<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Stanotte se n'è andato il padre di una carissima amica. </span></span></div>
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<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Mentre scrivo cucino.</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Nessuna voglia di preparare la cena di stasera, ma era programmata da tempo, e ci tengo a vedere le persone che ho invitato. Ho messo a bollire i ceci per l'hummus. In un pentolone c'è un soffritto con un po' di salsa di pomodoro per la minestra di farro e legumi: piselli secchi, lenticchie decorticate e borlotti, per fare una bella crema. Se mi gira, aggiungerò anche dei funghi secchi. Poi c'è una torta salata di pasta fillo (perché non la solita sfoglia congelata? Perché sai, tu, che schifezze di grassi ci mettono dentro? Io non lo so. Nella pasta fillo ci spennello l'olio extravergine – scrivere evo mi fa senso – o il burro buono) con carciofi e cardi.</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>La cena inizierà con il salame cotto, un salamino morbido e un filetto (una specie di bresaola ma in forma di salamino), due formaggi, uno misto latte di mucca e capra (la "mistica"), l'altro solo capra, con una marmellata di cipolle che ho fatto mesi fa. Poi l'hummus, pomodorini secchi (tenerissimi e delicati, ma che fatica. Li farei pagare almeno 15 neuri al barattolo, e in giro te li tirano dietro. Poi li assaggi e sono suole ipersalate) e peperoncini ripieni di acciughe, capperi e tonno (fatti da mammà). Poi la torta salata. Pane di segale e baguette.</span></span></div>
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<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>La minestra.</span></span></div>
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<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Sto considerando l'idea di un'insalata di finocchio tagliato sottilissimo e trevisana. Sì, con semi di girasole e zucca.</span></span></div>
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<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>E bon. Perché abboffarsi? Almeno ti godi il dolce: la torta di nocciole con lo zabaglione al moscato.</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Moscato che poi rimane da bere. L'enoteca di fiducia (quella con uno strano difetto di pronuncia) ha consigliato per gli antipasti un nebbiolo (my favourite) e per la minestra di farro un brachetto secco. Ci stava bene un vino toscano, ma aveva solo il morellino e ho detto No, grazie.</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Anche se poi gli amici porteranno vino e dolci stavolta imporrò la mia linea.</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
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<span style=”font-size: 16px; “><img alt=”" src=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/12/4378935420_a57a224d06_z.jpg ” style=”float: left; margin-top: 0px; margin-right: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; width: 300px; height: 400px; ” /></span>
<div>
<br />
<span style=”font-size: 16px; “><span class=”Apple-style-span” style=”font-family: Georgia, serif; “>Siccome è molto probabile che questo sia l'ultimo post dell'anno, scrivo ancora due cosette.</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Com'è andato il compleanno? Bene, grazie. Con tutta la voglia di starmene per i cazzi miei (a me, troppa gente tutta insieme, troppo spesso, continua a fare male).</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Capodanno? Potesse saltare insieme al natale. Lui non salta? Salto io. Avevo voglia di un lungo viaggio in treno, al calduccio, guardando bei paesaggi, leggendo <a href=”http://www.ibs.it/code/9788875211882/vasta-giorgio/tempo-materiale.html” target=”_blank”>bei</a> <a href=”http://www.ibs.it/code/9788870911893/paasilinna-arto/allegra-apocalisse.html” target=”_blank”>libri</a>, con qualcosa di caldo da bere (thermos?). Impossibile, in poco tempo, e con due tre giorni a disposizione, cercare di costruire un viaggino come <a href=”http://petarda.splinder.com/post/15203331″ target=”_blank”>questo</a>. </span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Allora, due città opposte, da raggiungere in treno. </span></span></div>
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<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Budapest, da Venezia. L'arrivo sarebbe alle undici del mattino, s'andrebbe subito a scongelare in uno di quei lussuosissimi centri termali di cui è pieno il centro. </span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Oppure Marsiglia, da Torino. Sono diverse tratte, quella più suggestiva è certo la Cuneo Ventimiglia, che passa per il Col di Tenda. Già fatta, alcuni secoli fa, tornando da un capodanno a Barcellona (chi non ha mai fatto un capodanno a Barcellona?): bellissima. E poi l'idea di vedere Marsiglia: c'ero stata, più di vent'anni fa, insieme ad amici molto motivati a saltellare su e giù per le Calanques. Quel bianco, quell'odore di rosmarino. Ma di Marsiglia non ho ricordi perché ci abbiamo solo cenato, una sera. Poco dopo ho lasciato il mio portafoglio in una cabina telefonica, così gli amici mi hanno dovuto sovvenzionare per l'intera vacanzina. Il debito nei loro confronti mi impedì di insultarli come avrei voluto per la difficoltà delle scarpinate; m'arrabbiai solo una volta, mi pare, ma perché la nostra guida (un omone più vecchio di noi ventenni, soprannominato bionico) s'era persa e continuava a farci zigzagare su e giù per la montagna senza alcun costrutto ma con immane sofferenza. Nella foto, il luogo in prossimità del quale avvenne il cazziatone. Non so se qualcuno avesse mai osato cazziare l'uomo bionico. </span></span></div>
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<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Marsiglia, Marsiglia: fa più caldo. Almeno dieci gradi, il 31 dicembre. Ma credo ce ne saranno di più.</span></span></div>
Archivio per la categoria ‘treni’
Life is too short
Inpessimismo e fastidio, treni, viaggi su 22 dicembre 2010 a 15:46dovere di rettifica
Inesiti resistenziali, jappone, treni, viaggi su 14 novembre 2010 a 17:05<p style=”text-align: justify; “>
Nei confronti dell'essere molesto di cui al post del 24 ottobre corrente anno. <br />
Oggi, 14 novembre 2010, detto essere si è largamente emendato prestando assistenza a un signore orientale di nazionalità non specificata, non parlante italiano né inglese, e tradotto suo malgrado su un convoglio diretto a Torino pur dovendo, in effetti, andare a Milano. Mentre la controllora del convoglio gettava la spugna non riuscendo a farsi comprendere in alcuna maniera dal suddetto passeggero orientale, l'essere molesto, da ora in poi essere servizievole, spiegava più volte, in italiano, in inglese e a gesti, al signore orientale che a Chivasso avrebbe potuto prendere il regionale per Milano. Avendo infine dedotto che l'interlocutore continuava a non comprendere, e quindi presumendolo a rischio di equivocare nuovamente convoglio ferroviario, l'essere servizievole si accollava quindi il passeggero orientale, accompagnandolo egli stesso al binario giusto.</p>
<img alt=”argentina 002″ src=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/11/043c6822cd35d5703bf812ead75fac42_small.jpg” style=”margin-top: 0pt; margin-right: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0pt; float: left; text-align: justify; ” /><img alt=”argentina 001″ src=”http://files.splinder.com/6722363919e2993538a73577bbc0ddd2_small.jpg” style=”margin-top: 0pt; margin-right: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0pt; float: left; text-align: justify; ” />
<p style=”text-align: justify; “>
Rettifico pure un errore occorso a Kyoto, nell'aprile 2009. Quivi, in un'angusta ma accogliente magione, dal bagno dotato di copriwater in spugna rosa, dopo aver aperto una scatola piena di monete di tutti i paesi, compresi un paio di vecchi 100 lire, oh nostalgia!, oh bei tempi andati!, l'ospite ospitante dichiarava di voler conoscere i luoghi di provenienza delle ospiti ospitate. Davanti a un atlante, dopo aver gongolato nel vedere che l'unica città del Piemonte, oltre a Torino, risultava Casale Monferrato, gli ospiti tutti (ospitante e ospitate) constatavano addolorati che non v'era cartina, per quanto grande, in grado contenere Italia e Giappone, come si notava anche alla fine di questo <a href=”http://petarda.splinder.com/post/20629309″ target=”_blank”>nippost</a>. Quale sorpresa quando, al ritorno in Italia, e per la precisione proprio a Casale Monferrato, la scrivente s'imbatte in una Piccola Pasticceria il cui logo rende giustizia all'amore che tutto può, almeno nei confronti dell'arido calcolo chilometrico.</p>
il bue ursino e altri animali
Incortazar, il peso della mole, treni, unduetreprova su 7 novembre 2010 a 23:59<div>
Di ritorno da milàn, son sul tren. Uno di quei treni a due piani, io sto sopra e l'aria calda va tutta su, e quindi fa caldo, qui. Mi spoglio del pullover, mi metto comoda, col libro. Tolgo anche gli stivali, e rimango coi piedi incollantati neri sul sedile davanti. Sale, non so più dove, uno, che si mette in uno dei miei quattro sedili, l'unico libero, quello in diagonale (io ne occupo tre: quello di fianco a me, con la borsona; quello davanti a me, con il cappotto e i piedi). Leggo Gli Wapshot di Cheever. Son belli l'inizio e la fine; in mezzo è un po' shakerato. Secondo me, Cheever non aveva pazienza. (Zio Pipino Marzapane è un soprannome perfetto, per. Sempre che si sia in vena di confidenze; anche no.) Il libro è agli sgoccioli e so che non ne avrò abbastanza per arrivare fino a casa. Mi astraggo e mi distraggo, mi guardo intorno, dal finestrino buio, e guardo anche verso il mio quasi dirimpettaio, scoprendo che mi sta fissando con degli occhi marrone scuro, liquidi, buoni. Rimaniamo un attimo e poi ci rituffiamo, io in Cheever e lui nel pc e nell'iphone.</div>
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Anche se subito ho pensato: cazzo vuoi?, nei minuti successivi si sviluppa tra noi una specie di intimità da vecchia coppia in viaggio. Siamo svaccati, lui fischietta e/o canticchia, io sento cosa dicono le tipe dietro (cazzate) sempre con la testa su Cheever, che più si avvia verso la fine più mi fa ridere.</div>
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Ma più che altro sono gli aggiustamenti del corpo e le occhiate di sguincio. Il tipo mi piace perché occupa tutto lo spazio a sua disposizione. E' grande e grosso e quasi non ci sta nel sedile. A un certo punto mette la batteria del pc vicino alla mia borsa e guarda di nuovo se lo guardo, probabilmente per capire se lo può fare oppure no. Ok, ora ti faccio una piazzata perché hai osato accostare la tua microscopica batteria alla mia enorme borsa. </div>
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Ancora qualche occhiata, qualche allungamento di gambe, stiracchiamenti, lettura, pigiare di tasti. Arrivano, nei sedili al di là del corridoio, quattro ragazzotti pieni di borsine e borsone di acquisti. Hanno passato la giornata a Milano, a quanto pare a fare shopping, e stanno tornando a casa, a Torino. Uno racconta di aver svegliato la madre alle cinque dicendole: Ciao, vado a Milano. Un altro, col piede penzolante fuori dal bracciolo, urta l'orsinobove e gli chiede scusa, dicendo che del resto ha il 44. Interviene un altro, dicendo che allora lui, che ha il 48? E continua narrando di un suo cugino col 52, alto due metri e dieci. Dice che non riusciva a girargli intorno. Gli altri non capiscono. Spiega: non riusciva a cingerlo tutto con le braccia. Penso a un gigante di due metri con un bambino che gli saltella intorno e che vuole abbracciarlo a tutti i costi, ma non può.</div>
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Orsobue si prepara per scendere. Fa su tutto. Improvvisamente desidero fumare e mi rollo una sigaretta, anche se stiamo per arrivare a Porta Susa e scendo a quella dopo. Bove ursino si alza, tutto pronto e intabarrato, e rimane un po' lì, rosso in faccia, a guardarmi dall'alto. Gli sorrido, gli dico Ciao, lui risponde, e in quel mentre perde l'equilibrio e quasi rovina addosso ai ragazzini, che si mettono a ridere. Si gira e dice: Beh, adesso siamo pari, e comunque ho il 46. </div>
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E se ne va.</div>
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Resto con la sigaretta in mano. Arriva un tizio, guardo, non è <a href=”http://www.youtube.com/watch?v=8mczcXtpGKU&feature=related” target=”_blank”>Orson</a>. Spunta un braccio con un pacchetto di patatine, alla mia sinistra: il 48 di piede me le sta offrendo, senza guardarmi, mentre il 44, di fronte a lui, ride buttato sulla spalla dell'amico sul sedile vicino. Gli adolescenti maschi non mi piacciono molto, ma ogni tanto mi inteneriscono, come ora, da quando, tanti anni fa, vidi un branco di puledri ammassati dietro una staccionata in attesa del pastone: un intreccio di colli e di teste con gli occhi impazienti.</div>
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Penso che potrei scrivere il mio numero di telefono su un foglietto e portarlo a bovorso. Non lo faccio, ma decido anch'io di scendere a Porta Susa; mi viene in mente un racconto di Ottaedro in cui c'è un tizio che si fa delle pippe sull'abbordare o meno una tizia in metro a seconda che scenda alla fermata giusta, cioè quella che ha deciso lui. Mi sento, anch'io, immersa in una desolante atmosfera solipsistica. </div>
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Scendo dal treno, mi giro, e Orson è dietro di me. Poi mi si affianca, mi guarda. Camminiamo vicini per un po'. Io ho solo voglia di accendere la sigaretta, ma siamo ancora sottoterra. Mi supera, e prende le scale del passaggio a destra. Io invece vado a sinistra. Le nostre strade si dividono qui. </div>
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Fuori, non riconosco la città. Siamo dalla parte di Corso Inghilterra. Accendo la siga e passeggio, cercando di capire se posso raggiungere Porta Susa senza ridiscendere nel sottopassaggio. Pare non si possa. Butto la cicca e torno giù. Dopo cinque minuti c'è l'Aosta, per Porta Nuova. Mi siedo vicino a una famigliola; accanto a me due bambine, vestite solo di maglione e jeans, stanno rannicchiate con le mani alla bocca, per scaldarle. </div>
<br />
Ma tutto questo Alice non lo sa (ultimo, il ragno a sette zampe)
Inciccipuccimucci, esiti resistenziali, gatti, libri, madri, musa, treni, viaggi su 2 dicembre 2009 a 12:37<div style=”text-align: justify;”><img alt=”alice cemak” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2009/12/e3de264e4320035c91a8d77a3aed6ccb_medium.jpg” style=”margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left;” />Sul treno per Torino mi addormento leggendo un <a href=”http://blog.libero.it/LaDonnaCamel/8013003.html”>bel libro</a> di <a href=”http://vibrisse.wordpress.com/002-giulio-mozzi/”>Mozzi</a> (di cui presto leggerò, credo, <a href=”http://www.transeuropaedizioni.it/?Page=libro.php&id_libro=73″>quest’altro</a>; per il momento mi va bene d’accostarmi a quest’autore così, lievemente) che parla molto di treni. Mi sveglia un CLANG secco e ripetuto proveniente dal sedile dietro il mio: sbircio e vedo una manina che batte e ribatte il coperchio dell’ex posacenere. In breve facciamo conoscenza: Yasmine, due anni e mezzo, tutta vestita di rosa, è insieme alla madre, una bella ragazza con il foulard e gli occhi bistrati. <br />
La bimba si arrampica sul sedile accanto a me: le do un cartoncino colorato, le faccio le formichine sul braccio e nel collo e lei ride, sorpresa: quando esclamando <em>BEEP!</em> le tocco il naso è il massimo. La madre le chiede, in arabo, come si chiami quella parte del volto; <em>BUCA</em>, risponde Yasmine. <em>No, non è la bocca, è il naso</em>, corregge la ragazza, al che Yasmine, guardandomi interdetta, ripete <em>NAZO</em>.<br />
Entra nello scompartimento una <a href=”http://www.virtualstampclub.com/2006/06_mcdaniel_400s.jpg”>signora</a> anziana e grossa, avvolta in un cappottone blu, che si siede poco lontano da noi e ci osserva. Siamo quasi arrivati a Torino; mentre mi alzo e mi preparo a scendere Yasmine mi tende le mani; gliele stringo e mi accompagna dalla madre, alla quale spiega, un po’ a gesti e un po’ nel suo idioma personalissimo, che vuol venir via con me; cerchiamo di convincerla ch’è impossibile: continuo a salutarla, molti sorrisi, molti ciao con la mano, e infine quando sono quasi fuori dallo scompartimento la sento scoppiare in un pianto inconsolabile; la signora anziana e grossa mi passa accanto in quel momento e prima di scendere sussurra, sorridendo e scuotendo la testa: <em>Yasmine ti vuole. </em><br />
Passo un attimo da casa ed esco di nuovo a far la spesa. Piove. Mi assale un senso di colpa pensando che forse non mi sono congedata bene o a sufficienza; penso alla Musil, la mia gatta che ora sta dai miei: se prima di andar via per una o due settimane non la saluto, quando torno fa l’offesa e per un po’ non mi considera. Ripercorro gli ultimi minuti passati in treno e, per fortuna, mi autoassolvo.<br />
<br />
E però non è tanto bello quando la razionalità deve accorrere a spiegare o a mitigare un sentimento o uno stato d’animo; preferisco che tutto scorra, e io sull’onda, o dentro l’onda: alle volte succede.<br />
<br />
Ad <a href=”http://blog.libero.it/bartelio/”>Alice</a> che ora – credo – guarda il mondo dalla sua casina di vetro, auguro di provare presto e a lungo il calore e il profumo di quella pelle, il sapore di quel latte caldo, la luce che sta in un abbraccio e che, a ben vedere, è anche dentro di noi. Con quella luce, di partire alla scoperta del mondo, che non sarà tanto male, finché ci saranno cartoncini colorati, treni da prendere, libri da leggere, e compagni di viaggio con cui giocare. Non saranno sempre umani – ché i nostri simili son strani – ma è anche grazie all’inadeguatezza umana che possiamo avvicinarci alla natura; ripenso al pettirosso nella neve, al cane dipinto di blu, agli animali che nei momenti di scoramento appaiono e sanno distrarre, e quindi consolare; ultimo il ragno a sette zampe che viveva nella vasca da bagno (a forza di spostarlo quando dovevo far la doccia la zampina gliel’avevo rotta io): un mattino è ricomparso, inciccionito, da sotto la cassettiera. È rimasto fermo per un po’ e poi è tornato sotto il mobile. Devo dire alla segnora di non passare l’aspirapolvere, lì.<br />
<br />
<span style=”font-size: smaller;”>(illustrazione di L. Cemak, <em>Attraverso lo specchio</em>, L. Carroll, edizioni <a href=”http://www.nuages.net/index.html”>Nuages</a>)</span></div>
i treni che ho perso non erano miei
Inesiti resistenziali, il peso della mole, madri, treni, viaggi su 5 novembre 2008 a 15:20<div align=”justify”>Domenica, dopo aver perso due treni possibili per andare dai miei, percorrendo quell’ottantina di chilometri che, non avendo l’auto, e in mancanza di treni, diventano una distanza incolmabile, decisi di piantarmi per un’ora davanti al binario 18. Che era quello da cui sarebbe partito il treno successivo. <br />
<br />
Vivo a un minuto – scarso – dalla stazione, ma è incredibile quanti treni riesca a perdere, specie se devo andare dai miei. Il tutto con comprensibili sensi di colpa, autoinsulti, automaledizioni, autoanatemi, ecc.<br />
Mia madre ormai sa che prima o poi arrivo: non si sa bene quando, ma arrivo. Alle volte la chiamo due, tre volte, per dirle che sto continuando a perdere treni; lei però non immagina la dinamica di questo fatto, che è penosa, ed è questa: scendo in stazione, perdo il treno, risalgo a casa, ridiscendo per prendere il treno successivo (due ore dopo), e lo riperdo. Risalgo. Riscendo, riperdo. Ogni tanto mi vergogno troppo e incolpo trenitaglia di ritardi che fan perdere coincidenze, soppressione di treni, guasti alle vetture, scioperi locali.<br />
Invano mia madre cerca di allettarmi con la descrizione di cibarie elaborate che mi aspettano se rincaso, puntuale, la domenica a pranzo: la stronco con "un’insalata andrà benissimo".<br />
Domenica le avevo detto che sarei arrivata alle sei e mezza di sera; poi alle otto e mezza; poi non le ho più detto nulla. Tra l’altro ero convinta che lei, lunedì mattina, avesse una visita medica, e quindi volevo assolutamente esser presente. Dovevo, volevo. L’essere riuscita a far coincidere quasi completamente, nel significato, i due verbi mi fa, come contropartita, perdere i treni. Pazienza, almeno non sto continuamente a chiedermi se devo o voglio: lo faccio e basta.<br />
Una volta a casa lei mi apre, anche se non ho citofonato, appena infilo la chiave nella toppa della porta d’ingresso. Ha una smorfia divertita mentre mi dice: <em>Ce l’hai fatta</em>, le sorrido mentre rispondo: <em>Sì, sai: bisogna aver pazienza. </em><br />
Più pazienza del solito. <em>Sei strana. </em>Già.<br />
<br />
Al binario 20, a un certo punto, arrivò sbuffando dalle ruote e dal comignolo un treno antico. Pioveva ed era buio, e quel treno pareva guasto; o, altrimenti, si trattava di un comportamento normale, normale per una locomotrice a vapore. Entrò lentamente in stazione, facendo tutto quel fumo, ed era proprio come in certe stampe o in certi quadri impressionisti. <br />
<br />
<img width=”600″ height=”487″ align=”cssCenter” style=”margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2008/11/monet-the-gare-saint-lazare-arrival-of-train.jpg” alt=”" /></div>
L'anno della minilepre
Inbacon, pessimismo e fastidio, treni, val vigezzo, viaggi su 29 maggio 2008 a 12:15<div align=”justify”><img align=”cssLeft” alt=”" style=”margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left;” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2008/05/leris.jpg ” />Scrivo col timore che gli scaffali dietro di me mi crollino in testa. Da qualche giorno penso ciò, tantissimi anni fa si avverò il presentimento che per strada mi sarebbe caduto qualcosa sul capo: dei vetri rotti belli spessi, e per fortuna avevo l’ombrello aperto, sennò non stavo qui a raccontarlo. Ora mi sento come un friccicore nella nuca, alla base del collo, sarà meglio che dopo questo post spost la post del p.ccì o ci rimango.<br />
Nel uichend passato andai in Val Vigezzo a fare un sopralluogo, avendo deciso di passar lì le ultime due afosissime settimane di luglio, anche se qui ora è ottobre inoltrato. <br />
Avendo come sempre perso il treno per Domodossola da Torino, tocca andare a Milano a prenderlo. Qui entro in contatto con l’umanità che dalla Lombardia si trasla in Canton Ticino col Cisalpino. Turisti, transfrontali, io. Mentre leggo le avventure di Celati in Africa, proprio quando dice che su un bus zeppo di gente e di bambini regna il silenzio per ore, ho dei compagni di viaggio che son dei circensi, uno imita il cane, un altro ha la suoneria del settimo cavalleggeri prima e delle osterie poi, mette ‘ste cazzo di musichette e se le ascolta, ma due cuffiette no? Poi c’è (o)missis col cappelluccio di paglia e i sandali, ‘na vispateresamericana, e la geisha colle fette al gorgonzola, che sta seduta proprio davanti a me, e m’impesta le nari, altro che eterea e soave orientale con la boccuccia a cuore sottovuoto spinto, levami ‘sti piedi. <br />
Dormelletto. Meina. Piccoli moli con piccole barche. D’improvviso vorrei sapere tutto sul microclima lacustre; sono sempre stata attratta dalle isole, il lago è un’isola all’incontrario.<br />
La Val Vigezzo è il paese delle fate con – forse – un orco nel bosco.<br />
Locarno non mi piace, non ha un centro, o forse sono io che non lo trovo, o forse è il tempo, chissàmah.<br />
Il giorno dopo, la <a target=”_blank” href=”http://www.francisbacon.it/”>mostra di Bacon</a> a Milano è deserta, van tutti a vedere il Canova. Bacon era quello che non era andato all’accademia, l’autodidatta, forse per questo motivo sembra concettualmente ricchissimo, si doveva rifare, non voleva essere impreparato: spesso accade, a quelli che arrivano tardi a scoprire o assecondare una vocazione. Così il suo lavoro secondo i critici è zeppo di riferimenti e citazioni, e io in effetti ci credo, anche perché vedendolo in un’intervista mi viene da credergli, perché è così concreto nel descrivere come dipinge, cosa cerca mentre fa un quadro, che cosa può succedere, che non posso non credergli. Perché è come mi sono sempre immaginata che sia dipingere, partire con un’idea in testa e poi lasciarsi prendere da quello che succede, da quello che viene fuori dalla tela. Tra l’altro lui era <em>Per sempre o per niente</em>, dipingeva dalla parte non trattata della tela, quindi se andava male si buttava, non c’era verso di recuperare; e non sempre l’incontro era fruttuoso, allora buttava via. Buttava via un sacco di tele. Buttava un sacco di cose sulle tele, oltre al colore: le sabbiava, le impolverava, le pettinava, ci premeva sopra dei pantaloni di velluto a coste e delle maglie di cachemire. Era un tipo <em>Come fosse sempre la prima volta</em>, cercava di ricreare <em>a ogni pennellata</em> l’effetto della prima pennellata su un muro, quella freschezza, quella potenza. <br />
Le sue facce, i suoi corpi, mi paiono delle clessidre. <br />
Tornando a casa, dal treno, vedo una minilepre. Son curiose le minilepri, io non lo sapevo ma è come se vivessero a tempo, quella lì forse no, quella lì forse è sfuggita al destino di animale allevato e liberato per essere ucciso dai fucili. Di tutto questo la minilepre non sa nulla, e questo pensiero mi consola, per un poco mi salva.<br />
<br />
<em><font size=”1″>immagine tratta da <a target=”_blank” href=”http://www.kainos.it/”>kainos</a></font></em></div>
Inlisboa, madrid, treni, viaggi su 19 ottobre 2007 a 12:52
<div align=”justify”><strong>Lisboa üno</strong><br />
<br />
<img align=”cssCenter” style=”margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2007/10/4.jpg” alt=”" /><br />
C’è una luce spudorata che si riflette sugli edifici bianchi, sulla pavimentazione delle strade e sulle goccioline di un’umidità che ricopre Lisbona come un velo. Il centro basso di Lisboa mi abbaglia e mi stordisce; il caldo mi squaglia. Conta anche il fatto che non vorrei essere qui. Già a Madrid m’era presa la voglia di tornare dopo aver visto dei pigiami di flanella in una vetrina. Il viaggio sul notturno-superfigo-con-cena-inclusa nel vagone-ristorante-di-velluto-rosso non è poi così splendido. Ceni alle undici e mezza e poi ti ritiri nel loculo che sì, ha pure il bagno ed è tutto per te, ma è pur sempre. Poi la notte e i sobbalzi non aiutano la digestione. Romantico è un film che devi girarti nella testa, e lì rimane. <img width=”240″ height=”180″ align=”cssLeft” alt=”" style=”margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left;” src=”http://farm2.static.flickr.com/1147/1462408310_a622eb64a2.jpg?v=0″ />Dormi un cazzo. Arrivi in un mattino appena nato, tutto nudo, e appunto spudorato. Ma che vuoi? Vai nella pensao ed è sempre troppo presto, e però non ti butti sul letto, anche perché c’è un certo qual odore di muffa (mofo, mofo). La doccia l’hai fatta in treno e non hai scuse: esci. <img width=”180″ height=”240″ align=”cssRight” alt=”" style=”margin: 0pt 0pt 10px 10px; float: right;” src=”http://farm2.static.flickr.com/1241/1462405946_88c7f49c14.jpg?v=0 bairro alto” /><br />
La luce, più forte, si spalma e mi spalma, è un bagliore in gocce che appanna i vetri sotto un neon. Ma è tutto troppo chiaro: i muri crepati, le piaghe dei mendicanti, le facce dei ladri. C’è molto scatarro senza sputo, anche da parte di giovani donne che con le dita titillano la gola come corde di uno strumento. Fado? Sto odiando Lisboa. Non è che odio me a Lisboa. No; è proprio lei a starmi sulle palle. E intanto siamo tutti sotto questo cielo lattiginoso, e tutti ci sciogliamo al suolo. Dissolvenza radiante. Belém, che non riesco a starci dentro, Belém e un po’ d’aria. Belém sembra finta, sembra Gardaland. Camminare tranquilla in su per tra fra il <a target=”_blank” href=”http://farm2.static.flickr.com/1422/1462405066_28112e958f.jpg?v=0″>Mosteiro dos Jeronimos</a> è meglio. La gente son pazzi, filmano le cose e non le guardano da vicino, non le toccano. Davanti a Belém due pseudoperuviani cantano una canzone dei Sacred Spirit. Che però l’originale non dice <em>Dale Lola, dale</em>. Mi rifiuto di credere. E un mendico esibisce le mani con due sole dita, spesse e dure come le chele di un granchio.<br />
Prima di cena, passeggiando intorno alla pensao nel bairro alto, comincia a piacermi. Un poco. Domani vado a Cascais. T’arrangi, vado lì. Ho bisogno di respirare nella pelle. Quando torno si vedrà.<br />
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Inciccipuccimucci, esiti resistenziali, il peso della mole, treni su 22 luglio 2007 a 11:46
<div align=”justify”><strong>Fenomeni</strong><br />
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Ho rivisto il gagno di Ma e Mo, adesso ha cinque mesi e mezzo, è un bonzino buddhino e già gli sono spuntati due denti di sotto. E’ grande almeno come un bambino normodotato di un anno. Forse di più. Si è affezionato all’etichetta di un babaciu di pezza e la sgranocchia, se la porta alla boccuccia con due dita in maniera molto fine. Promana pace e serenità, quando piange però è come un cataclisma e fa paura. Ho letto su un sito che l’imperatrice Sissi e Napoleone sono nati con un dentino.<br />
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Pare che in Costa d’Avorio faccia più fresco che a Torino: è più ventilato.<br />
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Sul vetro del treno Casale-Chivasso, da Balzola, un insetto tipo grosso moscone con pancia giallognola con tre pallini arancioni si è fatto il viaggio fino a Morano, fermata successiva, dopo aver assunto una posizione aerodinamica e puntato bene le zampe a ventosa. Quando il treno s’è fermato in stazione è volato via.</div>
Inparis, supersicumerone, treni su 6 febbraio 2006 a 19:26
<div align=”justify”><strong><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>Ambreuse e altre simpatiche canaglie</font></span></strong></div>
<div align=”justify”><font size=”2″> </font></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>Anche nell’offerta Artesia più sfigata (Parigi-Torino in cuccette da sei a 35 euro) sono compresi i servigi di un cameriere per ogni carrozza. Il nostro ha la faccia d’Ambrose. Anzi: Ambreuse. E’ un bell’omone in divisa un po’ effesse un po’ circo Togni, col capello nerastro mediolungo e mosso e un fez rosso alto una decina di centimetri, visiera e soprastante nastro in passamaneria dorata. Copricapo che Ambreuse ha deciso di non indossare. </font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>Possiamo contare su di lui per ogni nostra evenienza.</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>Sara e io vogliamo occupare le cuccette più in basso per poter andare e venire dal corridoio quanto e come ci gira. In verità di solito preferisco stare nei posti più in alto per poter tenere meglio d’occhio i bagagli, ma capisco che una non abbia voglia di proiettarsi da un’altezza di due metri, in piena notte, rincoglionita dal sonno e dal ballonzolìo del treno, ogni volta che deve usare il bagno. </font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>Poco prima della partenza del treno arriva una coppia di milanesi sui 35. Sono trafelati e sudati, specie l’uomo, che continua a tenere indosso un maglione di lana pelosa. Potrebbe essere assicuratore, ma anche ricercatore universitario in qualche materia scientifica tipo fisica; lei invece potrebbe essere cassiera al supermercato, ma anche ricercatrice universitaria in qualche materia scientifica tipo fisica. Oppure potrebbero essere entrambi insegnanti. Scambiamo i nostri posti originari, quelli di mezzo, con le loro cuccette rasoterra. La tipa si siede e inizia a parlare con noi, ignorando il marito che tomo tomo cacchio cacchio scivola fuori, agevolato dal sebo, e si trasferisce nello scompartimento vuoto di Ambreuse, a leggere il giornale. Il quale Ambreuse compare alcuni minuti dopo con due cinesi che ci vengono presentati in qualità di occupanti delle cuccette in alto. </font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>- Ci porti dell’acqua naturale, per favore.</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>- Subito. Quante ne porto? Quattro?</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>- Ne porti due anche per i cinesi, sono anche loro esseri umani, in fondo.</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>Dopo un quarto d’ora ricompare con sei da mezzo litro. Scopriremo durante il viaggio che nel nostro scompartimento sono nascoste chissà da quanto tempo anche delle bottigliette di acqua frizzante: arriviamo a un paio di litri di beveraggio a cranio per passare la notte. </font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>L’umanità dei cinesi è evidente dal momento in cui si tolgono le scarpe.</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>- Saranno mica giapponesi, insinua quella vecchia volpe della milanese. Ci sta raccontando che lei e il puzzone sono stati a Parì, per la prima volta, solo per un giorno e mezzo; hanno cercato le banlieu ma non le hanno trovate. – O forse ci siamo stati ma non ce ne siamo accorti.</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>Un tizio passa sbraitando nel corridoio: – Ma avete visto in che condizioni è il bagno? Ora faccio delle foto!</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>- ‘Ndo cazzo sta Ambreuse? Guardate che è già un bel tipo!, esclamo spalancando gli occhi.</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>Se il nostro addetto latita, arriva invece di corsa il maggiordomo dell’intero convoglio o forse <span style=”font-size: 11pt; font-family: Arial;”>maître</span>, in giacca rossa e fiato aglioforo: – Per queste cose (il cesso putrido, n.d.A.) dovete rivolgervi al personale di carrozza (Ambreuse, n.d.A.), ma dov’è?</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>Ambreuse fa allora capolino da una porta vicino alla latrina incriminata. Il suo corpaccione riempie il corridoio. Ha le guance gonfie e mastica.</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>- Ah… stai mangiando, gli dice il <span style=”font-size: 11pt; font-family: Arial;”>maître </span>in giacca rossa. E se ne va.</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>Mentre il tipo indignato si reca di gran carriera alla volta della ritirata con la macchina fotografica, Ambreuse passa per ogni scompartimento impartendo le ultime raccomandazioni: – Chiudetevi dentro: su questo treno sale un… ladrino, è sempre lo stesso, lo conosciamo bene…</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>- E allora perché non fate qualcosa?</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>- Non siamo mica poliziotti…</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>Tra i piedi irranciditi dei cinesi, le ascelle cagliate del milanese e i possibili agguati del ladrino la nottata si prospetta complessa. Intratteniamo in chiacchiere insulse la milanese affinché il di lei consorte si senta escluso dal nostro salotto lesbochic su rotaia e sèguiti a confinarsi nello scompartimento di Ambreuse. Desideriamo tirar giù le cuccette di mezzo il più tardi possibile: quanto più riusciremo a ritardare il momento della chiusura della porta dello scompartimento, tanto più aumenteranno le nostre possibilità di sopravvivere ai lezzi dei nostri compagni di viaggio. Purtroppo la milanese, inizialmente schifata dal compagno non già per il ributtante aspetto fisico o la puteolente traspirazione, ma per un evento verosimilmente occorso poco prima dell’assalto al treno, tipo uno scazzo mentre, la pizza nella strozza, si scapicollavano alla volta di Bercy, e<em> di chi è la colpa se adesso stiamo correndo come i disperati e forse perderemo il treno, brutto lardone di un capodoglio imbalsamato che non sei altro</em>?, oppure <em>sei la solita fanatica, e ancora quello e ancora quell’altro, io tutto quel fiato non so dove prenderlo, non sono mica una scopa impagliata come te, che non pesi un cazzo e potrei tenerti appesa a un filo come un bel palloncino gonfio di merda</em>, purtroppo la milanese, dicevo, sembra aver scordato i motivi di risentimento che l’avevano indotta a prendere una vacanza di un’oretta dal marituccio (sì, vai, vai, ciao); si avvia quindi alla volta dello scompartimento in cui illo si è domiciliato, e ivi permane per qualche tempo. </font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>Sara sta manducando parte della confezione da dieci kit&kat (unico alimento vagamente commestibile offerto dai distributori di Bercy), io m’en vo alla carrozza ristorante. Fendo il treno calcando corridoi moquettati color champagne, incrocio gentiluomini gottosi dall’occhio lubrico che sorseggiano liquori all’angolo bar e certo rimpiangono di non potersi fumare un sigaro, approdo al ristorante e ritorno alle contemporanee miserie del nostro scompartimento con un tramezzino prosciutto e scamorza e altre due bottigliette d’acqua naturale, si sa mai. I milanesi riappaiono nella cornice della porta, affettuosamente riconciliati nella sfiga perenne delle loro esistenze: si vogliono coricare; cià, facciamo i letti. I cinesi nella loro postazione sopraelevata non muovono un muscolo, forse si sono suicidati con un calzino sul naso.</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>Mi reco alla ritirata. Non quella putrida, l’altra. Che dico: vorrei recarmi, perché è sempre occupata. Palle. Finalmente la porticina si apre, e chi ti compare? Ma il buon vecchio Ambreuse, chi altri. Entro, e già ho un mancamento. Il tanfo di merda è notevolissimo. Sono in apnea preasfissia, sbircio nella tazza metallica in cui, come su di un vassoio, mi si porge uno stronzo: intatto e fetido, fuoriuscito dagli intestini di quello scostumato intasacessi di Ambreuse che, è ormai palese, nella sua vita precedente ciondolava per porti e stazioni in guisa di grosso cane pigro e balengo. Insomma, è ancor di grazia se non l’ha mollata nel corridoio.</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>Ma via, tutti in cuccetta con la porta chiusa e la lucina fioca. Io e Sara leggiamo, la milanese sopra di me quasi ribalta negli aggiustamenti prima di prendere sonno, il verro a lei congiunto inizia un suo onirico grufolare e i cinesi dal rigor mortis passano al coma vigile. Odio il milanese. Sara e io rumoreggiamo con una serie di pciù pciù pciù, nzì nzì nzì, nzà nzà nzà, nel tentativo di farlo smettere; la mogliera a un tratto si scaraventa giù dalla cuccetta causandomi un mezzo infarto, gli si avventa al collo e gli aggiusta per bene il lenzuolino prima di avventurarsi all’esterno in cerca della latrina inesistente. Al suo ritorno, è la volta di uno dei cinesi, che nel risalire alla cuccetta pensa bene di lasciare le scarpe sul pavimento proprio vicino alla testa di Sara, che si alza, le prende e gliele porge, casomai le avesse perse.</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>Riesco a piombare nel sonno. Ne riemergo subito per via dei cinesi che parlottano e giochicchiano col telefonino. Il milanese, spero si soffochi a forza di grugnire. A un certo punto a uno dei cinesi squilla il cellulare: saranno le quattro del mattino. L’irrispettoso risponde e inizia la prima di alcune lunghe conversazioni da viaggiatore idiota che disturba tutti e se ne frega.</font></span></div>
<div align=”justify”><font size=”2″> </font></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>In prossimità di Milano metto fretta a milanesi e cinesi del piffero perché si decidano a far su le loro carabattole, si portino fuori dallo scompartimento e ci lascino dormire almeno un paio d’ore.</font></span></div>
<div align=”justify”><font size=”2″> </font></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>A Torino Porta Nuova Sara scendendo dal treno s’infila un gradino nel ginocchio ed è molto se non rovina sulla banchina. Ambreuse in borghese, lì vicino, chiacchiera con un collega: porta una papalina araba. Un Sicumerone ci si appropinqua timido e afono, lascio che con Sara si avvii verso casa mia e vado a procurare croissant, pane e prosciutto, focaccia, latte, yogurt; il caffé già lo tengo.</font></span></div>
<div align=”justify”><span style=”font-size: 11pt;”><font size=”2″>Davanti alla tavola imbandita ricordiamo Jodo, il Sicumerone è un suo fan e ha scoperto che posseggo dei fumetti scritti da lui che manco ricordavo di avere; me li porta; ci accapigliamo, nonostante sia afono, perché lui, non capendo una mazza come al solito, sostiene che Jodo è il disegnatore. Puoi capire. Raccontiamo della mostra sulla malinconia, del maniaco esibizionista nella camera d’albergo di fianco alla nostra e anche di rue de la Roquette, e che bella e che popolare che è. Quel mattino non potevo sapere che una settimana dopo, proprio il giorno prima del mio compleanno, sul treno per Firenze, avrei incontrato una coppia di anziani italofrancesi che abitano proprio in una traversa di quella via lì, sulla sinistra e prossima al cimitero. Ma del resto non potevo nemmeno sapere che in quello stesso scompartimento, quello con gli italiani parigini dico, avrei pure incontrato un signore con la moglie che compiva gli anni lo stesso giorno in cui li compio io; non è che si possa sapere tutto prima, no? Anche se, comunque, di solito basta avere pazienza e aspettare un po’ e le robe prima o poi si sanno. </font></span></div>
Inesiti resistenziali, musa, ninfe, treni su 2 settembre 2005 a 18:02
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″><strong>E’ il mondo che deve cambiare, non tu</strong></font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″></font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″>Oggi il vezzoso <em><a href=”http://petarda.splinder.com/post/4994677″>Minuetto</a></em> è stato sostituito da una spartana littorina sobbalzante, priva – ovviamente – di aria condizionata, ma riverniciata a dovere, e dai sedili non in legno, bensì imbottiti e foderati di bella e calda stoffa blu cobalto con tante effine verdi ricamate. Salgo che il treno è ancora fermo al binario. Mi si avvicina una ragazza che, mostrandomi un chilometrico da un euro e trenta cent, mi chiede fino a quale stazione potrebbe arrivare. Le dico che non lo so, e di rivolgersi al ferroviere che sta appunto seduto sulla panchina davanti al treno, e che vediamo dal finestrino. La ragazza, sui trenta, carina in quanto bionda, occhi grandi, belle forme messe in risalto da una maglietta blu aderente color sedili della littorina e un gonnellino bianco da tennista, unico neo la pelle con esiti acneici, ma vabbé, questa ragazza, dicevo, mi sembra un po’ strana. Poco dopo osservo la scena che segue: Blondie tennista approccia il ferroviere sbracato in panchina, senza sandali e pertanto a piede libero, col riporto sverso e lucido di sudore e sebo, chiedendo che cosa ne può fare del biglietto da 1.30, gesticolando come chi nulla può contro le bizzarrie della vita ed esibendo una mimica facciale acconcia alla circostanza, ovvero sopracciglia sconsolate/sorprese e labbra un po’ imbronciate e un po’ sorridenti, da bimba. Come a voler significare che questi nostri treni, queste nostre tratte, questi nostri biglietti a questi nostri prezzi, sono proprio strani. Loro. Noi. Che non sia italiana? Il ferroviere, che nel frattempo è stato raggiunto da un paio di colleghi, perde l’aria da burocrate in svacco e concede a Blondina uno sguardo comprensivo; l’asseconda nel suo gioco <em>siamo strani, è strana questa vita, t’à propi rason</em>, e la fa salire, non capisco per quale destinazione. Io dal treno rido. Gli rido pure in faccia, a lui e ai suoi colleghi. Penso che per gli uomini la donna bambina è così rilassante. Una specie di oasi. (Ora è passato il controllore bofonchiando <em>as drobu nanca al porti, porca vaca</em>, mentre una signora anziana confessa a Blondie, in camera caritatis, di essere terrorizzata dall’elevatissima velocità che un interregionale può raggiungere. Forse non parla dei treni italiani. La ragazza fa un commento sull’Alta Velocità che il frastuono della littorina, rombante a pieno regime, non mi consente di cogliere.)</font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″>Com’è, come non è, ho appena cominciato a leggere <em>La follia che viene dalle ninfe</em> di Calasso, e decido che Blondie è un po’ ninfa. Una ninfa, una <em>fonte dalle belle acque</em>, che ti attrae, ti fa riposare, ti incanta, e poi magari ti fotte, o magari no. Qualche bugia però te la dice, perché è birichina. Oppure ti mente perché si è arrabbiata, perché hai invaso il Suo Mondo.</font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font color=”#999999″><font size=”2″><em>E tu da dove vieni? </em></font><font size=”2″>Sento il controllore chiedere a una tipa che sta seduta dietro di me, e che quindi non posso vedere, <em>Colombia, Madagascar? Marocco</em>, risponde illa, e lui: <em>In Marocco è un po’ meglio che qui, vero? Un po’ meglio. </em>E lei: <em>No, non è meglio</em>, e mi sembra di vederla che scuote la testa. </font></font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″>Forse questo viaggio è un’epitome, ma non so di che, non essendo il povero Port del <em>Tè nel deserto</em>. La littorina si ferma, sbuffa, e tremolante riparte a ogni piccola stazione, e io continuo a pestare i tasti del portatile, a mirare incantata fuori dal finestrino i paesaggi di un’estate nordoccidentale ormai sfiorita, e a pensare alle Muse che – forse – hanno preso il posto delle Ninfe sull’Elicona, e alla mia <em><a href=”http://petarda.splinder.com/post/4735331″>Musa</a> </em>scemolina che non si fa tagliare le unghiòle ma si lascia annodare al collo un nastro rosso, e che non capisce mai quando parto e poi rimane immagonata ma solo dal secondo giorno della mia assenza, e poi ai campi di meliga ai lati della ferrovia, uguali a quelli in cui m’infilavo da bambina ed era come esplorare un mondo, un MioMondoproprioMio, che come tanti altri mondi ho un po’ perso di vista negli ultimi trent’anni.</font></p>
<p align=”justify” style=”color: rgb(153, 153, 153);”><font size=”2″ color=”#999999″>Opportunamente la ninfa sta illustrando al controllore le bellezze di Saturnia, con pozze e conche e cascatelle di acqua calda termale, ed è così giusto, e so che quell’uomo si sta immaginando – difatti – la Blondie sirena che sguazza e si spruzza nelle vasche naturali e si tuffa e riemerge in e da esse, e so – anche – che quell’uomo sta pensando di essere un tritone d’acqua dolce, un salamandrino birbantello in vena di scherzi, ma poi si riscuote, si alza e inizia a controllare i biglietti e mi rendo conto di aver fatto una vaccata. Ovvero, ho timbrato un biglietto Torino – Casale invece di uno Casale – Torino, e temo che mal me ne incoglierà. Già successo: proibitissimo, e foriero di inimmaginabili sanzioni. Non ho mai capito perché e non ho mai trovato un ferroviere che me lo sapesse spiegare: il numero di chilometri è lo stesso. Ma il controllore, qui, si dimostra ancora una volta pervaso dal buonsenso, dunque mi scrive una roba in calligrafia ferroviaria sul biglietto, ad uso di un eventuale collega troppo zelante. <em>La rangiuma</em>, mi rassicura, <em>a la rangiuma</em>. Poi mi augura buon lavoro e se ne va. Chissà se si può chiedere la residenza su questa littorina qua. Poi in primavera e in autunno è così bella, la tratta Casale – Chivasso. </font></p>
<p align=”justify”><font color=”#999999″><font size=”2″ style=”color: rgb(153, 153, 153);”><em>CHIVASSO!</em> </font><font size=”2″><span style=”color: rgb(153, 153, 153);”>Urla il controllore. </span><em style=”color: rgb(153, 153, 153);”>Hai visto ce l’abbiamo fatta, siamo arrivati a tempo per la coincidenza</em><span style=”color: rgb(153, 153, 153);”>, fa alla ninfa. Sorrido, e ho anche un po’ un nodo in gola, e quest’evenienza mi dura ancora mentre salgo sul Milano – il terrificante interregionale iperveloce – dove un bambino gitano suona </span><em style=”color: rgb(153, 153, 153);”>Il ballo della steppa</em><span style=”color: rgb(153, 153, 153);”> con la fisarmonica, dove parlano forte, in inglese, e che puzza di cesso.</span> </font></font></p>