detoni

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Ma tutto questo Alice non lo sa (ultimo, il ragno a sette zampe)

Inciccipuccimucci, esiti resistenziali, gatti, libri, madri, musa, treni, viaggi su 2 dicembre 2009 a 12:37

<div style=”text-align: justify;”><img alt=”alice cemak” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2009/12/e3de264e4320035c91a8d77a3aed6ccb_medium.jpg” style=”margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left;” />Sul treno per Torino mi addormento leggendo un <a href=”http://blog.libero.it/LaDonnaCamel/8013003.html”>bel libro</a> di <a href=”http://vibrisse.wordpress.com/002-giulio-mozzi/”>Mozzi</a> (di cui presto legger&ograve;, credo, <a href=”http://www.transeuropaedizioni.it/?Page=libro.php&amp;id_libro=73″>quest&rsquo;altro</a>; per il momento mi va bene d&rsquo;accostarmi a quest’autore cos&igrave;, lievemente) che parla molto di treni. Mi sveglia un CLANG secco e ripetuto proveniente dal sedile dietro il mio: sbircio e vedo una manina che batte e ribatte il coperchio dell&rsquo;ex posacenere. In breve facciamo conoscenza: Yasmine, due anni e mezzo, tutta vestita di rosa, &egrave; insieme alla madre, una bella ragazza con il foulard e gli occhi bistrati. <br />
La bimba si arrampica sul sedile accanto a me: le do un cartoncino colorato, le faccio le formichine sul braccio e nel collo e lei ride, sorpresa: quando esclamando <em>BEEP!</em> le tocco il naso &egrave; il massimo. La madre le chiede, in arabo, come si chiami quella parte del volto; <em>BUCA</em>, risponde Yasmine. <em>No, non &egrave; la bocca, &egrave; il naso</em>, corregge la ragazza, al che Yasmine, guardandomi interdetta, ripete <em>NAZO</em>.<br />
Entra nello scompartimento una <a href=”http://www.virtualstampclub.com/2006/06_mcdaniel_400s.jpg”>signora</a> anziana e grossa, avvolta in un cappottone blu, che si siede poco lontano da noi e ci osserva. Siamo quasi arrivati a Torino; mentre mi alzo e mi preparo a scendere Yasmine mi tende le mani; gliele stringo e mi accompagna dalla madre, alla quale spiega, un po&rsquo; a gesti e un po&rsquo; nel suo idioma personalissimo, che vuol venir via con me; cerchiamo di convincerla ch’&egrave; impossibile: continuo a salutarla, molti sorrisi, molti ciao con la mano, e infine quando sono quasi fuori dallo scompartimento la sento scoppiare in un pianto inconsolabile; la signora anziana e grossa mi passa accanto in quel momento e prima di scendere sussurra, sorridendo e scuotendo la testa: <em>Yasmine ti vuole. </em><br />
Passo un attimo da casa ed esco di nuovo a far la spesa. Piove. Mi assale un senso di colpa pensando che forse non mi sono congedata bene o a sufficienza; penso alla Musil, la mia gatta che ora sta dai miei: se prima di andar via per una o due settimane non la saluto, quando torno fa l’offesa e per un po’ non mi considera. Ripercorro gli ultimi minuti passati in treno e, per fortuna, mi autoassolvo.<br />
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E per&ograve; non &egrave; tanto bello quando la razionalit&agrave; deve accorrere a spiegare o a mitigare un sentimento o uno stato d’animo; preferisco che tutto scorra, e io sull’onda, o dentro l’onda: alle volte succede.<br />
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Ad <a href=”http://blog.libero.it/bartelio/”>Alice</a> che ora – credo – guarda il mondo dalla sua casina di vetro, auguro di provare presto e a lungo il calore e il profumo di quella pelle, il sapore di quel latte caldo, la luce che sta in un abbraccio e che, a ben vedere, &egrave; anche dentro di noi. Con quella luce, di partire alla scoperta del mondo, che non sar&agrave; tanto male, finch&eacute; ci saranno cartoncini colorati, treni da prendere, libri da leggere, e compagni di viaggio con cui giocare. Non saranno sempre umani – ch&eacute; i nostri simili son strani – ma &egrave; anche grazie all’inadeguatezza umana che possiamo avvicinarci alla natura; ripenso al pettirosso nella neve, al cane dipinto di blu, agli animali che nei momenti di scoramento appaiono e sanno distrarre, e quindi consolare; ultimo il ragno a sette zampe che viveva nella vasca da bagno (a forza di spostarlo quando dovevo far la doccia la zampina gliel’avevo rotta io): un mattino &egrave; ricomparso, inciccionito, da sotto la cassettiera. &Egrave; rimasto fermo per un po’ e poi &egrave; tornato sotto il mobile. Devo dire alla segnora di non passare l’aspirapolvere, l&igrave;.<br />
<br />
<span style=”font-size: smaller;”>(illustrazione di L. Cemak, <em>Attraverso lo specchio</em>, L. Carroll, edizioni <a href=”http://www.nuages.net/index.html”>Nuages</a>)</span></div>

Un istante blu

Ingatti, istanbul, viaggi su 9 ottobre 2009 a 20:54

<div align=”justify”><img width=”178″ height=”220″ style=”margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left;” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2009/10/34e7b82e988873e4e35762ae065136a8_medium.jpg” alt=”sultanahmet camii” />Tanto &egrave; durato il viaggio a Istanbul, anche se alla fine pareva di starci da un sacco di tempo.<br />
Adesso, per scrivere questo post, bastano pochi minuti: getto manciate di colori, a partire da un blu che si fonde col verde delle rive del Bosforo e tinge di riflessi l&rsquo;acqua grigia e lattiginosa che sfocia nel Mar Nero. Il Mar Nero! Il Mar Nero in quei giorni era un atto di fede, non si vedeva nulla oltre i due promontori, poteva esser mare, o cielo, o nebbia, ma quel che c&rsquo;era al di l&agrave; era Asia, indubitabilmente Asia, e la sentivo, la percepivo, cos&igrave; immensa e incomprensibile e per&ograve; non spaventosa; nel paesino di Anadolu Kavagi, l&rsquo;ultima tappa del barcone salpato alle dieci e mezza da Eminonu, mentre mi inerpicavo per raggiungere un castello diroccato ho incontrato una donna e le ho sorriso, ricambiata: la conoscevo, paffuta e senza collo, col suo foulard variopinto: una matrioska. Cos&igrave; come all&rsquo;uscita dalla piccola moschea di Santa Sofia, in un negozietto, ci mostravano dei caftani antichi, provenienti dall&rsquo;Uzbekistan, realizzati un centinaio d&rsquo;anni fa con seta cinese. E cos&igrave; come i commercianti parlano giapponese, russo, ma anche – sorprendentemente – italiano, oltre che inglese e spagnolo, e confermano nelle parole la fama della loro citt&agrave;, ponte e crocevia.<br />
Blu, blu allora, col bianco di trina dei capitelli nelle moschee, e delle piccole meduse intorno al battello, e una punta d&rsquo;oro, lama di sole che si fa strada attraverso il cielo di piombo e colpisce lo scafo di una nave, e decorazione di cupole e guglie. <br />
Blu &egrave; anche il cielo lunare, da favola – una favola che parla di una fanciulla rinchiusa in una torre su un&rsquo;isola in mezzo allo stretto -, il cielo che osserviamo, naso all&rsquo;ins&ugrave;, intorno alla gigantesca torre di Galata, nella citt&agrave; luminosa dei gatti, moltitudini di felini giovani e magri, spesso sfrontati oltre che affamati di cibo e di carezze. Anche gli uomini sono impudenti – e, pare, altrettanto inaffidabili -, a noi donne occidentali fanno carezze ovunque, ci rapiscono all&rsquo;interno dei negozi, ci massaggiano, ci prendono la testa e ci stampano un bacio sulla guancia come fanno i bambini; ma noi, dalla terrazza dell&rsquo;albergo, abbiamo visto alcune donne, velate, nel cortile verde della <a target=”_blank” href=”http://en.wikipedia.org/wiki/Sokollu_Mehmet_Pasha_Mosque”>moschea di Sokollu</a>, abbracciarsi e baciarsi, giocare, salire sugli sgabelli e ballare qualcosa di simile al twist. Gli uomini ci fanno complimenti, offrono t&egrave;, offrono se stessi, offrono anche, se venditori, sconti sulle merci nell&rsquo;ennesima contrattazione. Solo l&rsquo;ultimo giorno trovo il tono giusto per avere l&rsquo;ultima parola col tizio che dopo aver accettato una certa cifra per tre bottiglie di vino – non per me – sta ritrattando: <em>Pliiiis, pliiiiis, let the lady have her wine at the right price&hellip; </em>parlo un inglese molto opinabile ma la spunto, e il vecchio sogghignando compiaciuto tira fuori da sotto il bancone un barattolo con degli euro in moneta e ci d&agrave; il resto. <br />
Questa cosa della contrattazione mi sfianca, e a un certo punto sono anche troppo stanca per continuare a dire <em>no, non voglio niente</em>, oppure <em>sono di Torino</em> (vorrei un bel cartello al collo con la provenienza, anzi un bavaglino con su scritto NON BACIATEMI) a quelli che dai ristoranti urlano CIAO BELLA, e poi, quando ripassiamo, CIAO BELLA AGAIN.<br />
&Egrave; un&rsquo;attenzione continua e non molto gradita a chi viaggia cercando di dimenticarsi, ma &egrave; impossibile sfuggire e non ridere, quando anche dopo cena, levando lo sguardo, noto un tizio in cima a un palazzo che ci sorride e ci fa gesti; oppure quando, poco dopo, siamo rapite dall&rsquo;ennesimo micio e ci si avvicina un ragazzotto dicendo che lui ha un video proprio di quel gatto l&igrave;…<br />
Blu &egrave; il riflesso delle ciglia nerissime in certi occhi dalle pupille scure o verdi, il bianco splendente d&rsquo;azzurro: sono quasi tentata, ma &egrave; un attimo.<br />
E blu &egrave; anche l&rsquo;atmosfera dell&rsquo;ultimo giorno, quando, dopo aver visto il Topkapi, aspettiamo un kebab sedute fuori da un locale in piazza At, e osserviamo una giovane coppia fumare il narghil&egrave;, e un gruppo di persone giocare a backgammon; &egrave; domenica pomeriggio, e vorremmo restare l&igrave; per ore, pigramente, a parlare di quel che vogliamo ancora vedere, o a tacere aspettando di sentire la <a href=”http://www.youtube.com/watch?v=G46L0xT_Cfw” target=”_blank”>voce dei muezzin</a> in stereofonia. <br />
Blu e poi rosso: i fili di zafferano iraniano, i fili dei kilim sono color del sangue coagulato, mentre le mille bandiere che sventolano in citt&agrave; e sulle rive del Bosforo, e che ricordo di aver visto dalle isole del Dodecanneso, hanno una tonalit&agrave; squillante; forse indice, questa profusione dell&rsquo;emblema nazionale, di una paura di dissolversi. <br />
Rosso aspro di melagrana per dissetarsi, e poi ancora blu. Un colore che &egrave; nel nome occidentale di un posto magico, il primo che abbiamo visitato: la <a target=”_blank” href=”http://it.wikipedia.org/wiki/Moschea_Blu”>Sultanahmet Camii</a>. Sui tappeti rossi corre un bimbetto, solo: noi turisti stiamo al di qua della zona dedicata alla preghiera, mentre la luce si diffonde dalle vetrate e disegna ricami sulle pareti, rimbalza sugli archi e sulle colonne decorate con grazia finissima, esplode dalle corone di lampade, e Sultanahmet appare nella sua irrealt&agrave; di giardino di canditi spolverati di zucchero a velo, delicata materia cangiante come una cassa di <a target=”_blank” href=”http://it.wikipedia.org/wiki/Lokum”>lokum</a>*.<br />
&nbsp;<img style=”margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;” src=”http://files.splinder.com/7cd68b6b0e29fdc2325610c514146bba_medium.jpg” alt=”lokum” /> <br />
* che in inglese si dice <em>turkish delight</em>: a me han detto invece che sono un&rsquo;<em>italian delight</em>, che mi piace, e me lo tengo. E mi tengo il profumo penetrante delle collane di chiodi di garofano al gran bazaar, fino alla prossima volta.</div>

non dire gatto

Ingatti, istanbul, viaggi su 7 ottobre 2009 a 17:43

<div align=”justify”><em>Certi viaggi sono un po’ la prosecuzione di altri. Presempio a Barcellona ho comprato il koinobori che non ero riuscita a trovare in Giappone. Invece, in Sardegna gi&agrave; dal secondo giorno minacciavo il mio compagno di viaggio di abbandonarlo per un gattone grigio che appena vedeva me si buttava panza all’aria e quando incrociava lui </em><em>fuggiva a razzo. Detto fatto: a Istanbul mi son fidanzata. Quella citt&agrave; &egrave; piena di gatti magnifici, la pi&ugrave; parte socievole fino all’invadenza. Questo ronfino incontrato nel retro della <em>K&uuml;&ccedil;&uuml;k Ayasofya C</em><em>amii</em><em></em><em> </em><em></em><em></em><em>(piccola moschea Santa Sofia</em><em>)</em> m’&egrave; prima saltato in testa (da terra) e poi al collo (da un tavolino). <br />
<br />
</em>
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</div>

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