<p style=”text-align: center;”>
<span style=”color: rgb(0, 0, 0);”><strong><span style=”font-size: 14px;”><span style=”font-family: georgia,serif;”>Grazie al potere conferitomi da un sondaggio,<br />secondo il quale la mia natura spirituale sarebbe metà pagana e metà satanista,<br />e in virtù del fatto che gli animali tutti con gli umani hanno fin troppa pazienza,<br />e considerando inoltre che da tempo immemore si fanno santi,<br />se non i cani, sicuramente alcuni porci<br />e pertanto<br />- tutto questo è scandaloso -<br />i felini in odor di santità risultano ignobilmente sottorappresentati,<br /><br />VI ANNUNCIO<br /><br />di aver avviato la procedura di beatificazione della tuttora vivente Musil Petardazzi,<br /> qui ritratta nel giorno della sua prima comunione,<br /><br /><img alt=”" src=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/06/457901080_2c92bdd36a.jpg” style=”width: 500px; height: 375px; margin: 0pt auto 10px; display: block; text-align: center; border-width: 1px; border-style: solid;” /><br />allegra piccola badante meticcia giunta da Barriera di Milano (TO)<br />fin nelle sperdute lande monferrine (AL),<br />che non conoscono la civilizzazione<br />e forse nemmeno i croccantini light ai fegatini di pollo e mais.</span></span></strong></span><br /> </p>
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annunziazione
Inmadri, musa su 15 giugno 2010 a 21:17Ma tutto questo Alice non lo sa (ultimo, il ragno a sette zampe)
Inciccipuccimucci, esiti resistenziali, gatti, libri, madri, musa, treni, viaggi su 2 dicembre 2009 a 12:37<div style=”text-align: justify;”><img alt=”alice cemak” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2009/12/e3de264e4320035c91a8d77a3aed6ccb_medium.jpg” style=”margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left;” />Sul treno per Torino mi addormento leggendo un <a href=”http://blog.libero.it/LaDonnaCamel/8013003.html”>bel libro</a> di <a href=”http://vibrisse.wordpress.com/002-giulio-mozzi/”>Mozzi</a> (di cui presto leggerò, credo, <a href=”http://www.transeuropaedizioni.it/?Page=libro.php&id_libro=73″>quest’altro</a>; per il momento mi va bene d’accostarmi a quest’autore così, lievemente) che parla molto di treni. Mi sveglia un CLANG secco e ripetuto proveniente dal sedile dietro il mio: sbircio e vedo una manina che batte e ribatte il coperchio dell’ex posacenere. In breve facciamo conoscenza: Yasmine, due anni e mezzo, tutta vestita di rosa, è insieme alla madre, una bella ragazza con il foulard e gli occhi bistrati. <br />
La bimba si arrampica sul sedile accanto a me: le do un cartoncino colorato, le faccio le formichine sul braccio e nel collo e lei ride, sorpresa: quando esclamando <em>BEEP!</em> le tocco il naso è il massimo. La madre le chiede, in arabo, come si chiami quella parte del volto; <em>BUCA</em>, risponde Yasmine. <em>No, non è la bocca, è il naso</em>, corregge la ragazza, al che Yasmine, guardandomi interdetta, ripete <em>NAZO</em>.<br />
Entra nello scompartimento una <a href=”http://www.virtualstampclub.com/2006/06_mcdaniel_400s.jpg”>signora</a> anziana e grossa, avvolta in un cappottone blu, che si siede poco lontano da noi e ci osserva. Siamo quasi arrivati a Torino; mentre mi alzo e mi preparo a scendere Yasmine mi tende le mani; gliele stringo e mi accompagna dalla madre, alla quale spiega, un po’ a gesti e un po’ nel suo idioma personalissimo, che vuol venir via con me; cerchiamo di convincerla ch’è impossibile: continuo a salutarla, molti sorrisi, molti ciao con la mano, e infine quando sono quasi fuori dallo scompartimento la sento scoppiare in un pianto inconsolabile; la signora anziana e grossa mi passa accanto in quel momento e prima di scendere sussurra, sorridendo e scuotendo la testa: <em>Yasmine ti vuole. </em><br />
Passo un attimo da casa ed esco di nuovo a far la spesa. Piove. Mi assale un senso di colpa pensando che forse non mi sono congedata bene o a sufficienza; penso alla Musil, la mia gatta che ora sta dai miei: se prima di andar via per una o due settimane non la saluto, quando torno fa l’offesa e per un po’ non mi considera. Ripercorro gli ultimi minuti passati in treno e, per fortuna, mi autoassolvo.<br />
<br />
E però non è tanto bello quando la razionalità deve accorrere a spiegare o a mitigare un sentimento o uno stato d’animo; preferisco che tutto scorra, e io sull’onda, o dentro l’onda: alle volte succede.<br />
<br />
Ad <a href=”http://blog.libero.it/bartelio/”>Alice</a> che ora – credo – guarda il mondo dalla sua casina di vetro, auguro di provare presto e a lungo il calore e il profumo di quella pelle, il sapore di quel latte caldo, la luce che sta in un abbraccio e che, a ben vedere, è anche dentro di noi. Con quella luce, di partire alla scoperta del mondo, che non sarà tanto male, finché ci saranno cartoncini colorati, treni da prendere, libri da leggere, e compagni di viaggio con cui giocare. Non saranno sempre umani – ché i nostri simili son strani – ma è anche grazie all’inadeguatezza umana che possiamo avvicinarci alla natura; ripenso al pettirosso nella neve, al cane dipinto di blu, agli animali che nei momenti di scoramento appaiono e sanno distrarre, e quindi consolare; ultimo il ragno a sette zampe che viveva nella vasca da bagno (a forza di spostarlo quando dovevo far la doccia la zampina gliel’avevo rotta io): un mattino è ricomparso, inciccionito, da sotto la cassettiera. È rimasto fermo per un po’ e poi è tornato sotto il mobile. Devo dire alla segnora di non passare l’aspirapolvere, lì.<br />
<br />
<span style=”font-size: smaller;”>(illustrazione di L. Cemak, <em>Attraverso lo specchio</em>, L. Carroll, edizioni <a href=”http://www.nuages.net/index.html”>Nuages</a>)</span></div>
Inciccipuccimucci, musa su 4 febbraio 2007 a 09:38
<div align=”justify”><strong>Fannullo</strong><br />
<br />
Son qua, mentre aspetto che passi un’ora per lavarmi i capelli, farmi la doccia e uscire. Ho fatto l’impacco. Di olio di camelia. La musi ha già offerto tre presentazioni di codone pazzo (e alla fine disperato) mentre ero in cucina a preparare il caffè. Non considerata, piantava un MBOUUUUHH mezzo sdegnato e mezzo interrogativo e scappava, nascondendo la testa sotto un tavolinetto basso (ex ruota di macina indiana) convinta di non essere vista. Alle volte è sufficiente che da qui – dalla scrivania – o da dove mi trovo in quel momento simuli di essere il mostro orripilante agitando le braccia sopra la testa e facendo UAAAHHHHRGGG: lei prima fugge col codone, poi si riprende, si rifocilla e corre a farsi fare due coccole.<br />
Ora, mentre aspetto l’espletarsi dei magici effetti dell’impacco, dovrei passare l’aspirapolvere. Poi lavare i pavimenti. Ieri, complice un tocco di fumo che mi ritrovo per casa, non ho fatto esattamente nulla. Ho smesso per mancanza di sigarette, ma ora ne ho ritrovata una in un pacco che pensavo vuoto e quasi quasi…</div>
Inciccipuccimucci, musa su 31 gennaio 2007 a 09:05
<div align=”justify”><strong>Tanto pe’ postà</strong><br />
<br />
Bisognerebbe postare solo se si ha qualcosa da dire. Peraltro, sapendo che si posta solo quando si ha qualcosa da dire, si potrebbe obiettare: "Tutto lì quel che avevi da dire?".<br />
<br />
<img width=”200″ height=”150″ align=”left” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2007/01/malvinina.jpg” alt=”vispa” />Il tempo che passo in casa, qualsiasi cosa stia facendo, è intervallato da momenti di gioco con la <a href=”http://petarda.splinder.com/tag/musa” target=”_blank”>musil</a>. I giochi sono due.<br />
<em>Cordino rosso</em>: io lo agito e lei cerca di prenderlo. <em>Codone pazzo</em>: fa il codone, la gobba, si mette in punta di zampe e inizia a camminare lateralmente, facendo finta di essere terrorizzata (il gioco è iniziato un annetto fa: agitavo le braccia sopra la testa e facevo il vocione da mostro. Adesso non è più necessario). A quel punto devo rincorrerla. Se non gioco, mi guarda tutto il tempo come un cane supplichevole, oppure alla peggio lancia degli urli di disperazione: <em>MBOOUUHHHH</em>. Se invece gioco, dopo un po’ è molto felice e si butta con una capriola sul tappeto a pancia in su. La musil non accetta giochi che non siano interattivi. Le ho comprato mezza dozzina di babacini inerti, che lei non considera se non nei momenti di sclero in cui graffierebbe di tutto, e allora le butto un babaciu per non farmi rovinare una mano, e lei inizia a cercare di strappargli i tentacoli se polipo, le pinne se balenottero. Sennò non li guarda nemmeno. Si interessò solo a un topino di quelli che gli si dà la carica con un cordino attaccato a un anello; lei aveva imparato a tirare il cordino coi denti e a mettere in moto il topolino; però a forza di dai e di dai ha strappato l’anello e il cordino è stato risucchiato all’interno del topo. <br />
<br />
Agli aficionados di Mino: ormai appurato che vi sia stata una sostituzione tra lui e Paul dei Beatles, leggete un po’ <a href=”http://skowronek.splinder.com/post/9360931/C%27%C3%A8+una+speranza+per+tutti” target=”_blank”>qua</a>.<br />
</div>
Inesiti resistenziali, musa su 6 febbraio 2006 a 19:27
<div align=”justify”><b><span style=”FONT-SIZE: 11pt”><font size=”2″>Gatto di Natale</font></span></b></div>
<div align=”justify”><font size=”2″> </font></div>
<div align=”justify”><font size=”2″><b><span style=”FONT-SIZE: 11pt”><font size=”2″>Ingredienti</font></span></b><span style=”FONT-SIZE: 11pt”><font size=”2″>: un gatto annoiato, un lungo corridoio, un pouf o una sedia imbottita</font>.</span></font></div>
<div align=”justify”><font size=”2″> </font></div>
<div align=”justify”><span style=”FONT-SIZE: 11pt”><font size=”2″>Cominciate a terrorizzare il gatto emettendo suoni profondi e agitando le mani sopra la testa finché non monta una coda enorme e fugge. Inseguitelo e, se occorre, stanatelo costringendolo a correre lungo il corridoio per almeno un chilometro. </font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”FONT-SIZE: 11pt”><font size=”2″>Quando sarà stanco, acciuffatelo e sbattetelo sul pouf di fianco o a pancia in giù, e impastatelo facendolo rollare; alternate con leggere manate a palmo aperto sul dorso e sul posteriore. </font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”FONT-SIZE: 11pt”><font size=”2″>Nel far ciò, appellatelo soavemente, se maschio: gingolbello, bluttone, talpotto, salame in barca, vitellozzo, orsino, vialone nano, pulciotto, topesio, rospinio; se femmina: zimbella, pulcinetta, amorella, criciotta, musella, mozzarella in carrozza, cicciuni, bradamanza, zampona, ermellina.</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”FONT-SIZE: 11pt”><font size=”2″>Sarà pronto quando le fusa si diffonderanno per tutta la casa.</font></span></div>
Incuentos, gadole, musa, pessimismo e fastidio, sueños su 16 ottobre 2005 a 11:41
<p align=”justify”><font color=”#993300″ size=”2″><strong>Non hai mai voglia di tornare a casa?</strong></font></p>
<p align=”justify”><font color=”#993300″ size=”2″>- Quando hai riso, stavolta?<br />
<font size=”2″>- Oh, al primo matrimonio quando Hugh dopo la figuraccia con l’amico cornuto d</font><font size=”2″>à</font><font size=”2″> le capocciate contro una piglia e una signora lo fissa e lui cerca di essere affabile e lei fugge sdegnata…<br />
- Ah s</font><font size=”2″>ì</font><font size=”2″>!</font><br />
- E ho osservato meglio le mosse del fratello di Fiona durante tutto il film, meritava… e poi ai titoli di coda… c’era <em>mad old man</em>! Sono morta. Vecchio pazzo… ahah.<br />
- Ma <em>era </em>pazzo! Quando entra in chiesta al matrimonio di Charles e il babbione del fratello di Fiona l’avvicina e gli chiede <em>sposo o sposa </em>e lui lo fissa con quegli occhi da bulldog incazzato e risponde: <em>senta giovanotto, è chiaro che non sono né lo sposo né la sposa</em>… ahahah! E a tavola con Charles? Troppo forte.<br />
<font size=”2″>- E il discorso di Charles </font><font size=”2″>poco dopo, quello mi fa sempre morire… </font><font size=”2″>E quando hai pianto?</font><br />
- Allora… quando si baciano la prima volta, dopo che hanno scopato la seconda volta, quando muore il grosso gay al matrimonio di lei col vecchio. E sai perché?<br />
- Me l’immagino…<br />
- Sempre il non rendersi conto e il non riconoscimento… quel tapino del suo fidanzato che fino a un momento prima rideva del discorso della sposa e fino a cinque minuti prima flirtava per gioco con un pastore…<br />
- Che tristezza… era l’unico a non essersi accorto che il suo moroso stava crepando…<br />
- Non ne sapeva nulla! Un’escalation di sofferenza, al funerale del gayone singhiozzavo, quel poveraccio che viene presentato dal prete come il migliore amico di quello morto che invece era l’amore della sua vita! Mia madre dormiva e la gatta che fino a un momento prima era sulle sue ginocchia ha traslocato sulle mie per consolarmi, ciccia…<br />
<font size=”2″>- Che teeeneraaa! Io invece… ai titoli di coda, quand’</font><font size=”2″>è arrivata la foto di Fiona col principe Carlo, mi si è</font><font size=”2″> stretto il cuore.</font><br />
- Sai che, guardandoli bene, nessuno in quelle foto aveva un’aria davvero felice? </font></p>
<p align=”justify”><font color=”#993300″ size=”2″><font style=”COLOR: rgb(255,102,0)” size=”2″>Acca due otto? Acca due otto? Pronto: qui accadueotto. Sono sommersa da libri di chimica, tra squadre e righelli, nel caldo vuoto e senza sentimenti della casa di quando sono bambina. Pronto, s</font><font style=”COLOR: rgb(255,102,0)” size=”2″>ì, pronto. Tuo padre è agrimensore? Non so, forse questi righelli… Tuo padre è agrimensore? Sì</font><font style=”COLOR: rgb(255,102,0)” size=”2″>.</font><span style=”COLOR: rgb(255,102,0)”> </span><br />
</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#993300″ size=”2″>Precipito. <br />
</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#993300″ size=”2″><font size=”2″>- <em>Ich bin ein kleines Mädchen</em>. </font><font size=”2″>È</font><font size=”2″> giusto?<br />
- S</font><font size=”2″>ì, rispondo alla bambina seduta alla scrivania. Davanti a lei c’è un ragazzo moro coi dread. Non devo fare io la traduzione, per fortuna. Ma quella sono io o è mia figlia? È </font><font size=”2″>bella, con la testa un po’ inclinata sul quaderno, e una luce rossa che le illumina i capelli raccolti a coda di cavallo.</font> <br />
</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#993300″ size=”2″><font size=”2″>Nella vecchia casa, al piano terra, c’</font><font size=”2″>è una stanza che non è di nessuno. Sarebbe dello zio Giovanni, che però è morto, così come è morta sua madre, mia nonna Maria, cui la casa appartiene. In quella stanza ci devo dormire, e vado nella camera accanto per prendere le lenzuola. Attraverso uno stanzone buio senza pavimento, con delle piccole finestrelle alte. Ci sono aggeggi di metallo e di legno, tutti impolverati; rottami sospesi, oscillanti: assemblati strani e forse dotati di vita propria come certe robe di Tinguely. Nella penombra estiva, un signore verde: è una pianta di pisello, con la foglia per cappello. Il Lillo, bastardino nero e bianco </font><font size=”2″>dipinto di blu da me accovacciata su uno sgabellino.<br />
Se esco, so di trovare un cancello arrugginito, e poi l’albicocco frondoso che fa la guardia all’orto della nonna, dove gioco col Bicio e coi suoi cugini milanesi antipatici, Sara e Dimitri, e con due miei cugini anche loro di Milano e anche loro un po’ antipatici. In fondo all’orto c’</font><font size=”2″>è un pozzo nero in cui quello sbruffone di Dimitri è sprofondato fino al collo. Noi ridiamo, ride anche sua sorella. Lui ne esce senza uno straccio d’aiuto da parte nostra, tutto lordo e puzzolente, e scappa piangendo a casa dalla nonna. Dietro all’orto, dopo il pozzo nero, corre un sentierino che, se preso a destra, costeggia gli orti di altre case. La prima è quella della Luisina, la piccoletta che ha sei anni meno di me, a cui rubo sempre dei giochi, la seconda quella di Bicio, nella cui corte si trema quando ci mette piede il Giustino, grande enorme e cattivissimo, per ricattarci, poi ci sono quelle di Piera – una bambina con le adenoidi e l’acetone a cui do il tormento, e di Manuela coi ricci biondi, con cui mi abbraccio e mi bacio sul divanetto al piano di sotto di casa sua, sotto gli occhi di sua madre. Ma è vero che dandosi i baci si fanno i bambini? Piera e Manuela sono amiche tra loro prima che mie, e mie compagne di scuola. Di orto in orto il sentierino porta sulla statale per Casale. Se dall’orto si prende a sinistra, la striscia sottile coperta d’erba passa dietro ai campi di meliga, pieni di bestie strane e colorate che neanche in Africa, e finisce su un’altra strada. Un tratto sull’asfalto e poi sulla destra c’è un altro sentiero ghiaioso che porta alla Bulla. Che è</font><font size=”2″> una pozza d’acqua stagnante con tanti pioppi intorno.<br />
Ma non esco. Vado a prendere le cose per fare il letto nella camera dello zio Giovanni. Ecco, in una stanza che prima non c’era, un letto di legno a baldacchino e un armadio che apro per prendere un copripiumino bianco ricamato e due cuscini di piuma. Profumo forte di lavanda. C’è anche una televisione nell’armadio, danno <em>I 400 colpi</em>, e mi fermo a guardarlo. Sul letto sento che c’</font><font size=”2″>è qualcuno, sotto un involto di coperte: è Gadole. Guardiamo il film. I genitori se ne sbattono del povero Antoinetto! Ogni tanto il groviglio di stoffa si muove. Il film non è ancora finito e io mi alzo per andare a fare il letto. Allora vedo che piano piano Gadole emerge dalle coltri e mi si avvicina lento. Ha la testa e la faccia fasciate di cotone turchese, come un tuareg. Quando è vicino vicino gli prendo il capo tra le mani e inizio a togliere la benda, e gradualmente appare il viso di Gadole: è sfigurato, gonfio, pieno di cicatrici. Anche gli occhi sono cambiati di colore: non più azzurri, marròn. E sono tanto stanchi. A fatica si alza e si toglie le ultime fasciature, mi sta davanti ed è</font><font size=”2″> curvo, storpio, con un fianco rientrante e piegato su se stesso.</font><br />
- Puoi stare quanto vuoi, ma non puoi fermarti per la notte, mi dice.<br />
- Va bene, dormo nella casa qui vicino…<br />
Non vedo l’ora di andarmene. <br />
</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#993300″ size=”2″><font style=”COLOR: rgb(255,102,0)” size=”2″>Sono di nuovo in mezzo alle squadre e ai righelli. Tuo padre </font><font style=”COLOR: rgb(255,102,0)” size=”2″>è agrimensore? No! Acca due otto, acca due otto… Ma va, è</font><font style=”COLOR: rgb(255,102,0)” size=”2″> acca due o! Li vedi o no i due atomi che si tengono per mano con quell’altro un po’ diverso?</font><br />
</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#993300″><font size=”2″>Mi sveglio per via del camion della nettezza urbana. Stanotte ho abortito Gadole e adesso sono orfana, ho un sapore brutto in bocca e la melma nel cuore e nel cervello, forse Gadole stava </font><font size=”2″>buttato in un cassonetto e l’hanno portato via. Ma è possibile che io lo ami per il suo aspetto fisico? Che non riesca a togliermelo dalla mente non per la sua anima splendente e la sua versatilità artistica e il suo quoziente intellettivo abnorme e il suo amore per la speculazione filosofica e il suo odio per il calcio e tutta una serie di altre cose meno oggettive, ma solo perché è bellissimo? Il sogno mi preoccupa. I sogni con Gadole vogliono sempre dire qualcosa di reale, per esempio prima di uscire insieme la prima volta – nove anni fa – lo sognavo tutte le notti che mi portava in case diverse, di stanza in stanza, tenendomi per mano. Oppure qualche mese dopo, mentre scopava con un’altra, sognai che se ne sguazzava in mezzo a tanti preservativi colorati, come Paperon de’ Paperoni tra i dollari, ma mi telefonava per dirmi di stare tranquilla, che tanto della tizia non gliene fregava niente. Ah. Quel che so è che <em>Quattro Matrimoni e un Funerale</em> è un ansiolitico per chi vive storie sparpagliate con un uomo che non si fa sentire per un sacco di tempo, e a sua volta non facendosi viva per anni. In mezzo si fa, si vive, si muore. Poi si torna. Magari. Magari no. Che poi, si torna dove? La Bulla non esiste più, se non nei sogni di noi bambine e bambini d’allora. Ci sono stata in motorino una quindicina d’anni fa: niente più stagno verde, niente più pioppi. Solo campi al sole. La terra più nuda, come la mia mente in quel momento, e più indifesa.</font></font></p>
<p align=”justify”><font color=”#993300″ size=”2″></font></p>
<p><img height=”290″ alt=”" width=”460″ align=”middle” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2005/10/eternalsunshine.jpg” /></p>
Inmusa, pessimismo e fastidio, sueños su 7 ottobre 2005 a 18:01
<div style=”COLOR: rgb(153,51,102); FONT-FAMILY: arial; TEXT-ALIGN: justify”><font size=”2″><font face=”Tahoma”><font color=”#800000″><span style=”FONT-WEIGHT: bold”>Di sogni e d’amor desto, un poco, dirò</span><br />
<br />
<br />
Mentre di notte nella casa nuova dei miei sogno di stare in un bagnetto nuovo accessibile a me sola, e lì sdraiata nel piatto doccia con le gambe per aria fare tante cose divertenti con una tartarughina viva in gomma tutta colorata chiara, di giorno nella casa nuova disfo gli scatoloni, e saltano fuori i diari del liceo, e anche il diario non di scuola che in quarta scrivevo e poi ogni tot settimane scambiavo con Ilaria, che nel frattempo avendo fatto magistero era già finita al confino padovano, causa facoltà di psicologia, e che narrava, anche, del primo fidanzato serio, che adesso ha 45 anni, è separato e sta con una ventenne. Poi alle volte mi stanco e mi butto sul letto e da lì osservo un tetto in coppi rossi dotato di casina per piccioni (ovvero un megacoppo la cui reale funzione mi sfugge) e il piccione che sotto di esso si ripara dalla pioggia battente. L’</font></font><a style=”FONT-WEIGHT: bold; FONT-STYLE: italic” href=”http://petarda.splinder.com/tag/musa”><font face=”Tahoma” color=”#800000″>aMorella</font></a><font face=”Tahoma”><font color=”#800000″><span style=”FONT-WEIGHT: bold; FONT-STYLE: italic”> </span>mia bella da sotto le mie ginocchia ripiegate ronfa, e si verifica un’ondata di transitività tale per cui il pidgeon sotto il coppo è come la Musa sotto le mie ginocchia, che è come me sotto il tetto di questa casa nuova benedetta. Così sto.<br />
<br />
Oppure sto anche nella casa vecchia di me, in quest’altra città, e quel che potrei sognare qui in realtà forse lo faccio, ma non oggi. Sta di fatto che oggi, invece, sogno ad occhi aperti dal letto; qui, anzi, rifletto sull’amore e sugli amanti. Decido che non è vero amore quello che non s’apra in gesta epiche, eroiche e iperromantiche. <br />
E bon.<br />
Ascoltando in un </font></font><a style=”FONT-WEIGHT: bold; FONT-STYLE: italic” href=”http://www.eternalsunshine.com/”><font face=”Tahoma” color=”#800000″>bel film</font></a><font face=”Tahoma” color=”#800000″> <span style=”FONT-STYLE: italic”>Everybody’s got to learn sometime </span>mi ricordo di una festa di carnevale in prima liceo, in cui ballavo con un mio compagno dalle tette finte in plastica, durissime, che si è ammazzato una decina d’anni fa d’overdose, oppure con un altro mio compagno così svagato e bello (tuttora bello e svagato, nonché gay). Ora vado a casa di una mia amica e coetanea che è sempre più depressa, e ogni tanto senza volerlo piange in pubblico. Mi sembra che siamo, a occhio e croce, una generazione di sfigati senza capo né coda. Lo eravamo anche allora, nessuno di noi riusciva ad andare a vedere <span style=”FONT-STYLE: italic”>Il tempo delle mele </span>con qualcuno che realmente le/gli interessasse. Eravamo spesso oggetto di dichiarazioni d’amore da parte delle persone sbagliate. Se anche per uno strano caso ci fidanzavamo con le persone giuste poi finiva tutto in vacca lo stesso, e di ciò non potevamo che accusare la nostra e l’altrui stupidità. Pensavamo che cambiare pettinatura sarebbe stato risolutivo per il nostro stato di sfigataggine perenne. E non è vero che non è cambiato niente da allora, se oggi almeno possiamo apprezzare il buon vino e amare il tartufo, che vent’anni fa ci facevano schifo. Siamo diventati così decadenti, e dunque per questo fatto ancora più sfigati, perché la vera decadenza non l’abbiamo vista mai, e adesso siamo precipitati direttamente in questo neomedioevo di merda. Ciò significa tra le altre cose che non avrò la più remota possibilità di andare a cena con Gadole e se ci gira metterci ignudi a scopare sul tavolo o, al limite, dato che forse non vedrò Gadole nunca màs en toda mi vida, vuol dire che non avrò mai l’autorizzazione ad aprire un posto del genere, ovvero un loco in cui bevete del vino buono, mangiate il tartufo, e se vi gira poi lo fate sul tavolo, oppure sotto il tavolo, o sul triclinio su cui - vecchie volpi – avete scelto di adagiarvi, o anche nel bagno dotato almeno in parte di moquette. Che palle, no?</font></font></div>
Inesiti resistenziali, musa, ninfe, treni su 2 settembre 2005 a 18:02
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″><strong>E’ il mondo che deve cambiare, non tu</strong></font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″></font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″>Oggi il vezzoso <em><a href=”http://petarda.splinder.com/post/4994677″>Minuetto</a></em> è stato sostituito da una spartana littorina sobbalzante, priva – ovviamente – di aria condizionata, ma riverniciata a dovere, e dai sedili non in legno, bensì imbottiti e foderati di bella e calda stoffa blu cobalto con tante effine verdi ricamate. Salgo che il treno è ancora fermo al binario. Mi si avvicina una ragazza che, mostrandomi un chilometrico da un euro e trenta cent, mi chiede fino a quale stazione potrebbe arrivare. Le dico che non lo so, e di rivolgersi al ferroviere che sta appunto seduto sulla panchina davanti al treno, e che vediamo dal finestrino. La ragazza, sui trenta, carina in quanto bionda, occhi grandi, belle forme messe in risalto da una maglietta blu aderente color sedili della littorina e un gonnellino bianco da tennista, unico neo la pelle con esiti acneici, ma vabbé, questa ragazza, dicevo, mi sembra un po’ strana. Poco dopo osservo la scena che segue: Blondie tennista approccia il ferroviere sbracato in panchina, senza sandali e pertanto a piede libero, col riporto sverso e lucido di sudore e sebo, chiedendo che cosa ne può fare del biglietto da 1.30, gesticolando come chi nulla può contro le bizzarrie della vita ed esibendo una mimica facciale acconcia alla circostanza, ovvero sopracciglia sconsolate/sorprese e labbra un po’ imbronciate e un po’ sorridenti, da bimba. Come a voler significare che questi nostri treni, queste nostre tratte, questi nostri biglietti a questi nostri prezzi, sono proprio strani. Loro. Noi. Che non sia italiana? Il ferroviere, che nel frattempo è stato raggiunto da un paio di colleghi, perde l’aria da burocrate in svacco e concede a Blondina uno sguardo comprensivo; l’asseconda nel suo gioco <em>siamo strani, è strana questa vita, t’à propi rason</em>, e la fa salire, non capisco per quale destinazione. Io dal treno rido. Gli rido pure in faccia, a lui e ai suoi colleghi. Penso che per gli uomini la donna bambina è così rilassante. Una specie di oasi. (Ora è passato il controllore bofonchiando <em>as drobu nanca al porti, porca vaca</em>, mentre una signora anziana confessa a Blondie, in camera caritatis, di essere terrorizzata dall’elevatissima velocità che un interregionale può raggiungere. Forse non parla dei treni italiani. La ragazza fa un commento sull’Alta Velocità che il frastuono della littorina, rombante a pieno regime, non mi consente di cogliere.)</font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″>Com’è, come non è, ho appena cominciato a leggere <em>La follia che viene dalle ninfe</em> di Calasso, e decido che Blondie è un po’ ninfa. Una ninfa, una <em>fonte dalle belle acque</em>, che ti attrae, ti fa riposare, ti incanta, e poi magari ti fotte, o magari no. Qualche bugia però te la dice, perché è birichina. Oppure ti mente perché si è arrabbiata, perché hai invaso il Suo Mondo.</font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font color=”#999999″><font size=”2″><em>E tu da dove vieni? </em></font><font size=”2″>Sento il controllore chiedere a una tipa che sta seduta dietro di me, e che quindi non posso vedere, <em>Colombia, Madagascar? Marocco</em>, risponde illa, e lui: <em>In Marocco è un po’ meglio che qui, vero? Un po’ meglio. </em>E lei: <em>No, non è meglio</em>, e mi sembra di vederla che scuote la testa. </font></font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″>Forse questo viaggio è un’epitome, ma non so di che, non essendo il povero Port del <em>Tè nel deserto</em>. La littorina si ferma, sbuffa, e tremolante riparte a ogni piccola stazione, e io continuo a pestare i tasti del portatile, a mirare incantata fuori dal finestrino i paesaggi di un’estate nordoccidentale ormai sfiorita, e a pensare alle Muse che – forse – hanno preso il posto delle Ninfe sull’Elicona, e alla mia <em><a href=”http://petarda.splinder.com/post/4735331″>Musa</a> </em>scemolina che non si fa tagliare le unghiòle ma si lascia annodare al collo un nastro rosso, e che non capisce mai quando parto e poi rimane immagonata ma solo dal secondo giorno della mia assenza, e poi ai campi di meliga ai lati della ferrovia, uguali a quelli in cui m’infilavo da bambina ed era come esplorare un mondo, un MioMondoproprioMio, che come tanti altri mondi ho un po’ perso di vista negli ultimi trent’anni.</font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″>Opportunamente la ninfa sta illustrando al controllore le bellezze di Saturnia, con pozze e conche e cascatelle di acqua calda termale, ed è così giusto, e so che quell’uomo si sta immaginando – difatti – la Blondie sirena che sguazza e si spruzza nelle vasche naturali e si tuffa e riemerge in e da esse, e so – anche – che quell’uomo sta pensando di essere un tritone d’acqua dolce, un salamandrino birbantello in vena di scherzi, ma poi si riscuote, si alza e inizia a controllare i biglietti e mi rendo conto di aver fatto una vaccata. Ovvero, ho timbrato un biglietto Torino – Casale invece di uno Casale – Torino, e temo che mal me ne incoglierà. Già successo: proibitissimo, e foriero di inimmaginabili sanzioni. Non ho mai capito perché e non ho mai trovato un ferroviere che me lo sapesse spiegare: il numero di chilometri è lo stesso. Ma il controllore, qui, si dimostra ancora una volta pervaso dal buonsenso, dunque mi scrive una roba in calligrafia ferroviaria sul biglietto, ad uso di un eventuale collega troppo zelante. <em>La rangiuma</em>, mi rassicura, <em>a la rangiuma</em>. Poi mi augura buon lavoro e se ne va. Chissà se si può chiedere la residenza su questa littorina qua. Poi in primavera e in autunno è così bella, la tratta Casale – Chivasso. </font></p>
<p align=”justify”><font color=”#999999″><font size=”2″ style=”color: rgb(153, 153, 153);”><em>CHIVASSO!</em> </font><font size=”2″><span style=”color: rgb(153, 153, 153);”>Urla il controllore. </span><em style=”color: rgb(153, 153, 153);”>Hai visto ce l’abbiamo fatta, siamo arrivati a tempo per la coincidenza</em><span style=”color: rgb(153, 153, 153);”>, fa alla ninfa. Sorrido, e ho anche un po’ un nodo in gola, e quest’evenienza mi dura ancora mentre salgo sul Milano – il terrificante interregionale iperveloce – dove un bambino gitano suona </span><em style=”color: rgb(153, 153, 153);”>Il ballo della steppa</em><span style=”color: rgb(153, 153, 153);”> con la fisarmonica, dove parlano forte, in inglese, e che puzza di cesso.</span> </font></font></p>
Infavolozze, musa su 10 maggio 2005 a 09:25
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<p align=”justify”><font color=”#808080″ size=”2″><strong>Mille e uno affanni per miss Petulina</strong></font></p>
<p align=”justify”><font size=”2″></font></p>
<p align=”justify”><font color=”#808080″ size=”2″></font></p>
<p align=”justify”><font color=”#808080″ size=”2″>SVEGLIA. SVEGLIAAAAAAAA!!!!!!</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#808080″ size=”2″>Sveglia, grandona. HO FAME!!!</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#808080″ size=”2″>Ma cosa fa? Si volta dall’altra parte! Incredibile. Sono qui, eh. È inutile che ti nascondi sotto il morbido. HO: FA MEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE!!!</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#808080″ size=”2″>Ecco, era ora. DAI. SU. SU. ISSA. FAAAAAAA MEEEEEEE!!!</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#808080″ size=”2″>Un po’ di quelli? TrallallAAAAAAAAAAA!!! Ma ancora quelle? NOOOOOO. DAAAAAIIII. UFFFFA. Uff.</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#808080″ size=”2″>Crunch. Vieni qui, bastardo. Adesso ti mangio, eh. Dove scappi? E smettila di far finta di essere uno scrocchiopollo. Ti odio! Brop.</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#808080″ size=”2″>E adesso la grande dov’è finita?</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#808080″ size=”2″>Ancora sull’ovone bianco! </font></p>
<p align=”justify”><font color=”#808080″ size=”2″>No… dai… non cadere lì dentro… non lasciarmi… ti amo!</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#808080″ size=”2″>Deposito Fuoriuscite: come va? I soliti stronzi, non rispondono mai. Guarda che vengo lì, eh? Parlate! Vi odio. Adesso arrivo. Entro, cavolacci vostri. Come si fa a entrare? Aiuto! Sono dentro. È tutto buio! Aiuto. Ma cosa faccio? La bagnata? La dura! Dove siete? Che puzza. Via via via, sbrigatevi che ho fretta. Coprite, coprite, COPRITE! So uscire? Aiuto! Manovra di espulsione: sono fuori! Ciao, a dopo, sfaccendati. </font></p>
<p align=”justify”><font color=”#808080″ size=”2″>Invece sono ancora qua! Pensavate, eh? Vi tengo d’occhio.</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#808080″ size=”2″>GRANDE. GRANDEEEEEEEEEE. GRAAAAAANDOOOOOOOONAAAAAAAAA. Giochiamo? Giochiamo che io sono io ma con un codone enorme e tu sei tu e mi corri dietro? Dai! Non provare a lasciarmi con quel rimbambito giallo che si è inculato col cordino! È morto! Non voglio che mi prendi in braccio, non VOGLIOOOOO. NOOOOOOO. Ti amo, Mamma. Ma chi sei? Ti odio! Lasciami! Lasciami, che devo andare a vedere quello con tante gambine sotto allo stoffone molle! Che roba.</font></p>
</font>
<p align=”justify”><font color=”#808080″ size=”2″><img alt=”" src=”http://detoni.files.wordpress.com/2005/05/felix_thinking.gif” align=”absMiddle”/></font></p>