di darle una camera nuova si era infilato una mano sotto la camicia e, battendosi sul petto, aveva mimato il TUM TUM del cuore spaventato.<br />Maisa e Munira, le gemelle della soffitta 21, si rincorrevano sul terrazzo, mentre Najla, la madre, preparava la cena; aveva cosparso la terrina di hummus preparato il giorno prima con un trito di menta, prezzemolo e peperoncino. Dopo aver controllato il tajine, si accese una sigaretta e guard&ograve;, dalla finestrella dell'abbaino, gli alberi alti del corso, il verde del fiume e il ponte.<br />Consu e Zinha, nella soffitta senza numero, si preparavano all'uscita. Indossavano calze a rete rosse e viola sovrapposte, sandali in vernice di un viola pi&ugrave; scuro, con tacchi vertiginosi e plateau, top di pailletes rosse e nere; fumavano sigarette sottili e bevevano vodka in bicchieri alti e sottili; i culetti alti, dalle natiche sottili, erano inguainati in minigonne a fascia nere. Si stavano accapigliando per una parrucca blu cobalto, e alla fine ne vennero a capo, buttandosi poi sull'armamentario di ciglia finte, reggiseno imbottiti e boa di finto struzzo, ridendo e vociando una canzoncina inventata l&igrave; per l&igrave;, che parlava di una cittadina americana, Batton Rouge.<br />Il motivetto incrociava sul terrazzone il canto di Rosa, nella mansarda numero 18: .<em>.. scendi dalle stelle e vienimi a cercare</em>; suo figlio Giordi l'ascoltava, agitatissimo senza darlo a vedere, perch&eacute; il giorno dopo aveva la prima comunione.<br />Piermario, in boxer davanti al pc nel suo appartamentino mansardato e ristrutturato nuovo, era quasi ubriaco. Beveva dalle cinque per darsi il coraggio di fare una telefonata. In altra situazione, il sabato pomeriggio si sarebbe piuttosto girato una canna, ma aveva bisogno di essere audace e lucido; stava considerando la possibilit&agrave; di chiamare un amico per farsi portare un po' di coca; non aveva mai tirato, ma in certi casi.<br />Luigi, all'interno 3, veniva rimproverato; fissava la bocca della moglie, distorta nel ringhiare asprezze, e avrebbe voluto farle domande, ma non trovava le parole. Si sentiva vuoto e inutile, riusciva ad articolare solo qualche suono a caso, finch&eacute;, arreso a quell'impotenza, si lasci&ograve; andare sulla poltrona, sul cui bracciolo immediatamente salt&ograve; un gatto, che gli piant&ograve; gli occhi negli occhi e poi gli si acciambell&ograve; sulle ginocchia.<br />Altri abitanti dell'ultimo piano a ferro di cavallo vivevano quel tardo pomeriggio di sabato come sempre: Marco preparava le pizze per la cena con gli amici, Cecilia sceglieva il libro da portarsi prima a tavola su un legg&igrave;o, e poi a letto, insieme a una bottiglia, Roberto strepitava contro il figlio che andava male a scuola e contro la moglie che, si vedeva, non lo seguiva abbastanza. Altre famiglie si ricongiungevano, dopo la giornata di lavoro di altri padri e altre madri, ed erano voci alte, e alle volte risate, e musiche, e profumi e odori, il tutto amalgamato sul terrazzone e sopra il cortile interno: un insieme impalpabile e denso come una nube che si insinuava tra abbaini e portefinestre.<br />Arriv&ograve; allora – era quasi il crepuscolo – un uomo gi&agrave; d'et&agrave;, coi capelli quasi bianchi ondulati sulle spalle, vestito di stoffa tessuta a mano. Prese dei mattoni che si trovavano in un angolo del terrazzo, li dispose a cerchio, tir&ograve; fuori della legna che teneva in un grosso zaino. Fece un fal&ograve;. Si sedette a gambe incrociate e cominci&ograve; a emettere un suono di gola: pareva un grosso calabrone. Si avvicinarono prima le gemelle, poi Giordi, poi altri bambini, a formare un altro cerchio intorno a quello gi&agrave; esistente. &nbsp;<br />L'uomo non raccont&ograve; dei suoi viaggi; del volo delle tartarughe dal carapace di smalto colorato che, giunte da nord – nord ovest, s'erano fermate sulle loro teste, in fila indiana, e avevano partorito piccoli anche loro colorati, anche loro di smalto, che si erano messi a girare intorno a ognuna delle bestie pi&ugrave; grandi, per qualche minuto, per poi rimettersi una dietro l'altra e ripartire tutte insieme. Non disse di quando i due maestri coi pettorali di perline rosse gli insegnavano a volare, ridendo e prendendolo in giro per le sue capriole involontarie, le continue perdite d'equilibrio, il suo non riuscire a star per aria se non da seduto. Non disse neppure di quella volta che, dimentico dell'atto del respiro, stava rischiando di morire soffocato se non fosse arrivato, velocemente, l'altro caro suo maestro, in forma di delfino sorridente, a scuoterlo.<br />Semplicemente, butt&ograve; nel fuoco una manciata di &quot;qualcosa&quot; e parl&ograve;. Anche i bambini gettarono, a turno, p
iccole manciate di &quot;qualcosa&quot; nel fuoco. Mentre le fiamme schioccavano e prendevano vigore, sul terrazzo comune comparvero lunghi tavoli, sedie e i cibi di molti paesi che qualcuno aveva in casa. Alcuni si affaccendavano nei preparativi, altri osservavano. Consu e Zinha si avvicinarono al fal&ograve;, e anche loro vi buttarono &quot;qualcosa&quot;. Rosa e Cecilia piangevano e ridevano; Maria chiam&ograve; il quadro &quot;Perdono&quot; e lo consider&ograve; finito; Federico accolse la persona che aveva ispirato il suo angelo, dopo un'occhiata rapida si spavent&ograve; al punto da non riuscire pi&ugrave; a guardarlo. A Roberto venne la raucedine, e Piermario si vest&igrave; e usc&igrave; in fretta, che certe robe era meglio farle di persona; Luigi disse grazie alla moglie e s'avvi&ograve;, sereno, a trascorrere la sua ultima notte.<br />Nel crepuscolo lento, dalla nebbia scesa a coprire la citt&agrave; emergeva poco alla volta un arcipelago di tetti, comignoli, guglie di ponti, balconi e terrazzi, per non dire di qualche giardino pensile o piscina, e piccole luci. Aveva detto: <em>facciamo delle clownerie</em>. Forse era una donna? Chi anche se lo chiese, non impieg&ograve; molto a rispondersi che non era importante.</p>

intervento artistico sul mio frigo

Inciccipuccimucci, condominio e dintorni, esiti resistenziali su 2 marzo 2009 a 10:31

<div align=”center”><strong>Prima:</strong><br />
</div>
<div align=”center”><img border=”2″ align=”cssCenter” alt=”" style=”margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2008/11/monet-the-gare-saint-lazare-arrival-of-train.jpg” /><img border=”2″ align=”cssCenter” alt=”" style=”margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;” src=”http://farm4.static.flickr.com/3574/3321548759_30b6506974.jpg?v=0″ /><strong>dopo:<br />
</strong></div>
<div align=”justify”><img border=”2″ align=”cssCenter” alt=”" style=”margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;” src=”http://farm4.static.flickr.com/3651/3322379368_4dbfb0fd84.jpg?v=0″ />Le cartoline pi&ugrave; inquietanti della mostra <a target=”_blank” href=”http://www.exibart.com/profilo/eventiV2.asp?idelemento=14881″>Il bello e le bestie</a> vengono coperte dalla capoccetta della francese Amelia. Solo a <a target=”_blank” href=”http://www.cremaster.net/”>Matthew Barney</a> &egrave; concesso di continuare ad apparire, dopo che l’artista settenne ha appreso che la trasformazione del volto di Barney &egrave; temporanea. <br />
L’intervento ha avuto luogo per un paio d’ore, in seguito alle quali la committenza ha ripristinato lo status quo ante per mere ragioni di ordine e simmetria sulla superficie del frigorifero.<br />
Concettualmente, tuttavia, la committenza aderisce in pieno all’intento dell’artista in erba, riassumibile nello slogan: <strong><em>meno mostri e pi&ugrave; sorrisi. </em></strong>Grazie.</div>

di quando e come, a paco sanchez, andaron le palle di traverso

Incondominio e dintorni, cuentos su 27 ottobre 2008 a 11:22

<div align=”justify”>Ormai son passati tanti, troppi anni da quando Paco Sanchez mi si par&ograve; innanzi: &egrave; dunque venuto il momento di raccontarlo.<br />
Ero alla ricerca di due coinquilini che condividessero una stanza molto grande. Due maschi o due femmine, pensavo. Misi annunci un po’ dappertutto. Ricordo che avevo specificato &quot;no fascisti, no leghisti, no forzaitalioti&quot;. Quando mi chiam&ograve; Paco, studente in economia e commercio peruviano, non ebbi un attimo di esitazione, pensai OK, oltretutto ero impallinata per l’America Latina.<br />
All’epoca capitava di uscire con un paio di ragazzi brasiliani che mi affascinavano, oltre che per l’armonia dell’aspetto, anche per il loro modo di parlare melodioso: chi andava a immaginare che il Paco Sanchez fosse quel botolo che era, con la vociaccia, gli occhi bulbosi, e tenesse pure una decina d’anni pi&ugrave; di me? <br />
Ma non furono questi – ovviamente – i discrimini.<br />
Arriv&ograve; anche Pippi, oggetto di scambio tra me e un’amica, Lul&ugrave;, che cercava pure lei coinquilini/e. Io avevo rabastato un Erasmus spagnolo, Ignacio. Lei invece era stata contattata da Pippi che, pure lei gi&agrave; grandicella, lavorava e poteva quindi permettersi un affitto un po’ pi&ugrave; alto. Cosa che invece lo spiantato Ignacio non poteva fare. Ma non era quello il suo maggior difetto, mi fece poi sapere Lul&ugrave;: il buzzurro infatti gettava ogni mattina i cotton fioc nel cesso, e questa cosa l’aveva quasi ridotta alla follia.<br />
Al momento di spartirsi la camerona, Paco e Pippi si regolarono bene: spostarono anche dei mobili a far da divisorio tra i rispettivi letti. La convivenza per&ograve; fu difficile quasi da subito, infatti Paco era uso russare come dieci omaccioni; inoltre parlava nel sonno e, talvolta, ragliava. Gli bastava posare la testa sul cuscino, anche solo per un dieci minuti postpranzo, et voil&agrave;. La povera Pippi utilizz&ograve; tutte le tecniche in suo possesso per ovviare al problema, ma senza risultato alcuno. Paco, poi, negava tutto, e questo la inferociva ancor di pi&ugrave;.<br />
Facendo un passo indietro, bisogna dire anche che il peruviano s’era scoperto, una sera d’inverno, accrocchiato su una poltrona, avvolto da un plaid, con due bottiglie di latte a portata di mano (si sottoponeva spesso alla <em>cura de leche</em>), a inveire nei confronti di Fausto Bertinotti che parlava alla tiv&ugrave;. Su richiesta confess&ograve; di covare ideali d’estrema destra, e inoltre d’esser stato, in patria, un poliziotto.<br />
Che fare? Oltre a sparare la solita cartuccia: &quot;s&egrave;, di estrema destra, vallo a dire a un paio di naziskin e poi vedi che feste ti fanno&quot;, voglio dire. Gli feci notare che m’aveva ingannato, che sull’annuncio messo all’opera universitaria c’era una specifica: niente. Da quel momento Paco si trov&ograve; tra due fuochi. Da un lato me: avevo preso a detestarlo in silenzio. Dall’altro Pippi, che non vedeva l’ora di estrometterlo per poter regnare incontrastata nella camerona. Stavo comunque fuori dalle loro diatribe, anche perch&eacute; pensavo che essendo cos&igrave; tanto pi&ugrave; vecchi di me avrebbero potuto ben cavarsela da soli. Invece no. S’arriv&ograve; a dei parossismi, tipo il Paco che <em>in camera caritatis</em> mi scongiurava di aprire gli occhi, ch&eacute; Pippi in realt&agrave; era innamorata e mi voleva tutta per s&eacute;: il disgusto.<br />
Per fortuna s’intromise in tutto ci&ograve; la madre di Paco, decisa a traslarsi da Lima per vivere col figlioletto per qualche mese. Cos&igrave; l’ex policeman cerc&ograve; un altro alloggio. Prima di andarsene per&ograve; volle organizzare una cena con le sue future excoinquiline; ci prepar&ograve; un piatto tipico: zuppa di granelle piccantissima di peperoncino e zenzero. Per giorni aveva anticipato che saremmo morte, o almeno svenute, ingurgitando l’intruglio. Credo che l’intenzione – magari inconscia – del piccolo grande uomo fosse quella di farcela pagare, e pure tanto. Invece, purtroppo per lui, Pippi e dio superammo brillantemente la prova; cos&igrave; restammo a contemplare gli occhioni da varano di Paco versare lacrime incontenibili, mentre, cucchiaio dopo cucchiaio, si sforzava di mandar gi&ugrave; la minestrina di palle di toro.</div>

oh, insomma

Incondominio e dintorni, esiti resistenziali, madri su 24 ottobre 2008 a 13:54

<div align=”justify”>S&igrave;, di come stamattina mentre ero al bar siano entrati due tizi, uno dei due, il pi&ugrave; giovane, forse figlio del primo, con l’aria tonta, teneva l’addome in fuori e in mano un vecchio calcolatore enorme tipo 20×30 cm., si siano diretti al bancone e il pi&ugrave; vecchio abbia detto al gestore che eran l&igrave; per vender del formaggio, dall’accento ho dedotto che invece eran l&igrave; per riscuotere il pizzo; il gestore ha tergiversato, ha detto che non gli risultava di aver fissato un appuntamento con costoro, ha chiesto il nome dell’azienda (che il vecchio chiamava &quot;ditta&quot;), al che il tipo pi&ugrave; giovane ha passato il calcolatore al vegiu, che l’ha aperto come una 24 ore e ha tirato fuori un biglietto da visita che ha dato al gestur.<br />
<br />
E anche di come un amico m’abbia raccontato di un mese via con la nonna 97enne nel suo paese d’origine, che non &egrave; l’Itaglia, di come l’abbia portata anche, in barca, alla spiaggia dove andava lei da giovane, a pascolare le capre, per un sentierino scosceso che all’attuale verde et&agrave; non avrebbe pi&ugrave; potuto affrontare.<br />
Ho pensato al diario che ho chiesto a mio padre di scrivere, prima che scordasse tutto, e che ora ho qui in casa, e alla voglia di far qualcosa per mia madre, per renderla pi&ugrave; felice, e a come questa voglia si scontri con il suo desiderio di star tranquilla, e che per&ograve; insomma, per me esser felici &egrave; meglio, ma siamo diverse in questo, io preferisco la felicit&agrave;, lei la serenit&agrave;. In effetti non sono mai serena, son sempre tirata per i capelli da due signori col nome greco che quasi quasi non avrei voluto mai conoscere.<br />
<br />
E di come infine abbia adocchiato per la pubblica via torinese un poliziotto di Lima, rapato a zero, con quell’andatura lenta da scopa in culo e quella nuca rasata male coi rotolini di ciccia a ridosso del collo, Paco Sanchez, chiamiamolo cos&igrave;. E di come abbia finto di non vederlo, perch&eacute; non mi andava di rimembrare per l’ennesima volta i tempi in cui vivevamo inzieme.</div>

otorinco

Incondominio e dintorni, il peso della mole, pessimismo e fastidio su 18 settembre 2008 a 18:03

<div align=”justify”>E’ un periodo che mi sveglio prestissimo. Mesi, sono. Qualche volta ho anche preso delle gocce di sostanze addormentanti ma niente, mi sveglio lo stesso alle 4, massimo alle 5. Funziona un po’ meglio alzarsi dopo aver tirato gi&ugrave; qualche santo, e prendere le classiche 4 goccine di <a href=”http://it.wikipedia.org/wiki/Fiori_di_Bach” target=”_blank”>rescue remedy</a> in un po’ d’acqua. Dal che ho dedotto, a un certo punto, che deve trattarsi di un fatto psichico. O nervoso. Psiconervosomatico? Pah. Deduzione smentita durante la settimana in montagna, in cui mi svegliavo bellamente alle 7, certe volte anche alle otto e mezza. <br />
Quindi tornata qui a Torino mi son rimessa i tappi di cera, che avevo smesso, tanto mi pareva di svegliarmi comunque. E infatti. Ma non perch&eacute; non funzionino: qui dove abito io c’&egrave; talmente tanto casino che dovrei farmi anestetizzare i timpani per non sentire nessunissimo rumore. Prova ne sia il fatto che l’altra mattina, in piedi dalle 5 e mezza, e in piena attivit&agrave; visto che tanto dovevo prendere un treno solo (…) tre ore dopo, non mi sono accorta di aver tenuto i tappi nelle orecchie; e verso le otto, mentre mi stavo truccando e me ne sono resa conto, ho considerato che avrei potuto anche tenerli tutto il giorno. Anzi, visto che &egrave; l’ora di punta e sento dalla via uno strombazzamento continuo e dal cortile interno un martello pneumatico, quasi quasi me li metto anche adesso.</div>

l'odio nei confronti del tifo calcistico

Incondominio e dintorni, cuentos, italiano vero, pessimismo e fastidio su 23 giugno 2008 a 12:11

<div align=”justify”>Una roba scritta nel 2003 e che vien bene adesso per festeggiare la fine degli europei. <br />
Non odio il calcio ma non ci trovo granch&eacute;; mi annoia, quindi al limite posso dire che mi d&agrave; fastidio. Invece il tifo da ultr&agrave; mi fa proprio schifo (fatti non foste, ecc. ecc).<br />
Al tempo in cui postai ‘sta cosa qui sotto in un sito di scrittura del capperiello ci fu chi mi disse che avevo copiato Alex Drastico. Pu&ograve; essere, oppure pu&ograve; essere che augurare una serie di sfighe sempre pi&ugrave; impestate, a cerchi concentrici, sia un meccanismo mentale piuttosto comune in reazione a determinate situazioni. Situazioni di grande rottura di coglioni, presempio. Che poi, durante le olimpiadi invernali capitava di esser svegliata, sempre alle 4, da dei nordici ciucchi che cantavano le loro robe tradizionali (almeno credo) camminando sulla neve soffice, appena caduta. Dov’&egrave; il confine tra la poesia e lo sfrantumo di marroni, c’&egrave; chi pagherebbe per saperlo.<br />
A quel tempo il ristorante in questione era il preferito da Moggi, da l&igrave; il bailamme di juventini tronfi vincitori nella golden age pre-inculata 2006. <br />
<br />
<br />
<strong>L&rsquo;ODIO NEI CONFRONTI DEL TIFO CALCISTICO</strong><br />
<br />
Odio i tifosi perch&eacute; si ubriacano e gridano, li odio perch&eacute; rompono troppo i coglioni.<br />
<br />
Li odio soprattutto da che stanotte, anzi stamattina ore 4, l&rsquo;ultimo loro drappello usciva dal ristorante sotto casa mia intonando cori, saltando con frastuono e, in abbruttita apoteosi urlatoria, portando in trionfo a spalle un paio di lorostessimedesimi. <br />
<br />
Oggi, spero si becchino fior di multoni da vigili e ausiliari; oppure, se non prendono l&rsquo;auto in quanto guasta, che si decidano cristonando a salire su un bus stracolmo, obliterando un biglietto che per&ograve; gli scivola fuori dal finestrino aperto a gennaio, o si perde nei meandri laocoontici dell’umanit&agrave; viaggiante, o stinge per il sudore delle mani lumacoidi; insomma spero che quando arriva il controllore si prendano un megamultone e anche un cazziatone perch&eacute; nella distrazione si son seduti al posto del disabile, e siccome cercano di protestare e spiegare ma restano delle facce di culo, il controllore si convinca che &egrave; ravvisabile in ci&ograve; anche la fattispecie dell&rsquo;oltraggio a pubblico ufficiale quale egli &egrave; nel pieno esercizio delle sue funzioni, e chiami cos&igrave; la polizia municipale e quindi i cretinacci dei tifosi che stanotte inneggiavano sotto la mia finestra vengano inscatolati nelle auto della p. m. e portati alla sezione per accertamenti che durano cinque o sei ore almeno.<br />
<br />
Che poi quando escono siano inferociti, pesti e fetenti e in ritardo all&rsquo;appuntamento con una strafiga cui stanno sbavando dietro da mesi – e quindi fondamentalmente spaventati a morte in quanto pi&ugrave; inadeguati del solito dato lo stato pietoso, nonch&eacute; stanchi morti -, quando, quasi giunti in piazzetta, una serie di anziani figuri dai capelli gialli mesciati bluviul&egrave;t distrattamente dagli ultimi piani vuotino su quegli inutili cranii dei vasi da notte ricolmi di ogni umano secreto, e che in virt&ugrave; non gi&agrave; della distrazione ma bens&igrave; del Parkinson che rende le mani tremebonde sfuggano loro anche i contenitori stessi, e che essi vadano dolorosamente ma degnamente a coronare i cerebri di quei rincoglioniti stolidi e umiliati nel sentire la voce della strafiga &rsquo;&rsquo;ho pensato di venirti incontro un pezzettino&rsquo;&rsquo;, disgustata, &rsquo;&rsquo;per dirti che non posso fermarmi molto, anzi vado CIAO&rsquo;&rsquo; e sapendo che l&rsquo;unica occasione di avere un qualche labile contatto con lei &egrave; sfumata per sempre, per tutta l&rsquo;eternit&agrave;, cazzo, allora colti da raptus si tolgano il pitale dalla testa, lo scaglino al suolo urlando bestemmie, prendano un cassonetto e inizino a strattonarlo, mentre in quel medesimo istante gli occhi di tutti coloro che aperitiveggiano in piazzetta vadano ravvisando nel putrido sfigatone chi il proprio padre, chi il figlio, chi il fratello, chi il marito, chi il fidanzato, chi l’amico, chi il dipendente, e all&rsquo;unisono decidano in cuor loro di lasciarlo da allora in poi a un patetico futuro di emarginazione sociale, e che poi anzi un ennesimo vigile questa volta a cavallo, visto l&rsquo;atteggiamento vandalico nei confronti del cassonetto, gli appioppi l&rsquo;ennesima esorbitante sanzione, mentre la cavalcatura preda di un gravissimo attacco di dissenteria finisce di ricoprire di fecalomi la persona di quei maledetti tifosi che stamattina alle 4 mi hanno rotto cos&igrave; tanto, ma cos&igrave; tanto, i coglioni.</div>

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