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il bue ursino e altri animali

Incortazar, il peso della mole, treni, unduetreprova su 7 novembre 2010 a 23:59

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Di ritorno da mil&agrave;n, son sul tren. Uno di quei treni a due piani, io sto sopra e l'aria calda va tutta su, e quindi fa caldo, qui. Mi spoglio del pullover, mi metto comoda, col libro. Tolgo anche gli stivali, e rimango coi piedi incollantati neri sul sedile davanti. Sale, non so pi&ugrave; dove, uno, che si mette in uno dei miei quattro sedili, l'unico libero, quello in diagonale (io ne occupo tre: quello di fianco a me, con la borsona; quello davanti a me, con il cappotto e i piedi). Leggo Gli Wapshot di Cheever. Son belli l'inizio e la fine; in mezzo &egrave; un po' shakerato. Secondo me, Cheever non aveva pazienza. (Zio Pipino Marzapane &egrave; un soprannome perfetto, per. Sempre che si sia in vena di confidenze; anche no.) Il libro &egrave; agli sgoccioli e so che non ne avr&ograve; abbastanza per arrivare fino a casa. Mi astraggo e mi distraggo, mi guardo intorno, dal finestrino buio, e guardo anche verso il mio quasi dirimpettaio, scoprendo che mi sta fissando con degli occhi marrone scuro, liquidi, buoni. Rimaniamo un attimo e poi ci rituffiamo, io in Cheever e lui nel pc e nell'iphone.</div>
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Anche se subito ho pensato: cazzo vuoi?, nei minuti successivi si sviluppa tra noi una specie di intimit&agrave; da vecchia coppia in viaggio. Siamo svaccati, lui fischietta e/o canticchia, io sento cosa dicono le tipe dietro (cazzate) sempre con la testa su Cheever, che pi&ugrave; si avvia verso la fine pi&ugrave; mi fa ridere.</div>
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Ma pi&ugrave; che altro sono gli aggiustamenti del corpo e le occhiate di sguincio. Il tipo mi piace perch&eacute; occupa tutto lo spazio a sua disposizione. E' grande e grosso e quasi non ci sta nel sedile. A un certo punto mette la batteria del pc vicino alla mia borsa e guarda di nuovo se lo guardo, probabilmente per capire se lo pu&ograve; fare oppure no. Ok, ora ti faccio una piazzata perch&eacute; hai osato accostare la tua microscopica batteria alla mia enorme borsa.&nbsp;</div>
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Ancora qualche occhiata, qualche allungamento di gambe, stiracchiamenti, lettura, pigiare di tasti. Arrivano, nei sedili al di l&agrave; del corridoio, quattro ragazzotti pieni di borsine e borsone di acquisti. Hanno passato la giornata a Milano, a quanto pare a fare shopping, e stanno tornando a casa, a Torino. Uno racconta di aver svegliato la madre alle cinque dicendole: Ciao, vado a Milano. Un altro, col piede penzolante fuori dal bracciolo, urta l'orsinobove e gli chiede scusa, dicendo che del resto ha il 44. Interviene un altro, dicendo che allora lui, che ha il 48? E continua narrando di un suo cugino col 52, alto due metri e dieci. Dice che non riusciva a girargli intorno. Gli altri non capiscono. Spiega: non riusciva a cingerlo tutto con le braccia. Penso a un gigante di due metri con un bambino che gli saltella intorno e che vuole abbracciarlo a tutti i costi, ma non pu&ograve;.</div>
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Orsobue si prepara per scendere. Fa su tutto. Improvvisamente desidero fumare e mi rollo una sigaretta, anche se stiamo per arrivare a Porta Susa e scendo a quella dopo. Bove ursino si alza, tutto pronto e intabarrato, e rimane un po' l&igrave;, rosso in faccia, a guardarmi dall'alto. Gli sorrido, gli dico Ciao, lui risponde, e in quel mentre perde l'equilibrio e quasi rovina addosso ai ragazzini, che si mettono a ridere. Si gira e dice: Beh, adesso siamo pari, e comunque ho il 46.&nbsp;</div>
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E se ne va.</div>
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Resto con la sigaretta in mano. Arriva un tizio, guardo, non &egrave; <a href=”http://www.youtube.com/watch?v=8mczcXtpGKU&amp;feature=related” target=”_blank”>Orson</a>. Spunta un braccio con un pacchetto di patatine, alla mia sinistra: il 48 di piede me le sta offrendo, senza guardarmi, mentre il 44, di fronte a lui, ride buttato sulla spalla dell'amico sul sedile vicino. Gli adolescenti maschi non mi piacciono molto, ma ogni tanto mi inteneriscono, come ora, da quando, tanti anni fa, vidi un branco di puledri ammassati dietro una staccionata in attesa del pastone: un intreccio di colli e di teste con gli occhi impazienti.</div>
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Penso che potrei scrivere il mio numero di telefono su un foglietto e portarlo a bovorso. Non lo faccio, ma decido anch'io di scendere a Porta Susa; mi viene in mente un racconto di Ottaedro in cui c'&egrave; un tizio che si fa delle pippe sull'abbordare o meno una tizia in metro a seconda che scenda alla fermata giusta, cio&egrave; quella che ha deciso lui. Mi sento, anch'io, immersa in una desolante atmosfera solipsistica.&nbsp;</div>
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Scendo dal treno, mi giro, e Orson &egrave; dietro di me. Poi mi si affianca, mi guarda. Camminiamo vicini per un po'. Io ho solo voglia di accendere la sigaretta, ma siamo ancora sottoterra. Mi supera, e prende le scale del passaggio a destra. Io invece vado a sinistra. Le nostre strade si dividono qui.&nbsp;</div>
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Fuori, non riconosco la citt&agrave;. Siamo dalla parte di Corso Inghilterra. Accendo la siga e passeggio, cercando di capire se posso raggiungere Porta Susa senza ridiscendere nel sottopassaggio. Pare non si possa. Butto la cicca e torno gi&ugrave;. Dopo cinque minuti c'&egrave; l'Aosta, per Porta Nuova. Mi siedo vicino a una famigliola; accanto a me due bambine, vestite solo di maglione e jeans, stanno rannicchiate con le mani alla bocca, per scaldarle.&nbsp;</div>
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venti cose che so di me

Inciccipuccimucci, libri, madri, unduetreprova su 27 gennaio 2009 a 16:41

<div align=”justify”>Fino ai dieci anni abitai in campagna. Avevo frequentato per un po’ l&rsquo;unico asilo del paese, un asilo di suore, suore ignoranti, perch&eacute; visto che sapevo gi&agrave; leggere e scrivere mi mettevano sempre in un banchetto da sola a scrivere delle robe come: <em>oggi ho mangiato gli spinaci</em>, che poi correggevano con <em>spinacci</em>. Avrei voluto giocare e disegnare come gli altri bambini, invece no. Allora d&rsquo;improvviso avevo cominciato ad ammalarmi e a non poter pi&ugrave; andare all&rsquo;asilo. Dei giorni in cui avevo la febbre alta non ricordo nulla, se non un incubo ricorrente: un granello minuscolo che via via si ingrandiva e incombeva su di me, sino a schiacciarmi, finch&eacute; non mi svegliavo urlando, tutta sudata. <br />
<br />
Di non frequentare pi&ugrave; l&rsquo;asilo m&rsquo;era un po&rsquo; dispiaciuto, perch&eacute; ci andava pure Alex, mio principe azzurro in quanto portatore di ricci neri neri e occhi azzurri azzurri. Ma tanto non ci potevo giocare mai per via delle abitudini beote delle suore, sicch&eacute; amen.<br />
<br />
Rivalutai le suore (altre suore, per&ograve;) in seguito: nel triennio delle medie avevo appreso pi&ugrave; cose che nei cinque anni di liceo; la suora di geografia e storia ci dettava i punti del Libretto Rosso di Mao, e quella di mate ce la faceva scoprire come se fosse un gioco, altro che i cerberi provinciali e ignorantotti – al di fuori della loro materia, e alle volte manco quello – delle superiori.<br />
<br />
Rividi Alex il primo giorno di scuola in prima elementare: era seduto davanti a me. Emozionatissima, aspettavo che si girasse e mi rivolgesse la parola. Quando lo fece, vomit&ograve; una sequela di male parole e insulti. Ne fui ferita e gli piantai una matita nel ginocchio: rimase la mina dentro. La maestra accorse e invece di punirmi mi fece una carezza e disse: Va bene, ma la prossima volta dagli solo una sberla.<br />
<br />
Alla prima comunione mi presentavo con tonaca da monaco e, come sempre, pi&ugrave; alta dei miei coetanei. Dopo la messa eravamo andati in processione per il paese. Io ero davanti con un&rsquo;altra bambina e avevo un cesto pieno di petali di rose che avrei dovuto lanciare per strada, e pensando di far cosa originale li gettavo in aria; la suora degli <em>spinacci</em> m&rsquo;aveva raggiunta di corsa e mi aveva strappato il cestino di mano, chiedendomi se fossi impazzita e retrocedendomi in seconda fila. Non mi piaceva quella suora, e se era per quello nemmeno il parroco, che mi chiamava Marina perch&eacute; non esisteva una santa col mio nome.<br />
<br />
A dirla tutta, anche la prima comunione in s&eacute; era stata una cosa un po&rsquo; cos&igrave;, l&rsquo;ostia secca mi si era appiccicata al palato e soprattutto non mi aveva fatto nessun effetto, e quasi era meglio quando, tornata dal catechismo, riproducevo insieme al cane Lillo3 tutta la cerimonia. <br />
<br />
Sui dieci anni, la prima volta che mi ero messa un vestito da bimba, rosa e bianco con un fiocco in vita, mio padre, vedendomi davanti allo specchio pavoneggiarmi e muovermi in modo da far ruotare la gonna tipo zecchino d’oro, mi aveva chiesto ”ma che cosa stai facendo?”, gettandomi cos&igrave; nell’incertezza sul mio aspetto e forse nella consapevolezza di star facendo qualcosa di male e di brutto, e di boh. Poi comunque con quel vestitino (avevo rinunciato a capirli, i miei) e una piccolissima vicina di casa, Luisina, di anni cinque, ero andata al ruscello e l&igrave;, mentre con la Luisina cercavo di guadare il corso d’acqua senza farle bagnare i piedini, avevo sentito un rumore di foglie, m’ero girata e avevo visto un ragazzino tutto lentigginoso e con i capelli biondi negli occhi e i calzoni corti e una maglia a righe rosse e bianche che mi aveva chiesto: ”E tu chi sei?”. Invece io sapevo chi era, sapevo che quel bambino, anche se era alto come me, in realt&agrave; era vecchio, aveva tredici anni, il che mi intimidiva; cos&igrave;, semplicemente, gli dissi il mio nome. ”Ah”, aveva detto il tredicenne che rispondeva al nome di Titti, e m’aveva guardata per un po’ di uno sguardo che andava da me alla Luisina e poi tornava da me, mentre per&ograve; la Luisina stava per capitombolare nel ruscelletto, cos&igrave; l’avevo tirata per un braccio e l’avevo rimessa in piedi – era un po’ come un sacchetto mezzo vuoto la Luisina – e quando mi ero voltata di nuovo verso il Tiziano lui se n’era andato.<br />
<br />
Lo zecchino d’oro m’ha sempre fatto schifo, invece amavo Topo Gigio e volevo fare l’astronauta perch&eacute; avevo letto in un suo libro che la luna era fatta di groviera. Altro sogno, pi&ugrave; da grandicella, fare la veterinaria e sposare un pediatra: avremmo vissuto in campagna con tanti bambini e animali.<br />
<br />
Ho affrontato Don Chisciotte prima dei dieci anni, ed &egrave; il romanzo (insieme a Piccole Donne) che pi&ugrave; ho amato e riletto; sicch&eacute; un bel giorno me ne verr&ograve; fuori con la narrazione di una nobile spilungona armata e sbrindellata che inforca una moto da enduro tutta scalcagnata, con al seguito una volgare chiattona in bicicletta. Nel suo vagare senza meta, la folle titolata s’imbatte in una gruppaglia di venditori di articoli per la casa; scambiandoli per temibili delinquenti o, peggio, subdoli incantatori, ella li attacca – mentre la pavida culona, al riparo poco distante, medita di darsela a gambe -, e li sconfigge, tesoreggiando in guisa di bottino di guerra una pentola a pressione che si caccia in capo, affermando trattarsi della bandana del Mago Berloscone. (A chi poi mi facesse notare la poca originalit&agrave; della storia o addirittura m’accusasse di plagio racconterei che non posso farci niente, essendo il Quijote nel mio DNA, e viandare.)<br />
<br />
Avevo ereditato dalle cugine pi&ugrave; grandi i romanzi strazianti delle Bront&euml; e Il cucciolo. Per una – vien da pensare – pura botta di culo il parentame mi aveva per&ograve; fatto dono anche di Emil, Pippi Calzelunghe e della saga dell’Alcott; in dotazione alla &quot;libreria&quot; di casa (una vetrinetta) v’erano tra gli altri Viaggio al centro della terra e Ventimila leghe sotto i mari, e poi Il giocatore e Don Chisciotte, nonch&eacute; grandi volumi illustrati con le riduzioni di Robinson Crusoe, Gargantua e Pantagruele, e con le fiabe di Andersen. <br />
<br />
Quindi: l’amore per me sarebbe stato segnato dalla tragedia e infine – forse – miracolosamente concesso solo a costo d’immani sacrifici, gli animali mi avrebbero rallegrato l’esistenza ma ne avrei pianto la perdita sin da cuccioletti, mi sarei tenuta lontana dai vizi e dalle droghe (pesanti) non volendo che si impadronissero di me senza rimedio, avrei amato la buona tavola e le compagnie intelligenti e istruttive, avrei anelato ai viaggi per terre inesplorate, alle imprese mirabolanti e alle battaglie per la giustizia senza quartiere e senza speranza, mi sarei ribellata ai luoghi comuni e all’ordine precostituito. La solitudine, infine, mi avrebbe fatto un baffo.<br />
<br />
Nelle mattine estive m’incamminavo verso l’albicocco con un plico di giornali sotto il braccio e iniziavo a correre dopo aver sentito l’urlo di mia madre la quale, stressata vuoi dai casi propri vuoi dalla mia presunta infingardaggine, m’inseguiva scalza fin sotto l’albero brandendo uno zoccolo. Anche d’inverno una volta mi arrampicai su una pianta di pesco coperta di neve e talmente intorcinata che rimasi per un tot incastrata con un piede tra i rami; non ricordo se quella volta le presi.<br />
<br />
Dopo aver dato fondo ai libri che giravano per casa, leggevo, e rileggevo, vecchi Selezione del Reader’s Digest (grazie ai quali scoprivo in tenera et&agrave; l’esistenza dell’aurora boreale, della barriera corallina australiana e dei cipmunk) e una collezione di Duepi&ugrave; (grazie ai quali scoprivo in tenera et&agrave; l’esistenza delle zone erogene maschili e femminili, punto G incluso). Ora sono a chiedermi per quale ragione l’aurora boreale e la barriera corallina siano rimaste mie fissazioni, e i cipmunk e il punto G invece no.<br />
<br />
Un’affinit&agrave; spirituale tra la sottoscritta e il Cavaliere dalla Trista Figura &egrave; stata riscontrata anni fa da una ventina di sagaci operatori sociali durante un training group, una sorta di reality shock ante litteram; i miei compagni, per lo pi&ugrave; educatori, avevano espresso con un paio di disegnini l’idea che s’erano fatta di me: in uno ero raffigurata come un guerriero in armatura che agitava uno spadino camminando in equilibrio su un filo dell’alta tensione, nell’altro come un crapone con tanto d’elmo, boxer gialli a pois viola e gambe muscolose deturpate da lunghi peli neri. <br />
<br />
Nell’autore di questo secondo ritrattino incappai alcuni anni dopo: di nuovo boxer e pelazzi, questa volta suoi. Fu idillio finch&eacute; lo lasciai (nemesis?) poich&eacute; una sera era venuto a prendermi con indosso un cardigan da pensionato. Non potevo esplicitargli la causa di tanta improvvisa repulsione. Forse non volevo trascorrere la mia vecchiaia accanto a lui? Non potei dire nulla, perch&eacute; nulla sapevo. Quasi impazz&igrave; e da allora, pur proclamando amicizia, in realt&agrave; mi vorrebbe morta.<br />
<br />
A 30 anni, scoprendo che l’amore eterno non esiste (mi ero innamorata, ma non del mio fidanzato), ebbi quattro mesi di depressione acuta, da cui mi ripresi un mattino guardando Il Raggio Verde di Rohmer.<br />
<br />
Il mio tempo non lo impiego, lo butto. Lo butto e poi lo vorrei osservare dall’alto e da lontano, come un’aquila su una montagna. Con un certo distacco. Ma poi mi piace il tempo vicino. Giocato, dedicato, appassionato: il tempo denso, il tempo lungo, sporco, maneggiato, provato e riprovato, il tempo non desiderato, che accade e bon. Quel che mi piace pi&ugrave; di tutto &egrave; stare con una persona e farlo volare, il tempo, per&ograve; stando immersi nel tempo denso, come dentro a una bolla. Quello &egrave; uno sballo.<br />
<br />
Il mio bagno &egrave; dedicato all’amore: infatti vi trovano spazio un tappeto cardiomorfo, un bacio in carriola di Doisneau, un valzer chiappe al vento di Mapplethorpe, e il canto del guanciale di Utamaro.<br />
<br />
Sono un po’ ossessionata dall’invecchiare bene, il che significa non solo in buona salute ma anche con un aspetto adeguato. In particolare, odio – su di me – l’effetto &quot;vecchia ragazza&quot; che noto in alcune donne smandrappate anche peggio di me. Il che significa, anche, che ho cambiato pettinatura tre volte in nemmen due mesi. Per&ograve; vuol dire pure che ho chiarissimo come sar&ograve; a 70 anni: coi capelli bianchi, cortissimi o raccolti in chignon, mi vestir&ograve; di caftani dai colori saturi, ballerine e infradito.<br />
<br />
Col mio parrucchiere l’ultima volta si parlava di religione; gli dicevo che &egrave; fortunato a credere, per chi &egrave; ateo &egrave; tutto pi&ugrave; difficile e ogni giorno tocca inventarsi il senso. Che poi risiede nelle cose pi&ugrave; banali. Come un fidanzato? mi fa lui. Veramente pensavo a un nuovo taglio di capelli, gli ho risposto.<br />
<br />
<br />
<em><font color=”#ff6600″><strong>update specificante</strong></font>: i pizzini su quijote e lettura su alberi appartengono per lo pi&ugrave; a un pipponazzo di secoli fa in cui tentavo di fare diverse cose: 1. mi scagliavo contro un tal giornalista lecchino che mi sta sui marroni; 2. mi scagliavo contro la nuova linea editoriale della rivista &quot;grazia&quot;, rimpiangendo in particolare la fenomenale donna letizia; 3. mi scagliavo contro ogni possibile lettore/lettrice martoriando un testo gi&agrave; chilometrico e noioso di suo applicandovi note, note a note, note a note di note, nonch&eacute; digressioni scritte piccolissime. in caso di astinenza o feticismo da post, ecco il <a href=”http://petarda.splinder.com/post/7801121″ target=”_blank”>link</a>.</em><br />
<br />
<br />
<font size=”2″><img align=”cssLeft” alt=”" style=”margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left;” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2008/11/monet-the-gare-saint-lazare-arrival-of-train.jpg” /></font>p.s. Trattasi di catenazza che sta girando su fb. Son robe mai messe qui oppure s&igrave; ma cent’anni fa e nessuno le ha lette. Almeno spero. <font size=”2″><br />
E, a propo’ di catene, ringrazio <a target=”_blank” href=”http://www.maurogasparini.it/”>mauro gasparini</a> ed <a target=”_blank” href=”http://braiandinazareth.splinder.com/”>eva carriego</a> per avermi assegnato il premio dardos (?), <em>che </em></font><font size=”3″><font size=”2″><em>premia i blog &ldquo;che hanno dimostrato il loro impegno nel trasmettere valori culturali, etici, letterari o personali&rdquo;. </em>(ma che me state a cojon&agrave;? vabb&egrave;). </font><em><font size=”2″>Il regolamento di questo premio prevede di: </font></em><font size=”2″><em>1) Accettare e comunicare il relativo regolamento visualizzando il logo del premio. 2) Lincare il blog che ti ha premiato. 3) Premiare altri 15 blog ed avvisarli del premio.</em><br />
Ho pensato di usare il dardo(s) per segnalare bloghi nuovi (giovanetti o scoperti da poco). Son solo 12, per&ograve;, e non so se riesco ad andare ad avvisarli, mi sa di no: spero che usino technocrati. Eccoli: </font></font><a target=”_blank” href=”http://mmeinone.splinder.com/”>r3i</a>, <a target=”_blank” href=”http://campidifulmicotone.blogspot.com/”>campi di fulmicotone</a>, <a target=”_blank” href=”http://scustumato.blogspot.com/”>scustumatessen</a>, <a target=”_blank” href=”http://lapeople2.splinder.com/”>la people</a>, <a target=”_blank” href=”http://nimesulide.blogspot.com/”>nimesulide</a>, <a target=”_blank” href=”http://manlio3.blogspot.com/”>manlio3</a> con la propaggine <a target=”_blank” href=”http://manliocatone.blogspot.com/”>manliocatone</a>, <a target=”_blank” href=”http://ofumettista.blogspot.com/”>ofumettista</a>, <a target=”_blank” href=”http://rosalucsemblog.blogspot.com/”>rosalucsemblog</a>, <a target=”_blank” href=”http://www.inked.it/”>bonny-ed</a>, <a target=”_blank” href=”http://blog.libero.it/kitsunenikki/”>kitsune no nikki</a>, <a target=”_blank” href=”http://blog.libero.it/Follaia/”>follaia</a>. Maronn’ che post faticoso, son tutta sudata, oh.</div>

Inciccipuccimucci, unduetreprova su 4 dicembre 2007 a 10:00

<div align=”justify”><strong>Robinine</strong><br />
<br />
Troppo due punto zero: <em>Selezione del</em> feed<em>reader’s digest.</em><br />
<br />
L’uomo che non sapeva chiedere donava tutto se stesso.<br />
L’uomo che non doveva chiedere mai era avarissimo.<br />
<br />
L’uomo che stava in campana era tutto intronato.<br />
La donna fuori come una campana era ossessionata dai piccioni.<br />
<br />
La ragazza con la gonna a campana, impedita dal battacchio, non riusciva a seminare i chierichetti.<br />
<br />
<br />
ho conosciuto un campanaro, ieri, che non stava mai in campana, perch&eacute; ci avevano messo la tastiera elettrica, ci avevano tolto le campane, ci avevano rubato il motorino, il prete nuovo era gay, e di notte se la faceva col diacono, una roba terribile, che lui voleva darsi il battacchio in testa, per la depr&egrave;sscion, per&ograve; un perpetua lo salv&ograve;, regalandogli Campanellino, cio&egrave; la fatina di Peter Pan, che era carina assai con lui, ecco. (<a href=”http://www.societe.splinder.com/” target=”_blank”>mariobianco</a>)<br />
<br />
L’uomo che sapeva troppo incontr&ograve;, su un’isola deserta, l’uomo che non doveva chiedere mai, e fu costretto al silenzio fino alla morte. (<a href=”http://metafisica.splinder.com/” target=”_blank”>metallicafisica</a>)<br />
<br />
E l’uomo che non sapeva chiedere la donna con la gonna a campana dovette prendersi la donna fuori come una campana… (<a href=”http://simonaneri.blogspot.com/” target=”_blank”>simona neri</a>)<br />
<br />
<em> la campana fa din don dan </em><br />
- per chi suona la campana? – chiese l’uomo che non doveva chiedere mai all’uomo in campana sordo come una campana <br />
- ?????? <br />
- Per chi suona la campanaaaa!!!! <br />
- ?????? <br />
- cazzo, lo sapevo che non dovevo chiedere mai. <br />
(<a href=”http://triana.splinder.com/” target=”_blank”>triana</a>)<br />
<br />
<em> (cortocircuito) </em><br />
Per chi suona la campana? <br />
La campana suona per te. <br />
Ma, senza te, la campana suona x.<br />
(<a href=”http://skowronek.splinder.com/” target=”_blank”>robysan</a>)<br />
<br />
L’uomo stonato come una campana a pasqua era insopportabile.<br />
(<a href=”http://www.tor.splinder.com/” target=”_blank”>aquatarkus</a>)</div>

Inciccipuccimucci, unduetreprova su 19 dicembre 2006 a 15:39

<div align=”justify”><font size=”2″><strong>Piccoli gangster</strong><br />
<br />
<em>(storia minima con AEIOU*)</em><br />
<br />
Non &egrave; un bel vivere, nel Queens. Quando inizia a far notte i pochi rimasti in giro accelerano il passo e salgono scalini, infilano portoni. Non &egrave; prudente starsene in strada. Le vie attorno a Falcon Avenue, quella &egrave; la zona di Baby Boe. <br />
Boe si pulisce le unghie con un coltellino, appoggiato a una macchina parcheggiata. Gli altri muti girellano a vuoto. Rat beve da una lattina. D&agrave; un ultimo sorso, la getta in terra e inizia a prenderla a calci, seguito dagli altri tre, finch&eacute; Boe non li zittisce con un cenno della testa. <br />
Quelli di Boe, anche strafatti, hanno un senso in pi&ugrave;, sviluppato a forza di. sembrano telecomandati.<br />
Da dietro l’angolo si sentono passi.<br />
Girano la testa e vedono Geena, borsetta e capelli rossi e scarpe da ginnastica bianche a zeppa, che torna dal lavoro. <br />
Geena &egrave; una con le palle, per&ograve; quella sera di niente di fatto a Boe salta in mente che forse.<br />
Un altro cenno del cappuccio di felpa e Rat insieme a Donnie si ferma davanti alla tipa. Jake e China le girano intorno e si mettono dietro di lei.<br />
- Che cazzo volete? fa Geena. Dico ma siete rincoglioniti?<br />
- Tutto bene il lavoro, Geena?, fa Boe.<br />
- Boe?<br />
- No, Babbo Natale, ridacchia il cappuccio della felpa.<br />
- Boe, per favore… inizia Geena un filo spazientita.<br />
- Per favore cosa, eh? Cosa? Boe si avvicina e adesso le sta proprio di fronte.<br />
- Per favore piantala di fare il coglione! Che cazzo vuoi, eh? Vuoi questi quattro soldi delle mance, tieni, pezzo di merda – tira fuori </font><font size=”2″>da una tasca </font><font size=”2″>delle banconote stropicciate e gliele getta in faccia – E adesso? <br />
- Cerca di star calma, dice boe, e in mano ha il coltello. Non me ne faccio niente di ‘sta merda, dice ancora.<br />
- Allora? adesso urla, Geena: – Si pu&ograve; sapere che diavolo vuoi? Tu non te ne fai niente della merda che sei, della tua vita di merda, ragazzino. Dio, se ti vedesse tua madre.<br />
- Non parlare di mia madre!<br />
- Certo che ne parlo, certo, era la mia migliore amica e non ne devo parlare? <br />
- Ti ho detto di calmarti, volevo solo…<br />
- Ecco, sentiamo che cosa volevi, facciamoci due risate.<br />
- Volevo solo dirti buon natale! Cristo!<br />
Geena sta zitta un momento, poi mormora: – Sei proprio un coglione. Si china, raccoglie una manciata di banconote e si allontana. – Ma vaffanculo, va’! Gli urla.<br />
Baby Boe rimane piantato in mezzo ai suoi quattro, e sposta il peso da un piede all’altro. Rat guarda China, China sogghigna. Allora Rat fa un fischio lungo e poi dice – Rat &egrave; quello un po’ pi&ugrave; sveglio – dice: – Bah, Baby Boe… BOOOOOO!!! E inizia come una cantilena, presto seguito dagli altri, come nel girotondo a scuola, Boe sta nel mezzo: ba bebi bo… buuuuu!!!<br />
Boe li guarda, accenna una reazione, poi scuote la testa e si d&agrave;.<br />
Adesso lavora nell’officina di suo padre a Brooklyn. Rat e China sono tornati a scuola. Jake &egrave; in galera e Donnie si &egrave; arruolato.<br />
<br />
__________________________<br />
<br />
* Questa cosa dell’AEIOU &egrave; nata <a href=”http://fanfanlatoulip.splinder.com/post/10070411#comment” target=”_blank”>qui</a> ed &egrave; proseguita gloriosamente <a href=”http://bardofulas.splinder.com/post/10245242″ target=”_blank”>qui</a>.<br />
<em><strong>Aggiornamento</strong></em>: e pure <a href=”http://triana.splinder.com/post/10291443″ target=”_blank”>qui </a>e <a href=”http://triana.splinder.com/post/10291443#comment-27550304″ target=”_blank”>qui</a>.<br />
<br />
</font></div>

Inpessimismo e fastidio, unduetreprova su 29 novembre 2006 a 10:32

<p align=”justify”><strong><font size=”2″>Poco ma buono</font></strong></p>
<p align=”justify”><font size=”2″>Da ieri sotto ai miei post si pu&ograve; lasciare un solo commento. Una decisione forse drastica, ma necessaria. Cercher&ograve; di non autocommentarmi, anche se alle volte scappa la mano. </font><font size=”2″>Ad minora.<br />
<strong>Update</strong>. Mi sono fatta una sorpresa: quell’unico commento x post non lo posso leggere. Ne so una pi&ugrave; del diavolo.<br />
</font> </p>
<p align=”center”><strong><font size=”2″><img src=”http://detoni.files.wordpress.com/2006/09/varazze.jpg” alt=”" /><br />
</font></strong><em><font size=”2″>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; (via <a target=”_blank” href=”http://braiandinazareth.splinder.com/post/9900086/Diario+personale”>eva carriego</a>)</font></em><strong><font size=”2″></font></strong></p>
<div align=”center”> </div>

Incuentos, unduetreprova su 8 novembre 2005 a 02:07

<p align=”justify”><strong>Dev’essere andata cos&igrave;</strong> </p>
<p align=”justify”><em>(una mela &egrave; una mela &egrave; una mela)</em></p>
<p align=”justify”><br />
<br />
Sono pomo di terra, pomo perfetto d’amore. <br />
Grana cocciniglia e pomo d’oro da un paese lontano. Melalbicocca di mela renetta, melarancia, pera decana. Torta di pasta fragrante, ricolma di mela fondente, aspersa di panna colante. <br />
Mordi la delizia croccante. Affonda nella mela verde, la bocca impregnata dell’acido succo. <br />
Torta tatin, capovolta in teglia sapiente. <br />
Ricorda, bambino, le soffici mele cotte al forno, e la mela grattugiata di convalescente. Pensa alle mele, discrete, centrifugate con carote. Alla mela rossa, caramellata e infilata sullo stecco, che ti consola, vagabondo e perso, nella fiera polverosa. Porpora bacca di rosa e aroma antico di cannella, composta di mela cotogna che, uomo, ai caci accompagni. <br />
Annurca. <br />
Spezza il biscotto panciuto dal cuore di mela. Suggi miele dal fiore di trifoglio, e di caprifoglio, mentre sangue di melagrana pregiata, dagli spremiagrumi d’Istanbul, ti cola sul mento. <br />
Sul desco girevole che nippoarcimboldo t’imbandisce coglimi, incanta e assaporami, delizia succosa, prodigiosa renetta dal reticolo ruggine a celare la pelle di giada, decana marchiata a ceralacca, e infine, e di nuovo, cocca di pesca in velluto. <br />
Serviti il sidro, e gi&agrave; t’affascina, e subito allora ti esige, la vaghezza di farmi pollone, fresco verde avvolgente, e fluente, di foglie, e di bocci, di rosa canina. </p>
<p align=”justify”><br />
<br />
<em>Ben prima che dio si facesse uomo, Eva s’era fatta mela. Da l&igrave;, tutto il putiferio scatenato dall’invidioso e misogino brontolone.</em> <br />
</p>

Incorsica, unduetreprova, viaggi su 5 aprile 2005 a 08:20

<div align=”justify”><font size=”2″ color=”#0000ff”><strong>COME CORVI AL TRAMONTO (CORSICA)</strong></font></div>
<div align=”justify”><font size=”2″ color=”#000080″></font></div>
<div align=”justify”><font size=”2″ color=”#000080″>&nbsp;</font></div>
<div align=”justify”><font size=”2″ color=”#000080″></font></div>
<div align=”justify”><font color=”#000080″><font size=”2″></font></font></div>
<div align=”justify”><font color=”#000080″><font size=”2″><strong>Lumio, 31 luglio 2001<br />
</strong><br />
</font></font><font size=”2″ color=”#000080″>Tre corvi sulla spiaggia, e non gabbiani. Sabbia rosa di costa nordoccidentale, luce radente che amplifica il tutto, e questi becchi neri.<br />
Al senso di pace e di natura conosciuta, al solito senso di malinconia dato dal tramonto, si sovrappone il raccapriccio. Inquietudine.<br />
Distacco.<br />
Dopo l&rsquo;ostilit&agrave;, l&rsquo;estraniamento. Quel sole, gli scogli, la distesa d&rsquo;acqua quasi immobile potrebbero non essere qui, ma in un altrove qualsiasi in cui, di nuovo, chi assiste al tramonto &egrave; spettatore per pura casualit&agrave;, e in via del tutto transitoria.<br />
Noto come l&rsquo;osservarmi aliena al paesaggio, e al mondo, accentui in me la sensazione di provvisoriet&agrave;. Mi chiedo, anche, se la comunione con le cose circostanti provata pi&ugrave; volte in situazioni analoghe non sia altro che un fatto meramente cellulare; una specie di estasi molecolare.<br />
<br />
</font><font color=”#000080″><font size=”2″><font color=”#0000ff”>mentre la mente pu&ograve; continuare a sentirsi placida spettatrice di qualsiasi paesaggio: un tramonto con due soli, uh oh, aiuto<br />
<br />
</font><br />
</font></font><font color=”#000080″><font size=”2″><strong>Calv&igrave; – Piana, 1&deg; agosto 2001<br />
</strong><br />
Non voglio tralasciare nulla, in una sorta di tacito tributo alla bellezza e all&rsquo;intensit&agrave; di questo paese mai pensato e mai davvero desiderato, pur essendo (o proprio perch&eacute;) cos&igrave; vicino e cos&igrave; simile al mio.<br />
Sicch&eacute; cerco di farmi entrare dentro il paesaggio, di farmi prendere dai tempi e dai ritmi degli spazi, di immagazzinare con volutt&agrave; non superficiale anche se rapinosa la luce, i golfi e le calanche nelle diverse ore del giorno; e di godere delle soste, provando timore e venerazione.<br />
Impensabile dirigersi verso le spiagge e non vedere, non cercare almeno in parte di conoscere, di respirare, di lasciare che il corpo familiarizzi con questa terra ch&rsquo;&egrave; anche cupa, con le sue asprezze e la sua semplicit&agrave;. Non mi fermo alla <em>douce France</em> di 30 anni fa.<br />
<br />
<br />
</font></font><font color=”#000080″><font size=”2″><strong>Piana (senza data)<br />
</strong><br />
Ancora sui corvi.<br />
Forse &egrave; il senso dell&rsquo;inadeguatezza, del panico che provo di fronte a ci&ograve; che non mi aspettavo, che non prevedevo (tramonto-spiaggia-gabbiani) a provocare un brevissimo e quasi impercettibile dolore da cui sento il bisogno di prendere le distanze? O disappunto, forse, nel constatare che la natura, finora fedele, pu&ograve; tradire. Sorprendere o tradire? Perch&eacute; tradire, e non sorprendere?<br />
Magari smacco. Di chi pensa di sapere – e non sa – di conoscere – e non conosce – di padroneggiare – e nulla.<br />
Ma anche: la delusione di non potersi sentire mai, e in nessun luogo, a casa, tra pareti sicure che non riservino sorprese.<br />
<br />
E quindi &egrave; dolore. Profondo. Nemmeno ci&ograve; che vive, che ci circonda, e di cui noi, pure, siamo parte, pu&ograve; mai essere intimamente conosciuto, n&eacute; tantomeno previsto.<br />
Essere. Essere dentro. Essere con. Almeno una volta: senza opposizioni, senza parti incongrue o lacerazioni. Ma forse anche questo rimarrebbe un tentativo di ricondurre alla ragione, a parametri noti, la sensazione – mai provata tanto intensamente – di provvisoriet&agrave;.<br />
Cosa non mi ha fatto guardare con interesse e curiosit&agrave; quei corvi?<br />
Arriva forse un momento in cui si desidera viaggiare senza scossoni, o deviazioni inaspettate, cambiamenti di rotta e faticosi aggiustamenti. Il ritorno a casa in terra ignota &egrave; solo una chimera. Un&rsquo;illusione vana come il linguaggio di questa terra, di questa gente, che pare cos&igrave; simile al nostro ma non &egrave;. Non &egrave;.<br />
<br />
</font></font><font size=”2″ color=”#0000ff”>come corvi al tramonto<br />
l&rsquo;accento o la parola <br />
incomprensibile<br />
nel fluire di suoni <br />
in apparenza familiari</font></div>

Incondominio e dintorni, pessimismo e fastidio, unduetreprova su 22 febbraio 2005 a 13:16

<p align=”justify”><font color=”#33cccc” size=”2″><strong>FREDDOCALDO (il mio vicino di casa?)</strong></font></p>
<p align=”justify”><strong><font color=”#33cccc” size=”2″></font></strong></p>
<p align=”justify”><font color=”#33cccc” size=”2″>Freddocaldofreddocaldofreddocaldo. Mi gratto anche nel sonno; il primo strato del derma vive nell&rsquo;angoscia.</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#33cccc” size=”2″>Alzarsi per bere &egrave; una noia indicibile, anche lo scarafaggio che si nasconde sotto la lavatrice ha fatto il suo tempo.</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#33cccc” size=”2″>Tu ti lamenti dei camerunensi che fanno casino sotto la tua finestra, io adesso ho una congrega di fessi che urlano GIANNI sotto la mia finestra, e allora? Forse sei invidioso perch&eacute; io capisco quello che dicono.</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#33cccc” size=”2″>E perch&eacute; se ti racconto che ho preso l&rsquo;ascensore con uno altissimo, uno alto pi&ugrave; di due metri con le mani lunghe venti centimetri, tu te ne esci col fatto che ha di sicuro la sindrome di nonsoch&eacute;?</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#33cccc” size=”2″>Non sai stupirti di nulla, e poi parli di decadenza. </font></p>
<p align=”justify”><font color=”#33cccc” size=”2″>Per quanto anch&rsquo;io, pensando al freddocaldo, al prurito, allo scarafaggio e alla penultima sigaretta finita troppo presto non possa, in questo preciso istante (ma domani sar&agrave; diverso, forse), che darti ragione.</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#33cccc” size=”2″>C&rsquo;&egrave; un altro scarafaggio che vive nella sala da pranzo. Urge un intervento radicale. Affanculo gli interventi radicali.</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#33cccc” size=”2″>Spiegami poi la differenza tra uno che sta morendo dentro (come dici d&rsquo;esser te) e una che si sta decomponendo tutt&rsquo;intorno (sarei io). Sempre il solito vezzo di volersi distinguere. </font></p>
<p align=”justify”><font color=”#33cccc” size=”2″>Stai assistendo al tuo decesso, tutto qui.</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#33cccc” size=”2″>Domani, forse, scoprir&ograve; che sono allergica a qualcosa che &egrave; fuori di me.</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#33cccc” size=”2″>Non so se riesco ad ascoltare <em>Bittersweet Symphony</em> nella versione di Sugar Daddy senza piangere (di rabbia).</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#33cccc” size=”2″>Conosci il sollievo che d&agrave; entrare in una vasca di acqua tiepida e passarsi avena lattiginosa ovunque? Ti tiene insieme, ti allevia, ti nutre: l&rsquo;avena. Dovrei farlo ogni sera, per il mio bene. Andiamo a nuotare? Ci rimetteremmo in sesto, per una volta.</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#33cccc” size=”2″>L&rsquo;altra sera, in pizzeria, parlavi e chiudevi gli occhi, quasi ti addormivi. Sudavi. Mi ostinavo a bere tutta la bottiglia d&rsquo;acqua, fino all&rsquo;ultima goccia. Poi, quando il cameriere veniva a portare il conto in volata, esplodevi: &quot;La prossima volta voglio un cronometro, un cronometro, cazzo!&quot;</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#33cccc” size=”2″>Siamo arrivati tardi al piccolo cinema di seconda visione. Colpa mia, sono ritardataria e ho i capelli troppo lunghi. Ma tu non hai detto nulla, anzi mi hai pagato l&rsquo;entrata. Davano <em>Goodbye Lenin</em>.</font></p>

Incuentos, unduetreprova su 14 febbraio 2005 a 08:50

<p align=”justify”><font color=”#339966″ size=”2″><strong>MONTANA</strong></font></p>
<p align=”justify”><font color=”#339966″ size=”2″>Oh, s&igrave;. Proprio una bella idea, festeggiare tu ed io soli la fine dell&rsquo;anno e, gi&agrave; che ci siamo, l&rsquo;agonia di un rapporto fottuto, che non vuol saperne d&rsquo;essere rimesso in piedi e spolverato: imbalsamato, certo. Ma hai insistito tanto. O.K., forse sui monti ci scappa il miracolo, come quando ero piccino. </font></p>
<p align=”justify”><font color=”#339966″ size=”2″>31.12.04: arrivo. Riapertura della baita. Decine di mosche del legno morte nell&rsquo;intercapedine tra le finestre e gli scuri. Portiamo in casa la legna. Tira bene il camino, anche se non dispongo i ciocchi a piramide come fai tu. Preparo un piatto di penne olio e poco parmigiano (il tuo colesterolo), che consumiamo al sole, prima di una passeggiata nel bosco.</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#339966″ size=”2″>01.01.05: partenza. Chiusura della baita. Antigelo nei tubi dell&rsquo;acqua. Pulizie. Sangue no, per fortuna eri un pezzo di ghiaccio. Carico la multipla di sacchi neri che smister&ograve; nei cassonetti lungo la strada. Buon anno, pap&agrave;.&nbsp;</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#339966″ size=”2″></font></p>
<p align=”justify”><font color=”#339966″ size=”2″><em>(2005)</em></font></p>

Inunduetreprova su 12 febbraio 2005 a 12:37

<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″><strong>NEI FINESETTIMANA E’ MEGLIO VIAGGIARE</strong></font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″></font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″>Sabato.</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″></font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″>Il dorso spalmato sul letto.</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″>L&rsquo;occhione inchiodato al soffitto.</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″></font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″>Penso.</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″></font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″>Ma mica al sole e alla luna, o se &egrave; meglio esser un angioletto al settimo cielo o un atomo sfigato perso negli spazi siderali vuoti e bu&igrave;ssimi, oppure alla morte, anche solo cos&igrave;, pensierini-spot tipo: <i>a cos&rsquo;&egrave; meglio pensare quando stai per crepare?</i> </font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″></font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″>[Un mio amico, anzi per poco &egrave; stato anche il mio moroso, quindi forse dovrei dire il mio ex-moroso, anche se a esser sinceri farei meglio a dire ex-amico, insomma costui mi narr&ograve; che era contento per un suo collega che era morto s&igrave;, ma incazzato nero perch&eacute; non voleva che lo intubassero, e mentre cristonava e strattonava per non farsi mettere la sonda, TRAC. &Egrave; bell&rsquo;e che morto. L&rsquo;ex era contento perch&eacute; il collega suo aveva avuto un trapasso coerente, e anche perch&eacute; mentre smadonnava di certo non si rendeva conto che stava per morire. Vuoi mettere morire incazzati? Si crepa di slancio, opl&agrave;.] </font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″></font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″>No! Che io a quelle robe l&igrave; ci penso nei momenti in cui sto facendo altro, tipo in treno, in bus, sul cesso, ecc. </font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″>Sul letto di sabato penso alle robe che devo fare di solito al sabato: la spesa al mercato, la spesa al supermercato (l&rsquo;acqua, uh che peso l&rsquo;acqua&hellip; ma perch&eacute;, ex di un ex, perch&eacute;?), altre cose tipo comprare il giornale, i giornali anzi, andare alla Wind e vedere se posso farmi sostituire la nuova scheda (senza la quale &egrave; impossibile ch&rsquo;io possa trasmigrare dall&rsquo;Omnitel usuraia alla benevola Wind, scelta difficile ma di cui sono sempre pi&ugrave; convinta da almeno otto mesi o gi&ugrave; di l&igrave;) che tenevo nel taschino della moneta e che devo aver buttato insieme a qualche scontrino di carta che coerentemente tenevo insieme alla moneta; dovrei anche chiamare un artigiano che mi faccia i preventivi per la ristrutturazione della casa, come vagheggio (o vaneggio) da un paio d&rsquo;anni almeno; scrivere i capitoli mancanti di due lavori, uno entro la fine della settimana prossima, l&rsquo;altro tre mesi fa; volendo proprio esser pignoli dovrei anche finire la tesi (da 8 anni) e prendere la patente (da 18). </font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″></font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″>Ho talmente tante robe da fare, il sabato, che non so mai da che parte iniziare.</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″></font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″>Comunque nei fine settimana &egrave; meglio viaggiare.&nbsp;</font></p>
<p align=”justify”><font color=”#666699″ size=”2″><em>(2003)</em></font></p>

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