<span style=”font-size: 16px; “><img alt=”" src=”http://detoni.files.wordpress.com/2011/03/1521d94e5bb7696375f5b745c5c40040_medium.jpg” style=”border-top-width: 1px; border-right-width: 1px; border-bottom-width: 1px; border-left-width: 1px; border-top-style: solid; border-right-style: solid; border-bottom-style: solid; border-left-style: solid; float: left; margin-top: 0px; margin-right: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; width: 450px; height: 293px; ” /><span class=”Apple-style-span” style=”font-family: Georgia, serif; “>Caro te,</span></span>
<p style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>il tuo aspetto è pieno di grazia e i tuoi occhi sono gentili, ma dentro sai di essere un mostro urfido e pessimo; io, che un po' ti conosco, penso che questa bizzarra convinzione ti venga da qualcosa accaduto in una più tenera età, e mi chiedo quanto a lungo questo debba ancora condizionarti, MA: va bene, faremo allora che sei un essere venuto dallo spazio, e qui sulla terra hai assunto forma umana; e sul tuo pianeta magari il tuo aspetto è pieno di grazia e i tuoi occhi sono gentili. </span></span></p>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Mi sono svegliata e sudavo, perché ho un po' di febbre ma anche perché stavo facendo un sogno tremendo, ero parte di una banda di rapinatori che rubava a dei criminali pericolosissimi, e così alla fine mi trovavo con l'ultimo compagno rimasto vivo in un furgone pieno di soldi, inseguito dalla banda più efferata dei due emisferi. Avevamo deciso di nasconderci in campagna quando lo Zio (il fantomatico Zio) se ne fosse andato (gli efferati sapevano sempre dove si trovava lo Zio), ma non ce l'abbiamo fatta: eccoci infatti su un basso viadotto, sotto cui mi butto dal furgone in corsa, cercando di fuggire. Mi volto e vedo che il compare viene raggiunto dagli efferati e stritolato tra due tir; raggiungo la città e mi infilo in un negozio le cui pareti sono vetrine verdi, dentro sembra di essere in un acquario: un nascondiglio talmente stupido che non mi cercheranno proprio lì. O forse invece sì.<br />
<br />
Adesso vado, l'alba colora le tende di rosa, è il segnale convenuto con le piante quando vogliono essere bagnate. </span></span></div>
Archivio per la categoria ‘sueños’
lettera tre
Inciccipuccimucci, comunicazioni di servizio, orrore, sueños su 27 marzo 2011 a 09:11chi ha comprato Don Chisciotte?
Inesiti resistenziali, libri, sueños su 24 febbraio 2011 a 08:00<p style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: ‘Lucida Sans Unicode’, ‘Lucida Grande’, sans-serif; “>Alzarsi alle 4 ha un pregio: si possono fare delle cose. Presempio, un plumcake al cioccolato da mangiare a colazione. Eran due giorni che ne avevo voglia.<br />
<em>Non ti stressare, mi raccomando</em>, mi dice. Me lo diceva già anni fa. Io, alle volte, so che se voglio lo trovo lì.<br />
Anche me, adesso, alle volte mi si trova. </span><br />
<span class=”Apple-style-span” style=”font-family: ‘Lucida Sans Unicode’, ‘Lucida Grande’, sans-serif; “>Mi dice, un altro: <em>Eh, adesso sapere che sei fissa qui. Che uno viene e ti trova</em>.<br />
Tutti i giorni. Lì.</span></span></p>
<p style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: ‘Lucida Sans Unicode’, ‘Lucida Grande’, sans-serif; “>Infatti ho già voglia di scappare e infatti a marzo scappo, vado a Fuerteventura per 12 giorni.<br />
<span style=”font-size: 8px; “> </span><br />
Ci sono delle soddisfazioni. Vendere il Quijote, che non era neanche in vetrina.<br />
Ci sono le emozioni: più di tutti gli incontri, e delle evenienze pubbliche in genere, un momento privato, poggiando <em>Possessione </em>vicino a <em>Ragione e sentimento</em>. Avevo un nodo in gola.<br />
Poi cose divertenti. Una ragazza arriva cercando un libro d'amore che ha interrotto per restituirlo. A chi, come mai? Non lo so. Ma quel mattino stesso vado dal distributore a ritirare un ordine e glielo prendo; e quando arrivo, carica di libri, è già lì fuori che mi aspetta, nervosa, e fuma.</span></span></p>
lettera due
Inciccipuccimucci, eternal sunshine, sueños su 17 febbraio 2011 a 23:38<p style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Questa lettera doveva avere dentro il ponte di una nave, delle finestre grandi, un cuscino col tuo nome, gli occhi tristi, i piedi scalzi, due libri vicini, l'attaccatura dei capelli sulla nuca e tante altre cose belle e fantastiche o normali come il pane nel velluto, ma poi mi sono ricordata quanto mi sei stato sulle palle le ultime volte e ho cambiato idea.</span></span></p>
a lezione da Oguri
Incimenalcinema, esiti resistenziali, jappone, oguri, sueños, torino film festival, viaggi su 28 novembre 2010 a 09:39<p style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 14px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Giorni del Torino Film Festival.<br />
<br />
(Ho visto, ieri, film molto riusciti e, ieri sera, l'<a href=”http://www.youtube.com/watch?v=w-3AHv2E5jg” target=”_blank”>ultimo di Danny Boyle</a>: bello.)<br />
<br />
La possibilità per Barraud di realizzare il documentario<em> <a href=”http://www.torinofilmfest.org/index.php?action=detail&id=8908″ target=”_blank”>La Forêt des Songes</a></em> sul cinema di <em style=”font-weight: bold; font-style: normal; “><a href=”javascript:void(0)/*481*/”><strong>Kôhei</strong></a><span class=”Apple-style-span” style=”line-height: 23px; “><span class=”Apple-style-span” style=”font-weight: normal; line-height: normal; “><a href=”http://www.imdb.com/name/nm0644850/” target=”_blank”><strong> Oguri </strong></a>è nata qui, al festival di Torino edizione 2008. C'era una retrospettiva su Oguri, i due sono stati presentati da Massimo Causo; alcuni mesi dopo, Barraud volava in Giappone.</span></span></em><br />
Nella <em>Foresta dei sogni</em>, Oguri per lo più passeggia in una foresta; parla di anima e di animali, del ciclo di vita delle piante, del cinema antropocentrico. Il tentativo di Oguri è quello di tenere insieme (Barraud scomoda il mito dell'unificazione degli opposti) essere umano e natura. Bisognerebbe smetterla di considerare l'uomo solo dal punto di vista politico, storico, sociale, dice. Il cinema è un mezzo limitato: nella stessa inquadratura non ci stanno Oguri (alto 170 cm.) e un faggio alto 30 metri. Il corpo dell'essere umano, nel cinema, non ha quasi spazio, se non per quanto riguarda il sesso e la violenza. Buona parte dell'esperienza sensibile si perde: non siamo solo sguardo e linguaggio.<br />
L'apparente ingenuità di queste considerazioni acquista credibilità se si pensa all'animismo di Oguri, alla consapevolezza di una spiritualità diffusa che in realtà pervade buona parte del mondo non occidentale e non monoteista. L'essere umano è in viaggio e non è solo, ha dei compagni. Potrebbe bastare questo a farci propendere per una scelta del genere: la sua rassicurante convenienza.<br />
L'onestà di Oguri è lampante quando racconta dei suoi incubi. Legato, prigioniero, torturato. Pare un contrappasso per la ricerca consapevole di quell'armonia interconnessa che troppi di noi occidentali considerano una favola utopica. E che è invece la direzione verso cui puntare, l'unica che abbia un senso; </span></span><span class=”Apple-style-span” style=”font-family: Georgia, serif; font-size: 14px; “>non possiamo continuare ad accettare che le scelte ambientali, politiche, economiche portatrici di un futuro di miseria e di morte siano le uniche possibili. </span><br />
<span class=”Apple-style-span” style=”font-family: Georgia, serif; font-size: 14px; “>Oguri rivendica la capacità (tutta animale, mica soprannaturale) di comprendere tutto in un istante. Di una situazione, di un luogo, di un rapporto. </span><br />
<span class=”Apple-style-span” style=”font-family: Georgia, serif; font-size: 14px; “>Quel che capisco è che la fatica di Oguri di "tenere insieme", aspirazione tutt'altro che consolatoria, in realtà, bensì necessaria alla sopravvivenza, è tale e tanta che il farsene carico comporta anche il farsi attraversare dall'enorme sofferenza, dall'immensa paura che gli umani si trovano a vivere – essendone la causa – su questo disgraziato pianeta.</span></p>
<div style=”text-align: right; “>
</div>
<div style=”text-align: center;”>
<img alt=”Antoine_Barraud_su_Kohei_Oguri_documentario_TORINO-28″ src=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/11/91daf1916960efe51496dc9067f35678_medium.jpg” style=”margin-top: 0px; margin-right: auto; margin-bottom: 10px; margin-left: auto; display: block; text-align: center; ” /></div>
<div>
</div>
sentiti pensata
Incondominio e dintorni, far from heaven, il peso della mole, ninfe, sueños, viaggi su 23 novembre 2010 a 20:34<p style=”text-align: justify; “>
Oltrepasso Porta Nuova, e vedo una ragazza sdraiata su una coperta. Viene dalla Spagna, ma non lo so da lei, non le ho mai parlato. Si aggira da mesi intorno a casa mia; una volta mi ha seguito, coi piedini nudi – nudi anche nella pioggia, d'estate -, mi ha toccato lievemente la spalla, mi ha sorriso. Poi l'ho vista dormire sul marciapiede, bocconi. Stasera si è fatta una cuccia, ha steso la coperta. Ha un piumino, e intorno a sé dei fogli, una spazzola. Fuma. Per coprirsi ha solo una cosa che sembra un lenzuolo imbottito. Salgo a casa, prendo una coperta pesante e una giacchina di pile e glieli porto. Mi tiene la mano, a lungo. Ci baciamo. Lei non sorride. Le parlo in spagnolo, l'unica lingua che so bene. Viene dalle Baleari, dal mare, dal sole, e sta qui. Perché? <em>Devo capire</em>, mi dice. <br />
<br />
Oggi ti ho vista di nuovo. Era un po' che ti cercavo, con gli occhi, qui intorno. Solo una sera ho trovato dei pezzi tuoi, ho visto che ti eri preparata il posto per la notte, e tu però chissà dov'eri: sempre con quel lenzuolo imbottito, la "mia" coperta chissà, anche lei, dov'era. Stamattina faceva freddissimo e c'era il sole, e tu eri seduta sul gradino del marciapiede e fumavi. Fai un tiro lento, come se volessi fumartela tutta in una volta; e bagni il filtro, e non solo quello; lo so perché l'altra sera la sigaretta tua l'ho tenuta tra le dita, e volevi anche che la fumassi. Oggi sei come un fiore del marciapiede: quasi non ti vedevo. Dopo aver fatto un tiro lunghissimo ti chini un po' in avanti, fai un mezzo sorriso e poi ti rialzi, riprendi la posizione. Pensi a qualcosa e sorridi, con la faccia rivolta alla luce che abbaglia, anche se è inverno, anche se fa freddo. Che cosa vorrai capire? Che cosa capisci, dormendo per terra, stando sull'asfalto, sulla pietra addomesticata, e quindi non veramente "per terra"? Hai mai dormito davvero sulla terra? Sulla sabbia, immagino di sì… Ho dormito anch'io per strada, alle volte, ma ero in vacanza. E una notte ho dormito in una vigna, c'era la luna piena, era bellissimo. Hai mai dormito sull'erba, o nel bosco? Che cosa ti dice il marciapiede?</p>
<p style=”text-align: center; “>
<img alt=”" src=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/11/mbn62x.jpg” style=”border-top-width: 1px; border-right-width: 1px; border-bottom-width: 1px; border-left-width: 1px; border-top-style: solid; border-right-style: solid; border-bottom-style: solid; border-left-style: solid; margin-top: 0px; margin-right: auto; margin-bottom: 10px; margin-left: auto; display: block; width: 482px; height: 321px; text-align: justify; ” /></p>
Facciamo delle clownerie?
Inargentina, condominio e dintorni, cuentos, delfini, esiti resistenziali, il peso della mole, sueños, viaggi su 19 aprile 2010 a 16:34<p style=”text-align: center;”>
<img alt=”argentina I 064″ src=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/04/a04c3d5d2d5c062adf1d06e4f115fe0e_medium.jpg” style=”margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;” /></p>
<p style=”text-align: justify;”>
Era un palazzo alto tra i palazzi alti, non un grattacielo, certo, ma un edificio a forma di ferro di cavallo, costruito a metà ottocento, col suo bel cortile interno; la simmetria dei tetti era stata interrotta negli anni settanta da un intervento di parziale sostituzione con un terrazzone cementato, sul quale affacciavano alcune soffitte con le porte – portefinestre, a esser precisi – addobbate da tende verdi, o in cannicciato, o in perline, oppure difese da un cancellino, per lo più arrugginito. Gli abbaini dei due bracci opposti spuntavano dai tetti rimasti, e anche loro sfoggiavano tendine, grate, teorie di biancheria appesa fitta. Ovunque gli abitanti dell'ultimo piano avevano sistemato vasi di gerani, salvia e rosmarino e, sul terrazzo, accanto alle entrate delle mansarde, grandi contenitori di rampicanti.<br />In quel pomeriggio di sabato, Nina della mansarda 9 cucinava. Aspettava da giorni una telefonata e come spesso le accadeva impiegava il tempo roso dall'attesa inventando pietanze. Per ore aveva steso la pasta e inventato sughi e ripieni; il tavolo era ingombro di teglie di lasagne.<br />All'interno 15, Federico ritoccava d'azzurro e grigio un bianco angelo impressionista col cazzo di fuori tutto insanguinato e quindi rosso: buttata ai suoi piedi, una donna svenuta, o morta, dai vestiti scomposti. Era il suo quadro più bello, quello in cui aveva profuso più passione, e non poteva immaginare che sarebbe stato l'ultimo.<br />Anche Maria, dell'interno 21, dipingeva. Da tempo era ferma sullo stesso soggetto: un uomo moro, dalla pelle scura e luminosa, con gli occhi neri e i capelli lisci e lunghi, il volto di tre quarti; seduto a gambe accavallate, il torace nudo, un polso appoggiato sul ginocchio e, tra le dita, una sigaretta. Lo sfondo del quadro era una fantasia di gigli stilizzati rossi e porpora, una sorta di tappezzeria in penombra. Le pupille volgevano allo spettatore uno sguardo splendente e malinconico, ed era qui che Maria, sera dopo sera, si arenava. Sì, perché quello sguardo doveva contenere anche il disincanto, una presa in giro, un ricordo di sfida, e pure una domanda appena accennata.<br />Giacomo dell'interno 6, dei tre, era il pittore più dotato. Padroneggiava da maestro la tecnica ma era in crisi creativa, così si dedicava a composizioni seriali, per lo più nature morte. In quel momento era preso da zucche di diverse forme, grandezze e colori. Ogni paio d'ore di lavoro si faceva un tè e quindi spesso era costretto a usare il bagno, maledicendo l'età della sua prostata.<br />Giovanna della soffitta 4, facendo le pulizie, aveva appena scoperto dietro al letto un buco nel muro, appena sotto il battiscopa: i calcinacci rilasciavano odore di muffa e la riportavano a Lisbona, nel Bairro Alto, e ai propri urli di fronte a una pensioncina; se n'era andata, infine, a sbollire in Largo do Carmo; al ritorno aveva chiesto scusa al ragazzo della pensione, che prima di darle una camera nuova si era infilato una mano sotto la camicia e, battendosi sul petto, aveva mimato il TUM TUM del cuore spaventato.<br />Maisa e Munira, le gemelle della soffitta 21, si rincorrevano sul terrazzo, mentre Najla, la madre, preparava la cena; aveva cosparso la terrina di hummus preparato il giorno prima con un trito di menta, prezzemolo e peperoncino. Dopo aver controllato il tajine, si accese una sigaretta e guardò, dalla finestrella dell'abbaino, gli alberi alti del corso, il verde del fiume e il ponte.<br />Consu e Zinha, nella soffitta senza numero, si preparavano all'uscita. Indossavano calze a rete rosse e viola sovrapposte, sandali in vernice di un viola più scuro, con tacchi vertiginosi e plateau, top di pailletes rosse e nere; fumavano sigarette sottili e bevevano vodka in bicchieri alti e sottili; i culetti alti, dalle natiche sottili, erano inguainati in minigonne a fascia nere. Si stavano accapigliando per una parrucca blu cobalto, e alla fine ne vennero a capo, buttandosi poi sull'armamentario di ciglia finte, reggiseno imbottiti e boa di finto struzzo, ridendo e vociando una canzoncina inventata lì per lì, che parlava di una cittadina americana, Batton Rouge.<br />Il motivetto incrociava sul terrazzone il canto di Rosa, nella mansarda numero 18: .<em>.. scendi dalle stelle e vienimi a cercare</em>; suo figlio Giordi l'ascoltava, agitatissimo senza darlo a vedere, perché il giorno dopo aveva la prima comunione.<br />Piermario, in boxer davanti al pc nel suo appartamentino mansardato e ristrutturato nuovo, era quasi ubriaco. Beveva dalle cinque per darsi il coraggio di fare una telefonata. In altra situazione, il sabato pomeriggio si sarebbe piuttosto girato una canna, ma aveva bisogno di essere audace e lucido; stava considerando la possibilità di chiamare un amico per farsi portare un po' di coca; non aveva mai tirato, ma in certi casi.<br />Luigi, all'interno 3, veniva rimproverato; fissava la bocca della moglie, distorta nel ringhiare asprezze, e avrebbe voluto farle domande, ma non trovava le parole. Si sentiva vuoto e inutile, riusciva ad articolare solo qualche suono a caso, finché, arreso a quell'impotenza, si lasciò andare sulla poltrona, sul cui bracciolo immediatamente saltò un gatto, che gli piantò gli occhi negli occhi e poi gli si acciambellò sulle ginocchia.<br />Altri abitanti dell'ultimo piano a ferro di cavallo vivevano quel tardo pomeriggio di sabato come sempre: Marco preparava le pizze per la cena con gli amici, Cecilia sceglieva il libro da portarsi prima a tavola su un leggìo, e poi a letto, insieme a una bottiglia, Roberto strepitava contro il figlio che andava male a scuola e contro la moglie che, si vedeva, non lo seguiva abbastanza. Altre famiglie si ricongiungevano, dopo la giornata di lavoro di altri padri e altre madri, ed erano voci alte, e alle volte risate, e musiche, e profumi e odori, il tutto amalgamato sul terrazzone e sopra il cortile interno: un insieme impalpabile e denso come una nube che si insinuava tra abbaini e portefinestre.<br />Arrivò allora – era quasi il crepuscolo – un uomo già d'età, coi capelli quasi bianchi ondulati sulle spalle, vestito di stoffa tessuta a mano. Prese dei mattoni che si trovavano in un angolo del terrazzo, li dispose a cerchio, tirò fuori della legna che teneva in un grosso zaino. Fece un falò. Si sedette a gambe incrociate e cominciò a emettere un suono di gola: pareva un grosso calabrone. Si avvicinarono prima le gemelle, poi Giordi, poi altri bambini, a formare un altro cerchio intorno a quello già esistente. <br />L'uomo non raccontò dei suoi viaggi; del volo delle tartarughe dal carapace di smalto colorato che, giunte da nord – nord ovest, s'erano fermate sulle loro teste, in fila indiana, e avevano partorito piccoli anche loro colorati, anche loro di smalto, che si erano messi a girare intorno a ognuna delle bestie più grandi, per qualche minuto, per poi rimettersi una dietro l'altra e ripartire tutte insieme. Non disse di quando i due maestri coi pettorali di perline rosse gli insegnavano a volare, ridendo e prendendolo in giro per le sue capriole involontarie, le continue perdite d'equilibrio, il suo non riuscire a star per aria se non da seduto. Non disse neppure di quella volta che, dimentico dell'atto del respiro, stava rischiando di morire soffocato se non fosse arrivato, velocemente, l'altro caro suo maestro, in forma di delfino sorridente, a scuoterlo.<br />Semplicemente, buttò nel fuoco una manciata di "qualcosa" e parlò. Anche i bambini gettarono, a turno, p
iccole manciate di "qualcosa" nel fuoco. Mentre le fiamme schioccavano e prendevano vigore, sul terrazzo comune comparvero lunghi tavoli, sedie e i cibi di molti paesi che qualcuno aveva in casa. Alcuni si affaccendavano nei preparativi, altri osservavano. Consu e Zinha si avvicinarono al falò, e anche loro vi buttarono "qualcosa". Rosa e Cecilia piangevano e ridevano; Maria chiamò il quadro "Perdono" e lo considerò finito; Federico accolse la persona che aveva ispirato il suo angelo, dopo un'occhiata rapida si spaventò al punto da non riuscire più a guardarlo. A Roberto venne la raucedine, e Piermario si vestì e uscì in fretta, che certe robe era meglio farle di persona; Luigi disse grazie alla moglie e s'avviò, sereno, a trascorrere la sua ultima notte.<br />Nel crepuscolo lento, dalla nebbia scesa a coprire la città emergeva poco alla volta un arcipelago di tetti, comignoli, guglie di ponti, balconi e terrazzi, per non dire di qualche giardino pensile o piscina, e piccole luci. Aveva detto: <em>facciamo delle clownerie</em>. Forse era una donna? Chi anche se lo chiese, non impiegò molto a rispondersi che non era importante.</p>
immagini dal parco nazionale di iguazú
Inargentina, esiti resistenziali, iguazú, sueños, viaggi su 18 febbraio 2010 a 19:06<div style=”text-align: center;”><object width=”445″ height=”364″>
<param value=”http://www.youtube.com/v/mLK8kNwi9NY&hl=it_IT&fs=1&border=1″ name=”movie” />
<param value=”true” name=”allowFullScreen” />
<param value=”always” name=”allowscriptaccess” /></object></div>
Incuentos, esiti resistenziali, orrore, sueños, viaggi su 5 marzo 2008 a 11:28
<div align=”justify”><strong>Dolce ritorno</strong><br />
<br />
Ella sapeva che era il momento di partire; lo sapeva da quando, sul portone brunito della vecchia scuola, aveva salutato Marco e Mattia, quest’ultimo in disparte nell’osservare gli altri due sciolti in un abbraccio. Ella, da allora, sapeva di avere un motivo per tornare.<br />
La ragione del viaggio era che non si poteva più rimandare, sembra una sciocchezza ma è così, e si doveva all’inclinazione di Ella a procrastinare fino all’ultimo quel che è già stato deciso, passando il tempo dell’attesa a fare altro e a cercare in modo vago e svagato la maniera di non ottemperare; convinta che, non dando peso, quel che doveva arrivare si sarebbe dissolto o trasformato in qualcosa di diverso a cui prendere nuove misure.<br />
Fino a quel momento era stata così distratta da non aver capito ancora se si trattasse di una ricerca o di una fuga. Il centro del viaggio però era certo e senza sfumature: era il Nero, il Buio, lo Scuro, era quello che alcuni chiamavano Verme e che Ella percepiva come un mantello avvolgente o una nube. Il Nero era enorme ed era in arrivo, e l’immagine sul sito, anche a ingrandirla cliccandoci col mouse, non poteva restituirne le dimensioni reali. Il Nero, una volta dentro, non aveva confini, anche se magari in un primo tempo era parso non più grande di una stanza.<br />
Il cammino era un sentiero fiancheggiato dai gelsi, la Murunera. <br />
Il sentiero partiva dalla sua vecchia casa: doveva solo attraversare la strada statale, però arrivarci non era immediato, perché quasi sempre si perdeva in un dedalo di viuzze e cortili piccoli e bianchi, o a mattoni rossi, aie terrazzate di pochi metri quadri, coi panni stesi e i gatti pigri, e qualche volta donne che la guardavano curiose od ostili; da qui si dipartiva un altro sentiero, lungo i campi di erba esausta, di stoppie, fiancheggiato da un fiumiciattolo sul quale aveva navigato, insieme a Orso, oltrepassando altre costruzioni basse e cintate da reti, verdi quando non arrugginite, fino alle colture di actinidia che avevano sfigurato il paesaggio scacciando piante autoctone. Qui dovevano sedersi a un tavolaccio, aspettare che arrivasse il vescovo mellifluo, insidioso; non ascoltarlo, e intanto osservare, rapiti, dei figuri snelli di seta vecchia e ingiallita vagare per i campi bruciati, privi di coscienza e di volontà. Il vescovo parlava e parlava, con la bocca marcia, da sotto il pergolato di actinidia, lubrico, sordido, mentre Orso incideva il tavolo con un coltello ed Ella ricordava che qualcos’altro l’aspettava.<br />
La Murunera era fresca come un ruscello.<br />
Ai suoi lati cresceva l’erba medica; in fondo, da secoli, non stava una cascina oltre la quale si saliva per un altro sentiero tortuoso, pieno di deviazioni, alla fine del quale s’era davanti al Monte Verde. Qui, sulle proprie gambe o in funicolare, si raggiungevano i Palchi Verdi da cui si poteva guardare, di notte, la città con le sue luci di presepe metropolitano. Ed è vero che alcuni, una volta raggiunti i Palchi, preferivano non tornare; Ella però, pur affascinata da quei marsupii tappezzati d’erba sul fianco della montagna, aveva preso un altro cammino, un cammino in costa di parecchie decine di chilometri, assolato, che passava nell’ultimo tratto per i colli e i paesini di poche case sparse. <br />
Prima di intraprendere il viaggio aveva fatto visita ai parenti; poche parole, dare confidenza agli estranei era tradizione di famiglia. Aveva osservato, sulle cassettiere antiche, le foto sfocate in bianco e nero. Madri bambine spaurite con una smorfia di orrore, di profilo contro un muro, con le mani rattrappite sul cuore, i capelli dritti raccolti in mollettine di farfalle e di fiori grigi; le bimbe zie Pia e Manila, ridenti su un rimorchio pieno di grano, con accanto i piccoli sposi: questa era la foto che preferiva, perché a ben guardare conteneva petali di pesco che si agitavano e sbattevano come piccole ali rosa o manine salutanti.<br />
In fondo alla Murunera si era stesa a riposare, con le braccia raccolte sotto il capo; accanto a lei, una fata Faina la guardava di sottecchi. Era arrivato un autobus di persone che appena scese s’erano buttate sui campi d’erba medica, come volessero ararli, o cercarvi qualcosa di prezioso: così camminavano, lenti e chini, in tante direzioni diverse, nella porzione di campo dove l’erba era già stata tagliata. Ogni tanto uno sorrideva e commentava al vicino; Ella smise di osservarli quando tra essi le sembrò di vedere Marco e Mattia. <em>Com’è dolce l’odore di erba morta</em>, pensò e forse disse, ma la fata Faina continuò a guardarla come se nulla fosse.<br />
Portava con sé mappe, almanacchi, calendari, raccolte di fogli bianchi, anche spartiti come se avesse saputo suonare; una sciarpa lunga e bianca, e lungo e bianco era il corpo, il suo corpo chiarissimo che stava per entrare nel Nero, che stava per rimanere nel Nero, rimanere nel Nero ma con qualche bianco punto di riferimento che però una volta dentro non contava più, il Nero all’interno era tutto un frusciare silenzioso e un’avanzata prepotente, come a spallate, e morbida, come di chi non può che essere in quel modo.<br />
<br />
<br />
<div align=”right”><em>Questo robo è dedicato al <a href=”http://ilditoarculo.splinder.com/” target=”_blank”>dito</a>.<br />
<br />
E ha una (involontaria) <a href=”http://petarda.splinder.com/post/6017185″ target=”_blank”>prima parte</a>, che spiega che cosa c’è da questa parte della strada statale…<br />
<br />
<br />
</em></div>
</div>
Inblogosfera, ciccipuccimucci, cuentos, don porro, sueños su 30 gennaio 2008 a 10:41
<div align=”justify”><strong>Bieca autoreferentialia</strong><br />
<br />
La settimana scorsa se non ricordo male il <a target=”_blank” href=”http://www.internazionale.it/oroscopo/”>Brezny</a> diceva che il mondo era in debito con me e dovevo trovare la maniera di chiedere diplomaticamente quanto mi spettava. E’ una cosa che non mi piace fare: non mi piace reclamare, le cose devono arrivare da sole e se non arrivano se ne possono pure andare a fare in culo. Poi però un pochettino – al Brezny – gli ho dato retta e in effetti è stato più facile di quanto pensassi: forse perché ho chiesto a persone speciali.<br />
Tutto questo per dire che quando invece arrivano delle robe inaspettate, e pure immeritate, è festa. Originale, no? Originale sì, non la reazione, ma ciò che la scatena. Nella fattispecie – lo so, non si capisce che cazzo stia dicendo – ecco qui, ad opera dell’adorato gemellino <a target=”_blank” href=”http://ilditoarculo.splinder.com/”>Dito</a>, il banner per la campagna presidenziale di Don Porro: non è spettacolare?
<pre id=”line778″><span class=”start-tag”></span><span class=”attribute-name”></span><span class=”attribute-value”><a target=”_blank” href=”http://petarda.splinder.com/tag/don_porro”><img border=”0″ alt=”banner don porro” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2008/01/2191609667_5a84bea3c6_o.jpg” title=”DonPorro4President” /></a></span></pre>
<br />
Vi sono poi due matti, adorabili ma matti, che han pensato bene d’inventarsi il <a target=”_blank” href=”http://blog.libero.it/bartelio/3888429.html”>petarda’s tumblr award</a>. E questo sotto è il bannerino fichissimo! Grazie <a target=”_blank” href=”http://blog.libero.it/bartelio/”>Bart</a> e <a target=”_blank” href=”http://blog.libero.it/LaDonnaCamel/”>Camèl</a>!<br />
<br />
<img border=”0″ alt=”petarda’s tumblr award” src=”http://www.aiasoft.it/bart/petarda.gif” /><br />
<br />
<br />
Infine segnalovi che avendo partecipato al gioco <a target=”_blank” href=”http://barbara-garlaschelli.splinder.com/post/15291659/sfidaproposta”>Corto si può fare</a> mi trovate pure <a target=”_blank” href=”http://barbara-garlaschelli.splinder.com/post/15699405/i+racconti+di+petarda+e+gianpi”>qui</a>.<br />
E sono pure in un posto molto molto bello che si chiama <a target=”_blank” href=”http://blogosteria.splinder.com/”>Osteria da Amalia</a>, <a target=”_blank” href=”http://blogosteria.splinder.com/post/15539892/”>qui</a> e <a target=”_blank” href=”http://blogosteria.splinder.com/post/15716795/”>qui</a>.<br />
Imperverso!<br />
</div>
Inciccipuccimucci, cimenalcinema, gadole, sueños su 17 gennaio 2008 a 12:34
<div align=”justify”><strong>Gadoland</strong><br />
<br />
Stamattina ho fatto colazione e poi son tornata a letto. E mi sono addormentata. E ho sognato. E’ qualche giorno che giro con le occhiaie fonde, dormo poco. Mi metto, la sera, a guardare ogni sorta di film e vado a letto tardissimo. Ho iniziato con tuttoharrypotter: due serate, 2-3 e 4-5. L’ultima serata me l’ero preparata benino: pizza al farro fatta in casa (e miracolosamente venuta non gnecca ma croccante e soffice), coca cola decaffeinata (mi permetto però di nutrire qualche dubbio, visto che m’è venuto sonno alle quattro), tuta, divano, plaid e i film. Continuo a pensare che il miglior regista degli harrypotter sia <a href=”http://www.imdb.com/title/tt0304141/” target=”_blank”>Alfonso</a>. Opinione forse non condivisa dai lettori della saga; sarà che io la saga non l’ho mai letta. Questa seratina en soledad mi ha lasciato una sensazione così deliziante che l’ho ripetuta anche ieri, con <em>Mr Bean’s Holiday</em> (scorrimento veloce, è ‘na palla),<em> <a href=”http://www.imdb.com/title/tt0401085/” target=”_blank”>C.R.A.Z.Y.</a></em>, e <em>Il Dottor Stranamore</em>. E stamattina così ero in debito di sonno, e quando son tornata a letto tipo alle otto e mezza nove ho sognato Gadoland. Che era una casa in campagna, piena di luce, in cui io pranzavo col <a href=”http://petarda.splinder.com/tag/gadole” target=”_blank”>Gadole</a> e una sua vecchia fidanzata, e lui la prendeva in giro per un tizio con cui lei era uscita. Io poi le chiedevo: ma quanto tempo fa è successa ‘sta roba? e lei, con aria un po’ scoglionata: 21 anni fa.<br />
Poi arrivava un sacco di altra gente simpatica, anche straniera, e io dovevo assolutamente andare in bagno. Finivo in una ritirata un po’ spartana, rurale insomma, ma non si poteva chiudere, e infatti arrivava qualcuno a rompere le palle; allora cambiavo, e mi trovavo in una sala da bagno tipo versailles, con i sanitari decorati a rami e foglie d’oro, e in terra correvano tubi sempre d’oro, e c’erano pedali d’oro, ancora, invece degli sciacquoni plebei. Nel piatto doccia c’era un tappetino di erbetta vera. Vedevo anche un minivaterino alto alto, e poi un vater normale, e pensavo che l’annosa questione dell’asse pisciato (che comunque con Gadole non s’era mai posta) era stata finalmente risolta. M’accomodavo, e però in quel mentre, da un’alcova anch’essa cessomunita, mi si affacciava un bimbetto alle prese con le sue faccende privatissime, impedendomi di fare le mie, e poco dopo entrava sua nonna, che mi attaccava un pistolotto sui pannolini per infanti ripieni di gel assorbente e con ali.<br />
Ora io vorrei sapere da <a href=”http://en.wikipedia.org/wiki/Clarissa_Pinkola_Est%C3%A9s” target=”_blank”>Clarissa Pinkola Estés</a>, che a suo tempo scrisse in quella bibbia sapienziale di <a href=”http://www.internetbookshop.it/code/9788876842528/pinkola-esteacutes-clarissa/donne-che-corrono.html” target=”_blank”><em>Donne che corrono coi lupi </em></a>che sognare la casa significa che la psiche ci avverte dei cambiamenti interiori: ma se una sogna il cesso, che vuol dire? Perché sogno dei bagni, per di più multivater (che non è mica la prima volta che li sogno)? <br />
<br />
E’ una giornata che se avessi un terrazzo invece che un balconcino striminzito con le piante che cercano d’inglobarmi ogni volta che ci metto piede, adesso starei lì, a ravanare tra le foglie secche. Così non è, e quindi forse esco o forse cucino, e comunque il sole esiste.<br />
<br />
Oggi il blog compie <a href=”http://petarda.splinder.com/post/3840922″ target=”_blank”>tre anni</a>, e anche <a href=”http://triana.splinder.com/” target=”_blank”>Triana</a> fa il compleanno: auguri!!!</div>