<div style=”text-align: justify;”><img alt=”alice cemak” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2009/12/e3de264e4320035c91a8d77a3aed6ccb_medium.jpg” style=”margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left;” />Sul treno per Torino mi addormento leggendo un <a href=”http://blog.libero.it/LaDonnaCamel/8013003.html”>bel libro</a> di <a href=”http://vibrisse.wordpress.com/002-giulio-mozzi/”>Mozzi</a> (di cui presto leggerò, credo, <a href=”http://www.transeuropaedizioni.it/?Page=libro.php&id_libro=73″>quest’altro</a>; per il momento mi va bene d’accostarmi a quest’autore così, lievemente) che parla molto di treni. Mi sveglia un CLANG secco e ripetuto proveniente dal sedile dietro il mio: sbircio e vedo una manina che batte e ribatte il coperchio dell’ex posacenere. In breve facciamo conoscenza: Yasmine, due anni e mezzo, tutta vestita di rosa, è insieme alla madre, una bella ragazza con il foulard e gli occhi bistrati. <br />
La bimba si arrampica sul sedile accanto a me: le do un cartoncino colorato, le faccio le formichine sul braccio e nel collo e lei ride, sorpresa: quando esclamando <em>BEEP!</em> le tocco il naso è il massimo. La madre le chiede, in arabo, come si chiami quella parte del volto; <em>BUCA</em>, risponde Yasmine. <em>No, non è la bocca, è il naso</em>, corregge la ragazza, al che Yasmine, guardandomi interdetta, ripete <em>NAZO</em>.<br />
Entra nello scompartimento una <a href=”http://www.virtualstampclub.com/2006/06_mcdaniel_400s.jpg”>signora</a> anziana e grossa, avvolta in un cappottone blu, che si siede poco lontano da noi e ci osserva. Siamo quasi arrivati a Torino; mentre mi alzo e mi preparo a scendere Yasmine mi tende le mani; gliele stringo e mi accompagna dalla madre, alla quale spiega, un po’ a gesti e un po’ nel suo idioma personalissimo, che vuol venir via con me; cerchiamo di convincerla ch’è impossibile: continuo a salutarla, molti sorrisi, molti ciao con la mano, e infine quando sono quasi fuori dallo scompartimento la sento scoppiare in un pianto inconsolabile; la signora anziana e grossa mi passa accanto in quel momento e prima di scendere sussurra, sorridendo e scuotendo la testa: <em>Yasmine ti vuole. </em><br />
Passo un attimo da casa ed esco di nuovo a far la spesa. Piove. Mi assale un senso di colpa pensando che forse non mi sono congedata bene o a sufficienza; penso alla Musil, la mia gatta che ora sta dai miei: se prima di andar via per una o due settimane non la saluto, quando torno fa l’offesa e per un po’ non mi considera. Ripercorro gli ultimi minuti passati in treno e, per fortuna, mi autoassolvo.<br />
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E però non è tanto bello quando la razionalità deve accorrere a spiegare o a mitigare un sentimento o uno stato d’animo; preferisco che tutto scorra, e io sull’onda, o dentro l’onda: alle volte succede.<br />
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Ad <a href=”http://blog.libero.it/bartelio/”>Alice</a> che ora – credo – guarda il mondo dalla sua casina di vetro, auguro di provare presto e a lungo il calore e il profumo di quella pelle, il sapore di quel latte caldo, la luce che sta in un abbraccio e che, a ben vedere, è anche dentro di noi. Con quella luce, di partire alla scoperta del mondo, che non sarà tanto male, finché ci saranno cartoncini colorati, treni da prendere, libri da leggere, e compagni di viaggio con cui giocare. Non saranno sempre umani – ché i nostri simili son strani – ma è anche grazie all’inadeguatezza umana che possiamo avvicinarci alla natura; ripenso al pettirosso nella neve, al cane dipinto di blu, agli animali che nei momenti di scoramento appaiono e sanno distrarre, e quindi consolare; ultimo il ragno a sette zampe che viveva nella vasca da bagno (a forza di spostarlo quando dovevo far la doccia la zampina gliel’avevo rotta io): un mattino è ricomparso, inciccionito, da sotto la cassettiera. È rimasto fermo per un po’ e poi è tornato sotto il mobile. Devo dire alla segnora di non passare l’aspirapolvere, lì.<br />
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<span style=”font-size: smaller;”>(illustrazione di L. Cemak, <em>Attraverso lo specchio</em>, L. Carroll, edizioni <a href=”http://www.nuages.net/index.html”>Nuages</a>)</span></div>
Archivio per la categoria ‘gatti’
Ma tutto questo Alice non lo sa (ultimo, il ragno a sette zampe)
Inciccipuccimucci, esiti resistenziali, gatti, libri, madri, musa, treni, viaggi su 2 dicembre 2009 a 12:37Un istante blu
Ingatti, istanbul, viaggi su 9 ottobre 2009 a 20:54<div align=”justify”><img width=”178″ height=”220″ style=”margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left;” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2009/10/34e7b82e988873e4e35762ae065136a8_medium.jpg” alt=”sultanahmet camii” />Tanto è durato il viaggio a Istanbul, anche se alla fine pareva di starci da un sacco di tempo.<br />
Adesso, per scrivere questo post, bastano pochi minuti: getto manciate di colori, a partire da un blu che si fonde col verde delle rive del Bosforo e tinge di riflessi l’acqua grigia e lattiginosa che sfocia nel Mar Nero. Il Mar Nero! Il Mar Nero in quei giorni era un atto di fede, non si vedeva nulla oltre i due promontori, poteva esser mare, o cielo, o nebbia, ma quel che c’era al di là era Asia, indubitabilmente Asia, e la sentivo, la percepivo, così immensa e incomprensibile e però non spaventosa; nel paesino di Anadolu Kavagi, l’ultima tappa del barcone salpato alle dieci e mezza da Eminonu, mentre mi inerpicavo per raggiungere un castello diroccato ho incontrato una donna e le ho sorriso, ricambiata: la conoscevo, paffuta e senza collo, col suo foulard variopinto: una matrioska. Così come all’uscita dalla piccola moschea di Santa Sofia, in un negozietto, ci mostravano dei caftani antichi, provenienti dall’Uzbekistan, realizzati un centinaio d’anni fa con seta cinese. E così come i commercianti parlano giapponese, russo, ma anche – sorprendentemente – italiano, oltre che inglese e spagnolo, e confermano nelle parole la fama della loro città, ponte e crocevia.<br />
Blu, blu allora, col bianco di trina dei capitelli nelle moschee, e delle piccole meduse intorno al battello, e una punta d’oro, lama di sole che si fa strada attraverso il cielo di piombo e colpisce lo scafo di una nave, e decorazione di cupole e guglie. <br />
Blu è anche il cielo lunare, da favola – una favola che parla di una fanciulla rinchiusa in una torre su un’isola in mezzo allo stretto -, il cielo che osserviamo, naso all’insù, intorno alla gigantesca torre di Galata, nella città luminosa dei gatti, moltitudini di felini giovani e magri, spesso sfrontati oltre che affamati di cibo e di carezze. Anche gli uomini sono impudenti – e, pare, altrettanto inaffidabili -, a noi donne occidentali fanno carezze ovunque, ci rapiscono all’interno dei negozi, ci massaggiano, ci prendono la testa e ci stampano un bacio sulla guancia come fanno i bambini; ma noi, dalla terrazza dell’albergo, abbiamo visto alcune donne, velate, nel cortile verde della <a target=”_blank” href=”http://en.wikipedia.org/wiki/Sokollu_Mehmet_Pasha_Mosque”>moschea di Sokollu</a>, abbracciarsi e baciarsi, giocare, salire sugli sgabelli e ballare qualcosa di simile al twist. Gli uomini ci fanno complimenti, offrono tè, offrono se stessi, offrono anche, se venditori, sconti sulle merci nell’ennesima contrattazione. Solo l’ultimo giorno trovo il tono giusto per avere l’ultima parola col tizio che dopo aver accettato una certa cifra per tre bottiglie di vino – non per me – sta ritrattando: <em>Pliiiis, pliiiiis, let the lady have her wine at the right price… </em>parlo un inglese molto opinabile ma la spunto, e il vecchio sogghignando compiaciuto tira fuori da sotto il bancone un barattolo con degli euro in moneta e ci dà il resto. <br />
Questa cosa della contrattazione mi sfianca, e a un certo punto sono anche troppo stanca per continuare a dire <em>no, non voglio niente</em>, oppure <em>sono di Torino</em> (vorrei un bel cartello al collo con la provenienza, anzi un bavaglino con su scritto NON BACIATEMI) a quelli che dai ristoranti urlano CIAO BELLA, e poi, quando ripassiamo, CIAO BELLA AGAIN.<br />
È un’attenzione continua e non molto gradita a chi viaggia cercando di dimenticarsi, ma è impossibile sfuggire e non ridere, quando anche dopo cena, levando lo sguardo, noto un tizio in cima a un palazzo che ci sorride e ci fa gesti; oppure quando, poco dopo, siamo rapite dall’ennesimo micio e ci si avvicina un ragazzotto dicendo che lui ha un video proprio di quel gatto lì…<br />
Blu è il riflesso delle ciglia nerissime in certi occhi dalle pupille scure o verdi, il bianco splendente d’azzurro: sono quasi tentata, ma è un attimo.<br />
E blu è anche l’atmosfera dell’ultimo giorno, quando, dopo aver visto il Topkapi, aspettiamo un kebab sedute fuori da un locale in piazza At, e osserviamo una giovane coppia fumare il narghilè, e un gruppo di persone giocare a backgammon; è domenica pomeriggio, e vorremmo restare lì per ore, pigramente, a parlare di quel che vogliamo ancora vedere, o a tacere aspettando di sentire la <a href=”http://www.youtube.com/watch?v=G46L0xT_Cfw” target=”_blank”>voce dei muezzin</a> in stereofonia. <br />
Blu e poi rosso: i fili di zafferano iraniano, i fili dei kilim sono color del sangue coagulato, mentre le mille bandiere che sventolano in città e sulle rive del Bosforo, e che ricordo di aver visto dalle isole del Dodecanneso, hanno una tonalità squillante; forse indice, questa profusione dell’emblema nazionale, di una paura di dissolversi. <br />
Rosso aspro di melagrana per dissetarsi, e poi ancora blu. Un colore che è nel nome occidentale di un posto magico, il primo che abbiamo visitato: la <a target=”_blank” href=”http://it.wikipedia.org/wiki/Moschea_Blu”>Sultanahmet Camii</a>. Sui tappeti rossi corre un bimbetto, solo: noi turisti stiamo al di qua della zona dedicata alla preghiera, mentre la luce si diffonde dalle vetrate e disegna ricami sulle pareti, rimbalza sugli archi e sulle colonne decorate con grazia finissima, esplode dalle corone di lampade, e Sultanahmet appare nella sua irrealtà di giardino di canditi spolverati di zucchero a velo, delicata materia cangiante come una cassa di <a target=”_blank” href=”http://it.wikipedia.org/wiki/Lokum”>lokum</a>*.<br />
<img style=”margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;” src=”http://files.splinder.com/7cd68b6b0e29fdc2325610c514146bba_medium.jpg” alt=”lokum” /> <br />
* che in inglese si dice <em>turkish delight</em>: a me han detto invece che sono un’<em>italian delight</em>, che mi piace, e me lo tengo. E mi tengo il profumo penetrante delle collane di chiodi di garofano al gran bazaar, fino alla prossima volta.</div>
non dire gatto
Ingatti, istanbul, viaggi su 7 ottobre 2009 a 17:43<div align=”justify”><em>Certi viaggi sono un po’ la prosecuzione di altri. Presempio a Barcellona ho comprato il koinobori che non ero riuscita a trovare in Giappone. Invece, in Sardegna già dal secondo giorno minacciavo il mio compagno di viaggio di abbandonarlo per un gattone grigio che appena vedeva me si buttava panza all’aria e quando incrociava lui </em><em>fuggiva a razzo. Detto fatto: a Istanbul mi son fidanzata. Quella città è piena di gatti magnifici, la più parte socievole fino all’invadenza. Questo ronfino incontrato nel retro della <em>Küçük Ayasofya C</em><em>amii</em><em></em><em> </em><em></em><em></em><em>(piccola moschea Santa Sofia</em><em>)</em> m’è prima saltato in testa (da terra) e poi al collo (da un tavolino). <br />
<br />
</em>
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