detoni

Archivio per la categoria ‘ninfe’

sentiti pensata

Incondominio e dintorni, far from heaven, il peso della mole, ninfe, sueños, viaggi su 23 novembre 2010 a 20:34

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Oltrepasso Porta Nuova, e vedo una ragazza sdraiata su una coperta. Viene dalla Spagna, ma non lo so da lei, non le ho mai parlato. Si aggira da mesi intorno a casa mia; una volta mi ha seguito, coi piedini nudi – nudi anche nella pioggia, d'estate -, mi ha toccato lievemente la spalla, mi ha sorriso. Poi l'ho vista dormire sul marciapiede, bocconi. Stasera si &egrave; fatta una cuccia, ha steso la coperta. Ha un piumino, e intorno a s&eacute; dei fogli, una spazzola. Fuma. Per coprirsi ha solo una cosa che sembra un lenzuolo imbottito. Salgo a casa, prendo una coperta pesante e una giacchina di pile e glieli porto. Mi tiene la mano, a lungo. Ci baciamo. Lei non sorride. Le parlo in spagnolo, l'unica lingua che so bene. Viene dalle Baleari, dal mare, dal sole, e sta qui. Perch&eacute;? <em>Devo capire</em>, mi dice.&nbsp;<br />
<br />
Oggi ti ho vista di nuovo. Era un po' che ti cercavo, con gli occhi, qui intorno. Solo una sera ho trovato dei pezzi tuoi, ho visto che ti eri preparata il posto per la notte, e tu per&ograve; chiss&agrave; dov'eri: sempre con quel lenzuolo imbottito, la &quot;mia&quot; coperta chiss&agrave;, anche lei, dov'era. Stamattina faceva freddissimo e c'era il sole, e tu eri seduta sul gradino del marciapiede e fumavi. Fai un tiro lento, come se volessi fumartela tutta in una volta; e bagni il filtro, e non solo quello; lo so perch&eacute; l'altra sera la sigaretta tua l'ho tenuta tra le dita, e volevi anche che la fumassi. Oggi sei come un fiore del marciapiede: quasi non ti vedevo. Dopo aver fatto un tiro lunghissimo ti chini un po' in avanti, fai un mezzo sorriso e poi ti rialzi, riprendi la posizione. Pensi a qualcosa e sorridi, con la faccia rivolta alla luce che abbaglia, anche se &egrave; inverno, anche se fa freddo. Che cosa vorrai capire? Che cosa capisci, dormendo per terra, stando sull'asfalto, sulla pietra addomesticata, e quindi non veramente &quot;per terra&quot;? Hai mai dormito davvero sulla terra? Sulla sabbia, immagino di s&igrave;… Ho dormito anch'io per strada, alle volte, ma ero in vacanza. E una notte ho dormito in una vigna, c'era la luna piena, era bellissimo. Hai mai dormito sull'erba, o nel bosco? Che cosa ti dice il marciapiede?</p>
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<img alt=”" src=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/11/mbn62x.jpg” style=”border-top-width: 1px; border-right-width: 1px; border-bottom-width: 1px; border-left-width: 1px; border-top-style: solid; border-right-style: solid; border-bottom-style: solid; border-left-style: solid; margin-top: 0px; margin-right: auto; margin-bottom: 10px; margin-left: auto; display: block; width: 482px; height: 321px; text-align: justify; ” /></p>

Virtuosismo e divinità

Inesiti resistenziali, il peso della mole, libri, ninfe su 14 maggio 2008 a 09:04

<div align=”justify”><font color=”#ff6600″><font color=”#99cc00″><strong>Da cui, tra altre robe, si evince che, se </strong></font><strong><font color=”#99cc00″>disciplina e allenamento non necessariamente </font></strong></font><font color=”#ff6600″><strong><font color=”#99cc00″>portano </font></strong></font><font color=”#ff6600″><strong><font color=”#99cc00″>a uno stato divino, possono almeno contribuire al raggiungimento di un’olimpica calma.</font><br />
<br />
Precisazione 1</strong></font>: nonostante quanto sopra, met&agrave; del titolo non c’entra una mazza, ma lo lascio per gli eventuali detrattori, che almeno abbian qualcosa di bello da leggere (e per&ograve; non vadano oltre, consiglio).<br />
<font color=”#ff6600″><strong>Precisazione 2</strong></font>: <em>gagno </em>vuol dire <em>piccolo</em>, cio&egrave; <em>bambino</em>.<br />
<br />
Il marted&igrave; ho ripreso ad andare a yoga. Ci vado in bus all’andata, e al ritorno la faccio a piedi, di solito in stato di grande serenit&agrave;. Per&ograve; man mano che mi avvicino a casa penso sempre pi&ugrave; insistentemente alla cena, e non di rado compro qualcosa: kebab, pizza, o pollo arrosto, che son tutte robe che trovo in quantit&agrave; sul mio cammino, insieme ai soliti bar che ti riempiono di roba, praticamente ti danno da cena insieme all’aperitivo, e che non lo so, ultimamente mi fan tristezza pure quelli. Probabile stia diventando una rigida conservatrice, l’aperitivo &egrave; bere qualcosa e spilluzzicare, poi la cena &egrave; un’altra cosa.<br />
Anni fa – ora ha chiuso – c’era un’enoteca vicino a casa mia, che offriva insieme ai calici poche ma ottime, ancorch&eacute; economiche, robe: grissinoni, pezzi di formaggio, cubetti di mortadella. Tu bevevi al bancone, cianciavi un po’ con il convitato o coi gestori, e poi te ne andavi al tuo destino, spesso a cena l&igrave; intorno. I ristoratori della zona avrebbero dovuto fare una petizione per tenerla aperta, quell’enoteca; anche solo perch&eacute;, come per la <a target=”_blank” href=”http://farm3.static.flickr.com/2206/2469671323_d0c6e59563.jpg?v=0″>Ca’ de’ V&egrave;n</a> di Ravenna, il suo motto era: <em>Life is too short to drink bad wine</em>.<br />
E insomma era un po’ che non andavo a yoga, ora per recuperare andr&ograve; pure il gioved&igrave; sera. Sono per&ograve; contenta di essere mancata la scorsa volta, perch&eacute; pare che per un’ora la pratica insegnata sia stato il lavaggio del naso, quindi via vai dalla palestra al bagno per sette otto persone per, appunto, un’oretta, a riempirsi le nari e poi a snufiare via del liquido (immagino). Mia madre questa cosa, senza esser zen (o forse essendo zen a mia insaputa), la fa con acqua e sale, e anzi mi raccomanda sempre di farlo, e anzi stasera mi sa che lo faccio.<br />
<br />
A parte; al capolinea del bus, accoccolato sul cassone vicino alle porte davanti, c’&egrave; un gagno, col capello castano lungo e raccolto in un barbaro codo in vetta al cranio, tutto vestito un po’ mollo e cascante, morbidi son pure i riccioletti che gli cascano fuori dal codo e gli accarezzano il collo. Poi &egrave; paffuto ma in via di smagrimento, con gli occhioni mori e il broncio; non &egrave; alto un metro. Sta l&igrave;, e quando sale il conducente subito lo nota e gli dice di scendere, senn&ograve; il bus non partir&agrave;. Naturalmente il gagno non ne vuole sapere; anche la madre, una fricchettona probabilmente ex bella e ora solo trasandata nonch&eacute; carica di borse, l’appella: <em>Dionis! Vieni qui, te l’avevo detto che non potevi stare, vieni qui vicino a me!</em><br />
Ma il nanetto &egrave; capatosta e intona una lotta a urli sia con la madre sia col conducente, tanto che in cuor mio lo maledico, mi far&agrave; arrivare in ritardo a yoga. Infine, vinto, scappa singhiozzando in fondo al bus. Dopo qualche fermata si riavvicina ma ancora non si siede accanto alla madre, si lamenta della sua condizione d’impotenza, alla fine si mette quieto e inizia a conversare: <em>Se lo guidavi tu, mamma, potevo stare l&igrave; davanti. Mi viene da piaggele!</em><br />
<a target=”_blank” href=”http://it.wikipedia.org/wiki/Dioniso”>Dionis</a> &egrave; sozzo e fetente, e quando passa lascia la scia (e l’ascia? no, niente), ma non conosce i telefonini. Non sa che cosa sono. Del resto: Zeus, pure lui, chiss&agrave; che tanfo emanava. E gli serviva forse il cellulare?<br />
<br />
p.s. pare che il padre di Dioniso sia proprio Zeus. Sulla madre invece ci sono varie ipotesi, ma la pi&ugrave; solida, sempre secondo <a target=”_blank” href=”http://it.wikipedia.org/wiki/Dioniso”>wikipedia</a>, &egrave; relativa a Semele, figlia di Cadmo e Armonia, le cui nozze danno il titolo a un famoso e bel <a target=”_blank” href=”http://www.internetbookshop.it/code/9788845919282/calasso-roberto/nozze-cadmo-armonia.html”>libro</a> di Calasso, autore anche del piccolo delizioso <em><a target=”_blank” href=”http://www.internetbookshop.it/code/9788845919855/calasso-roberto/follia-che-viene.html”>La follia che viene dalle ninfe</a></em>, che stavo leggendo in <a target=”_blank” href=”http://petarda.splinder.com/post/5604069″>quest’altro viaggio</a>; capolinea.</div>

Inesiti resistenziali, musa, ninfe, treni su 2 settembre 2005 a 18:02

<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″><strong>E’ il mondo che deve cambiare, non tu</strong></font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″></font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″>Oggi il vezzoso <em><a href=”http://petarda.splinder.com/post/4994677″>Minuetto</a></em> &egrave; stato sostituito da una spartana littorina sobbalzante, priva – ovviamente – di aria condizionata, ma riverniciata a dovere, e dai sedili non in legno, bens&igrave; imbottiti e foderati di bella e calda stoffa blu cobalto con tante effine verdi ricamate. Salgo che il treno &egrave; ancora fermo al binario. Mi si avvicina una ragazza che, mostrandomi un chilometrico da un euro e trenta cent, mi chiede fino a quale stazione potrebbe arrivare.&nbsp;Le dico che non lo so, e di rivolgersi al ferroviere che sta appunto seduto sulla panchina davanti al treno, e che vediamo dal finestrino. La ragazza, sui trenta, carina in quanto bionda, occhi grandi, belle forme messe in risalto da una maglietta blu aderente color sedili della littorina e un gonnellino bianco da tennista, unico neo la pelle con esiti acneici, ma vabb&eacute;, questa ragazza, dicevo, mi sembra un po’ strana.&nbsp;Poco dopo osservo la scena che segue: Blondie tennista approccia il ferroviere sbracato in panchina, senza sandali e pertanto a piede libero, col riporto sverso e lucido di sudore e sebo, chiedendo che cosa ne pu&ograve; fare del biglietto da 1.30, gesticolando come chi&nbsp;nulla pu&ograve;&nbsp;contro le bizzarrie della vita ed esibendo una mimica facciale acconcia alla circostanza, ovvero sopracciglia&nbsp;sconsolate/sorprese e labbra un po’ imbronciate e un po’ sorridenti, da bimba. Come a voler significare che questi nostri treni, queste nostre tratte, questi nostri biglietti a questi nostri prezzi, sono proprio strani. Loro. Noi. Che non sia italiana? Il ferroviere, che nel frattempo &egrave; stato raggiunto da un paio di colleghi, perde l’aria da burocrate in svacco e concede a Blondina uno sguardo comprensivo; l’asseconda nel suo gioco <em>siamo strani, &egrave; strana questa vita, t’&agrave; propi rason</em>, e la fa salire, non capisco per quale destinazione. Io dal treno rido. Gli rido pure in faccia, a lui e ai suoi colleghi. Penso che&nbsp;per gli uomini la donna bambina &egrave; cos&igrave; rilassante. Una specie di oasi. (Ora &egrave; passato il controllore bofonchiando <em>as drobu nanca al porti, porca vaca</em>, mentre una signora anziana confessa a Blondie, in camera caritatis, di essere terrorizzata dall’elevatissima velocit&agrave; che un interregionale pu&ograve; raggiungere. Forse non parla dei treni italiani. La ragazza fa un commento sull’Alta Velocit&agrave; che il frastuono della littorina, rombante a pieno regime, non mi consente di cogliere.)</font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″>Com’&egrave;, come non &egrave;, ho appena cominciato a leggere <em>La follia che viene dalle ninfe</em> di Calasso, e decido che Blondie &egrave; un po’ ninfa. Una ninfa, una <em>fonte dalle belle acque</em>, che ti attrae, ti fa riposare, ti incanta, e poi magari ti fotte, o magari no. Qualche bugia per&ograve; te la dice, perch&eacute; &egrave; birichina. Oppure ti mente perch&eacute; si &egrave; arrabbiata, perch&eacute; hai invaso il Suo Mondo.</font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font color=”#999999″><font size=”2″><em>E tu da dove vieni? </em></font><font size=”2″>Sento il controllore chiedere a una tipa che sta seduta dietro di me, e che quindi non posso vedere, <em>Colombia, Madagascar? Marocco</em>, risponde illa, e lui: <em>In Marocco &egrave; un po’ meglio che qui, vero? Un po’ meglio. </em>E lei: <em>No, non &egrave; meglio</em>, e mi sembra di vederla che scuote la testa. </font></font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″>Forse questo viaggio &egrave; un’epitome, ma non so di che, non essendo il povero Port del <em>T&egrave; nel deserto</em>. La littorina si ferma, sbuffa, e tremolante riparte a ogni piccola stazione, e io continuo a pestare i tasti del portatile, a mirare incantata fuori dal finestrino i paesaggi di un’estate nordoccidentale ormai sfiorita, e a pensare alle Muse che – forse – hanno preso il posto delle Ninfe sull’Elicona, e alla mia <em><a href=”http://petarda.splinder.com/post/4735331″>Musa</a> </em>scemolina che non si fa tagliare le unghi&ograve;le ma si lascia annodare al collo un nastro rosso, e che non capisce mai quando parto e poi rimane immagonata ma solo dal secondo giorno della mia assenza, e poi ai campi di meliga ai lati della ferrovia, uguali a quelli in cui m’infilavo da bambina ed era come esplorare un mondo, un MioMondoproprioMio,&nbsp;che come tanti altri mondi&nbsp;ho un po’ perso di vista negli ultimi trent’anni.</font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″>Opportunamente la ninfa sta illustrando al controllore le bellezze di Saturnia, con pozze e conche e cascatelle di acqua calda termale, ed &egrave; cos&igrave; giusto, e so che quell’uomo si sta immaginando – difatti – la Blondie sirena che sguazza e si spruzza nelle vasche naturali e si tuffa e riemerge in e da esse, e so – anche – che quell’uomo sta pensando di essere un tritone d’acqua dolce, un salamandrino birbantello in vena di scherzi, ma poi si riscuote, si alza e inizia a controllare i biglietti e mi rendo conto di aver fatto una vaccata. Ovvero, ho timbrato un biglietto Torino – Casale invece di uno Casale – Torino, e temo che mal me ne incoglier&agrave;. Gi&agrave; successo: proibitissimo, e foriero di inimmaginabili sanzioni. Non ho mai capito perch&eacute; e non ho mai trovato un ferroviere che me lo sapesse spiegare:&nbsp;il numero di chilometri &egrave; lo stesso. Ma il controllore, qui, si dimostra ancora una volta pervaso dal buonsenso, dunque mi scrive una roba in calligrafia ferroviaria sul biglietto, ad uso di un eventuale collega troppo zelante. <em>La rangiuma</em>, mi rassicura, <em>a la rangiuma</em>. Poi mi augura buon lavoro e se ne va. Chiss&agrave; se si pu&ograve; chiedere la residenza su questa littorina qua. Poi in primavera e in autunno &egrave; cos&igrave; bella, la tratta Casale – Chivasso. </font></p>
<p align=”justify”><font color=”#999999″><font size=”2″ style=”color: rgb(153, 153, 153);”><em>CHIVASSO!</em> </font><font size=”2″><span style=”color: rgb(153, 153, 153);”>Urla il controllore. </span><em style=”color: rgb(153, 153, 153);”>Hai visto ce l’abbiamo fatta, siamo arrivati a tempo per la coincidenza</em><span style=”color: rgb(153, 153, 153);”>, fa alla ninfa. Sorrido, e ho anche un po’ un nodo in gola, e quest’evenienza&nbsp;mi dura ancora mentre salgo sul Milano – il terrificante interregionale iperveloce – dove un bambino gitano suona </span><em style=”color: rgb(153, 153, 153);”>Il ballo della steppa</em><span style=”color: rgb(153, 153, 153);”> con la fisarmonica, dove parlano forte, in inglese, e che puzza di cesso.</span> </font></font></p>

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