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Facciamo delle clownerie?

Inargentina, condominio e dintorni, cuentos, delfini, esiti resistenziali, il peso della mole, sueños, viaggi su 19 aprile 2010 a 16:34

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<img alt=”argentina I 064″ src=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/04/a04c3d5d2d5c062adf1d06e4f115fe0e_medium.jpg” style=”margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;” /></p>
<p style=”text-align: justify;”>
Era un palazzo alto tra i palazzi alti, non un grattacielo, certo, ma un edificio a forma di ferro di cavallo, costruito a met&agrave; ottocento, col suo bel cortile interno; la simmetria dei tetti era stata interrotta negli anni settanta da un intervento di parziale sostituzione con un terrazzone cementato, sul quale affacciavano alcune soffitte con le porte – portefinestre, a esser precisi – addobbate da tende verdi, o in cannicciato, o in perline, oppure difese da un cancellino, per lo pi&ugrave; arrugginito. Gli abbaini dei due bracci opposti spuntavano dai tetti rimasti, e anche loro sfoggiavano tendine, grate, teorie di biancheria appesa fitta. Ovunque gli abitanti dell'ultimo piano avevano sistemato vasi di gerani, salvia e rosmarino e, sul terrazzo, accanto alle entrate delle mansarde, grandi contenitori di rampicanti.<br />In quel pomeriggio di sabato, Nina della mansarda 9 cucinava. Aspettava da giorni una telefonata e come spesso le accadeva impiegava il tempo roso dall'attesa inventando pietanze. Per ore aveva steso la pasta e inventato sughi e ripieni; il tavolo era ingombro di teglie di lasagne.<br />All'interno 15, Federico ritoccava d'azzurro e grigio un bianco angelo impressionista col cazzo di fuori tutto insanguinato e quindi rosso: buttata ai suoi piedi, una donna svenuta, o morta, dai vestiti scomposti. Era il suo quadro pi&ugrave; bello, quello in cui aveva profuso pi&ugrave; passione, e non poteva immaginare che sarebbe stato l'ultimo.<br />Anche Maria, dell'interno 21, dipingeva. Da tempo era ferma sullo stesso soggetto: un uomo moro, dalla pelle scura e luminosa, con gli occhi neri e i capelli lisci e lunghi, il volto di tre quarti; seduto a gambe accavallate, il torace nudo, un polso appoggiato sul ginocchio e, tra le dita, una sigaretta. Lo sfondo del quadro era una fantasia di gigli stilizzati rossi e porpora, una sorta di tappezzeria in penombra. Le pupille volgevano allo spettatore uno sguardo splendente e malinconico, ed era qui che Maria, sera dopo sera, si arenava. S&igrave;, perch&eacute; quello sguardo doveva contenere anche il disincanto, una presa in giro, un ricordo di sfida, e pure una domanda appena accennata.<br />Giacomo dell'interno 6, dei tre, era il pittore pi&ugrave; dotato. Padroneggiava da maestro la tecnica ma era in crisi creativa, cos&igrave; si dedicava a composizioni seriali, per lo pi&ugrave; nature morte. In quel momento era preso da zucche di diverse forme, grandezze e colori. Ogni paio d'ore di lavoro si faceva un t&egrave; e quindi spesso era costretto a usare il bagno, maledicendo l'et&agrave; della sua prostata.<br />Giovanna della soffitta 4, facendo le pulizie, aveva appena scoperto dietro al letto un buco nel muro, appena sotto il battiscopa: i calcinacci rilasciavano odore di muffa e la riportavano a Lisbona, nel Bairro Alto, e ai propri urli di fronte a una pensioncina; se n'era andata, infine, a sbollire in Largo do Carmo; al ritorno aveva chiesto scusa al ragazzo della pensione, che prima di darle una camera nuova si era infilato una mano sotto la camicia e, battendosi sul petto, aveva mimato il TUM TUM del cuore spaventato.<br />Maisa e Munira, le gemelle della soffitta 21, si rincorrevano sul terrazzo, mentre Najla, la madre, preparava la cena; aveva cosparso la terrina di hummus preparato il giorno prima con un trito di menta, prezzemolo e peperoncino. Dopo aver controllato il tajine, si accese una sigaretta e guard&ograve;, dalla finestrella dell'abbaino, gli alberi alti del corso, il verde del fiume e il ponte.<br />Consu e Zinha, nella soffitta senza numero, si preparavano all'uscita. Indossavano calze a rete rosse e viola sovrapposte, sandali in vernice di un viola pi&ugrave; scuro, con tacchi vertiginosi e plateau, top di pailletes rosse e nere; fumavano sigarette sottili e bevevano vodka in bicchieri alti e sottili; i culetti alti, dalle natiche sottili, erano inguainati in minigonne a fascia nere. Si stavano accapigliando per una parrucca blu cobalto, e alla fine ne vennero a capo, buttandosi poi sull'armamentario di ciglia finte, reggiseno imbottiti e boa di finto struzzo, ridendo e vociando una canzoncina inventata l&igrave; per l&igrave;, che parlava di una cittadina americana, Batton Rouge.<br />Il motivetto incrociava sul terrazzone il canto di Rosa, nella mansarda numero 18: .<em>.. scendi dalle stelle e vienimi a cercare</em>; suo figlio Giordi l'ascoltava, agitatissimo senza darlo a vedere, perch&eacute; il giorno dopo aveva la prima comunione.<br />Piermario, in boxer davanti al pc nel suo appartamentino mansardato e ristrutturato nuovo, era quasi ubriaco. Beveva dalle cinque per darsi il coraggio di fare una telefonata. In altra situazione, il sabato pomeriggio si sarebbe piuttosto girato una canna, ma aveva bisogno di essere audace e lucido; stava considerando la possibilit&agrave; di chiamare un amico per farsi portare un po' di coca; non aveva mai tirato, ma in certi casi.<br />Luigi, all'interno 3, veniva rimproverato; fissava la bocca della moglie, distorta nel ringhiare asprezze, e avrebbe voluto farle domande, ma non trovava le parole. Si sentiva vuoto e inutile, riusciva ad articolare solo qualche suono a caso, finch&eacute;, arreso a quell'impotenza, si lasci&ograve; andare sulla poltrona, sul cui bracciolo immediatamente salt&ograve; un gatto, che gli piant&ograve; gli occhi negli occhi e poi gli si acciambell&ograve; sulle ginocchia.<br />Altri abitanti dell'ultimo piano a ferro di cavallo vivevano quel tardo pomeriggio di sabato come sempre: Marco preparava le pizze per la cena con gli amici, Cecilia sceglieva il libro da portarsi prima a tavola su un legg&igrave;o, e poi a letto, insieme a una bottiglia, Roberto strepitava contro il figlio che andava male a scuola e contro la moglie che, si vedeva, non lo seguiva abbastanza. Altre famiglie si ricongiungevano, dopo la giornata di lavoro di altri padri e altre madri, ed erano voci alte, e alle volte risate, e musiche, e profumi e odori, il tutto amalgamato sul terrazzone e sopra il cortile interno: un insieme impalpabile e denso come una nube che si insinuava tra abbaini e portefinestre.<br />Arriv&ograve; allora – era quasi il crepuscolo – un uomo gi&agrave; d'et&agrave;, coi capelli quasi bianchi ondulati sulle spalle, vestito di stoffa tessuta a mano. Prese dei mattoni che si trovavano in un angolo del terrazzo, li dispose a cerchio, tir&ograve; fuori della legna che teneva in un grosso zaino. Fece un fal&ograve;. Si sedette a gambe incrociate e cominci&ograve; a emettere un suono di gola: pareva un grosso calabrone. Si avvicinarono prima le gemelle, poi Giordi, poi altri bambini, a formare un altro cerchio intorno a quello gi&agrave; esistente. &nbsp;<br />L'uomo non raccont&ograve; dei suoi viaggi; del volo delle tartarughe dal carapace di smalto colorato che, giunte da nord – nord ovest, s'erano fermate sulle loro teste, in fila indiana, e avevano partorito piccoli anche loro colorati, anche loro di smalto, che si erano messi a girare intorno a ognuna delle bestie pi&ugrave; grandi, per qualche minuto, per poi rimettersi una dietro l'altra e ripartire tutte insieme. Non disse di quando i due maestri coi pettorali di perline rosse gli insegnavano a volare, ridendo e prendendolo in giro per le sue capriole involontarie, le continue perdite d'equilibrio, il suo non riuscire a star per aria se non da seduto. Non disse neppure di quella volta che, dimentico dell'atto del respiro, stava rischiando di morire soffocato se non fosse arrivato, velocemente, l'altro caro suo maestro, in forma di delfino sorridente, a scuoterlo.<br />Semplicemente, butt&ograve; nel fuoco una manciata di &quot;qualcosa&quot; e parl&ograve;. Anche i bambini gettarono, a turno, p
iccole manciate di &quot;qualcosa&quot; nel fuoco. Mentre le fiamme schioccavano e prendevano vigore, sul terrazzo comune comparvero lunghi tavoli, sedie e i cibi di molti paesi che qualcuno aveva in casa. Alcuni si affaccendavano nei preparativi, altri osservavano. Consu e Zinha si avvicinarono al fal&ograve;, e anche loro vi buttarono &quot;qualcosa&quot;. Rosa e Cecilia piangevano e ridevano; Maria chiam&ograve; il quadro &quot;Perdono&quot; e lo consider&ograve; finito; Federico accolse la persona che aveva ispirato il suo angelo, dopo un'occhiata rapida si spavent&ograve; al punto da non riuscire pi&ugrave; a guardarlo. A Roberto venne la raucedine, e Piermario si vest&igrave; e usc&igrave; in fretta, che certe robe era meglio farle di persona; Luigi disse grazie alla moglie e s'avvi&ograve;, sereno, a trascorrere la sua ultima notte.<br />Nel crepuscolo lento, dalla nebbia scesa a coprire la citt&agrave; emergeva poco alla volta un arcipelago di tetti, comignoli, guglie di ponti, balconi e terrazzi, per non dire di qualche giardino pensile o piscina, e piccole luci. Aveva detto: <em>facciamo delle clownerie</em>. Forse era una donna? Chi anche se lo chiese, non impieg&ograve; molto a rispondersi che non era importante.</p>

… e altri animali

Indelfini, madrid su 27 marzo 2009 a 11:33

<div align=”justify”><a href=”http://littleumbrellas.splinder.com/” target=”_blank”>Gloriagloom</a> nei commenti al post precedente dice che gli metton tristezza i delfini ammaestrati.<br />
Io dir&ograve; che odio l’idea degli animali in cattivit&agrave;.<br />
Se per&ograve; un animale &egrave; fuori dal suo ambiente e costretto a stare in una situazione tipo zoo o delfinario, &egrave; meglio che sia addestrato. <br />
Gli animali in cattivit&agrave; sono sfigati, su questo non c’&egrave; dubbio. Allo zoo di Madrid ci stanno i rapaci incatenati ai ceppi, perch&eacute; se avessero la possibilit&agrave; di volare in uno spazio delimitato da una rete si farebbero male. Invece cos&igrave; se ne stanno tutto il tempo alla catena, salvo il momento dello show. Momento che per certi versi &egrave; anche buffo: se ci penso, gli animali addestrati degli zoo o dei delfinari sono, oltre che prigionieri, pure lavoratori. Poracci.<br />
Comunque, un delfino solo o con altri in vasca senza un cazzo da fare se la passa peggio di un delfino che ha il tempo occupato dall’addestramento, dai giochi liberi con gli addestratori e dagli spettacoli, tant’&egrave; vero che il primo rischia la depressione o la pazzia o, alla meglio, reazioni aggressive, il secondo molto meno.<br />
Probabilmente se non mi fossi interessata alla delfinoterapia non avrei mai fatto un corso sui mammiferi marini. Aspetto di vedere l&igrave; – al corso di DF, quando ci sar&agrave; – che succede. Le persone che ho visto a contatto con gli animali son creative, le bestiole vanno intrattenute prima che addestrate: bisogna interessarle, entrare in comunicazione; questi metodi non hanno nulla a che vedere col vecchio stereotipo dell’ammaestramento con la forza e la violenza e per&ograve; non sono fatti solo di rinforzi a base di pesce e robe da mangiare: c’&egrave; anche, e soprattutto, un aspetto relazionale da tenere in considerazione. <br />
Sull’addestramento degli animali domestici ci sarebbe tanto da dire, e per&ograve; non sono qualificata per farlo, accenno solo che dopo il corsino a Madrid mi son comprata un libello che si chiama (in spagnolo): <em>Non ucciderlo, insegnagli</em>. Che in italiano sarebbe <a href=”http://www.unilibro.com/find_buy/product.asp?sku=12094107&amp;idaff=0″ target=”_blank”>questo</a>. Attenti a voi, quindi, un giorno se mi gira vi addestro a vostra insaputa e non se ne parla pi&ugrave;.<br />
Che poi, anche noi umani, sembriamo funzionare meglio se (auto)discipinati o (auto)addestrati. Non &egrave; cos&igrave;?</div>

parti parti e ancora parti

Inciccipuccimucci, delfini, madrid, viaggi su 23 marzo 2009 a 16:32

<div align=”justify”>
<div align=”right”><em>post dedicato alla piccola <a href=”http://www.bravuomo.it/2009/03/18/ogni-scusa/” target=”_blank”>Ada</a><br />
</em></div>
<br />
Ebbene s&igrave;. Riparto il 7 per il Giappone. Lo scrivo qui, con largo anticipo, perch&eacute; magari avete qualche dritta da darmi, mi potete suggerire qualche meta imperdibile, che so. Visto che su Madrid eravate cos&igrave; ferrati, chiss&agrave; sul Giappone, chi sa.<br />
E il bello &egrave; che &egrave; un periodo in cui mai e poi mai lascerei la mia casina, me ne starei ore e secoli nel letto a leggere, sotto il piumone, che tra un po’ &egrave; da levare, il piumone, e io per&ograve; non dormo mai cos&igrave; bene come quando sto sotto il piumone, gi&agrave; lo rimpiango, ecco. Epper&ograve; c’era un’offertona, meno di 400 neuri a/r per Tokyo, come facevo a dir di no?<br />
Il viaggio a Madrid &egrave; andato bene, fatto salvo il gonfiore sovrannaturale che s’&egrave; impossessato delle mie estremit&agrave; inferiori, vuoi per il flamenco vuoi per le scarpinate. <br />
I piedi di <a target=”_blank” href=”http://digitalphilosophy.files.wordpress.com/2007/01/gargantua.JPG”>Gargantua</a> mi son venuti, e dopo tutta ‘sta fatica ancora non so muovere le braccia alla maniera flamenca. Una vergogna! <br />
Comunque. Ho trovato una <a target=”_blank” href=”http://www.elmundo.es/metropoli/2007/09/07/restaurantes/1189116055.html”>piazza</a> per leggere e mangiucchiare, dalle parti della Glorieta de Bilbao, zona Malasa&ntilde;a, che si chiama <a target=”_blank” href=”http://11870.com/pro/kibey-ii/map “>de Olavide</a>. Presempio, Kibey II ha tutto quel che si pu&ograve; desiderare, incluso un pulpo alla gallega buonissimo. Unico neo, non fa tapas ma solo raciones. Proprio di fronte, attraversata la piazza, c’&egrave; comunque La Oliva, che invece fa tapas e costa meno. Voglio tornare a Madrid con un po’ pi&ugrave; di calma, per starci almeno una settimana e andare a flamenco tutti i d&igrave;, e a teatro. Stavolta ho visto solo due film: Watchman e Hanami, entrambi in versione originale sottotitolata, entrambi bellissimi. <br />
<div align=”center”> <br />
<object height=”385″ width=”480″>
<param value=”http://www.youtube.com/v/uqiMLQPJUKA&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;color1=0×234900&amp;color2=0x4e9e00″ name=”movie” />
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<param value=”always” name=”allowscriptaccess” /></object> <br />
<br />
</div>
Che altro? Ho pure fatto un corso sull’addestramento dei mammiferi marini, a Madrid. Nasce cos&igrave;. Da una vita – da pi&ugrave; di 10 anni – serbo un inserto del Pa&iacute;s che parla di delfinoterapia per i ragazzini autistici. A Tenerife. A un certo punto la mia parte bambina necessitava questa cosa. Per&ograve; non trovo nulla, in loco. Solo un corsino di due giorni sull’addestramento dei mammiferi marini (delfini e orche, otarie, foche, ecc.), ma a Madrid. La parte bambina non &egrave; soddisfatta appieno, ma la parte un po’ pi&ugrave; cresciuta &egrave; invece attratta dalla possibilit&agrave; di prendere lezioni flamencoidi e inoltre di girovagare per negozi, in piena primavera. Le varie parti (compresa l’animale) si sono riunite felicemente all’ultima lezione di flamenco, luned&igrave;, giorno di partenza. Avevo la testa altrove, mi bastava una mosca per distrarmi e sbagliare tutto, finch&eacute; la maestra non ha aumentato il ritmo costringendomi a prestare attenzione, e non ho pi&ugrave; sbagliato, proprio come un’orca ballerina.<br />
<br />
p.s. ma lo sapevate che uno dei pi&ugrave; grandi addestratori mondiali di delfini ha iniziato vendendo hot dog davanti a un delfinario?</div>

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