Io poi mi sono provata a immaginare che quello era davvero un ponte, il ponte di una nave, e che al di là delle vetrate grandi c'era come un mondo marino, forse anche sottomarino, ma boh, sarà che non è abbastanza in alto, cioè, che cazzo dico, non è per niente in alto — da casa mi sembra di essere in picchiata invece, sono troppo in alto forse, ma in fondo non mi dispiace, la sensazione peggiore era quando mi pareva che le pareti fossero di vetro e tutti da fuori mi potessero vedere, adesso sto in un acquario e non me ne frega mica niente, boh — insomma io non ce la faccio tanto.<br />
Non ce la faccio né tanto né poco, mi rompo, poi sono un po' contenta per uno, due momenti, poi mi scasso di nuovo e voglio essere tutta in un altro posto, voglio poi anche dormire, cucinare, togliermi le scarpe, ho perfino sognato che avevo i piedi nudi sul legno del fintopontedellanave ma ero in imbarazzo, ho bisogno di star sola, con delle altre persone, diverse, prese una a una, voglio andare al Valentino quando fa un po' più caldo a passeggiare e poi a leggere un libro sul prato, e più è primavera e più mi viene la voglia di ricominciare a fumare.<br />
E adesso poi basta, vado al mare.
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poi
Inciccipuccimucci, condominio e dintorni, il peso della mole, pessimismo e fastidio, viaggi su 22 marzo 2011 a 21:36onde
Injappone, viaggi su 13 marzo 2011 a 00:54<img alt=”japan 123″ src=”http://detoni.files.wordpress.com/2011/03/1521d94e5bb7696375f5b745c5c40040_medium.jpg” style=”margin-top: 0px; margin-right: auto; margin-bottom: 10px; margin-left: auto; display: block; text-align: center; ” />
<p style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-family: Georgia, serif; “><span style=”font-size: 18px; “>Non può non venirmi in mente che adesso, in Giappone, iniziano a fiorire i ciliegi. </span><span class=”Apple-style-span” style=”font-size: 18px; “><em>Sakura Ha Nami</em>, la fioritura è come un'onda che dal sud dell'isola si propaga ovunque.</span></span></p>
<span style=”font-family: Georgia, serif; “><font class=”Apple-style-span” size=”3″><span class=”Apple-style-span” style=”margin-right: auto; margin-left: auto;”><img alt=”japan 276″ src=”http://files.splinder.com/92b91f75a25cc8119c906e9464a93787_medium.jpg” style=”margin-top: 0px; margin-right: auto; margin-bottom: 10px; margin-left: auto; display: block; text-align: center; ” /></span>Tutte quelle persone nei parchi, nei giardini. A fissare, rapite. A filmare, fotografare, dipingere lo sbocciare. Un'onda rosa chiaro. </font><br />
<br />
<font class=”Apple-style-span” size=”3″>L'immagine di un'altra onda che si addentra per chilometri sulla terraferma e lascia dietro di sé centinaia di corpi è un pensiero che si scheggia nel cervello. Quei corpi, formiche. Nel turbinare della risacca, pezzi maciullati — frullati — di tonni, balene.</font><br />
<br />
<font class=”Apple-style-span” size=”3″>Poi calma, concentrazione nel lavoro minuzioso, prezioso, secolare.</font><br />
<br />
<font class=”Apple-style-span” size=”3″>A una festa buddhista c'è un furgone con dentro un tavolo che trema, balla tutto. Ci vanno i bambini, coi genitori, per imparare a comportarsi durante il terremoto. Per abituarsi.</font></span><br />
<br />
<img alt=”addestramento scosse telluriche” src=”http://files.splinder.com/620fa5b55377ce42df80689748965f90_medium.jpg” style=”margin-top: 0px; margin-right: auto; margin-bottom: 10px; margin-left: auto; display: block; text-align: center; ” /><br />
<span style=”font-family: Georgia, serif; “><font class=”Apple-style-span” size=”3″>A Tokyo, due anni fa, ci chiedevano dell'Aquila. <em>Come stanno</em>, chiedevano.</font><br />
<font class=”Apple-style-span” size=”3″>Non può non venirmi in mente.</font></span><br />
da marsiglia
Inmadri, marsiglia, supernatural, viaggi su 3 gennaio 2011 a 18:22<p style=”text-align: justify; “>
Ho portato delle cose.<br />
In particolare una medaglietta della madonna con allegata preghiera in francese per mia madre, e una scatola di latta piena di biscotti buonissimi, e pensare che non amo i biscotti.<br />
Così in queste fredde giornate torinesi (là c'erano 15 gradi, cvd) quel che resta da fare è prepararsi un bel tè e indivanarsi con la serie più bella degli ultimi 30 anni, cioè <a href=”http://cm1.theinsider.com/media/0/71/61/Jensen_Ackles_Jared_Padalecki.0.0.0×0.725×484.jpeg” target=”_blank”>Supernatural</a>. Così imparano a sospenderlo <a href=”http://www.rai4.rai.it/dl/Rai4/programma.html?ContentItem-25fe6018-6456-41e0-ba9f-749f2d4a38ae” target=”_blank”>per tre settimane</a>.<br />
Un peccato dover uscire. Però ora sono rincasata, e dopo aver ottemperato (= aver mandato un paio di mail di "lavoro") mi sparo tre o quattro episodi nonché una bella cannetta.<br />
<br />
Ah, Marsiglia se uno non la vede arrivando dal mare non ha capito né visto un cazzo.</p>
Life is too short
Inpessimismo e fastidio, treni, viaggi su 22 dicembre 2010 a 15:46<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Stanotte se n'è andato il padre di una carissima amica. </span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
</div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Mentre scrivo cucino.</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Nessuna voglia di preparare la cena di stasera, ma era programmata da tempo, e ci tengo a vedere le persone che ho invitato. Ho messo a bollire i ceci per l'hummus. In un pentolone c'è un soffritto con un po' di salsa di pomodoro per la minestra di farro e legumi: piselli secchi, lenticchie decorticate e borlotti, per fare una bella crema. Se mi gira, aggiungerò anche dei funghi secchi. Poi c'è una torta salata di pasta fillo (perché non la solita sfoglia congelata? Perché sai, tu, che schifezze di grassi ci mettono dentro? Io non lo so. Nella pasta fillo ci spennello l'olio extravergine – scrivere evo mi fa senso – o il burro buono) con carciofi e cardi.</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>La cena inizierà con il salame cotto, un salamino morbido e un filetto (una specie di bresaola ma in forma di salamino), due formaggi, uno misto latte di mucca e capra (la "mistica"), l'altro solo capra, con una marmellata di cipolle che ho fatto mesi fa. Poi l'hummus, pomodorini secchi (tenerissimi e delicati, ma che fatica. Li farei pagare almeno 15 neuri al barattolo, e in giro te li tirano dietro. Poi li assaggi e sono suole ipersalate) e peperoncini ripieni di acciughe, capperi e tonno (fatti da mammà). Poi la torta salata. Pane di segale e baguette.</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>La minestra.</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Sto considerando l'idea di un'insalata di finocchio tagliato sottilissimo e trevisana. Sì, con semi di girasole e zucca.</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>E bon. Perché abboffarsi? Almeno ti godi il dolce: la torta di nocciole con lo zabaglione al moscato.</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Moscato che poi rimane da bere. L'enoteca di fiducia (quella con uno strano difetto di pronuncia) ha consigliato per gli antipasti un nebbiolo (my favourite) e per la minestra di farro un brachetto secco. Ci stava bene un vino toscano, ma aveva solo il morellino e ho detto No, grazie.</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Anche se poi gli amici porteranno vino e dolci stavolta imporrò la mia linea.</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
</div>
<span style=”font-size: 16px; “><img alt=”" src=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/12/4378935420_a57a224d06_z.jpg ” style=”float: left; margin-top: 0px; margin-right: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; width: 300px; height: 400px; ” /></span>
<div>
<br />
<span style=”font-size: 16px; “><span class=”Apple-style-span” style=”font-family: Georgia, serif; “>Siccome è molto probabile che questo sia l'ultimo post dell'anno, scrivo ancora due cosette.</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Com'è andato il compleanno? Bene, grazie. Con tutta la voglia di starmene per i cazzi miei (a me, troppa gente tutta insieme, troppo spesso, continua a fare male).</span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Capodanno? Potesse saltare insieme al natale. Lui non salta? Salto io. Avevo voglia di un lungo viaggio in treno, al calduccio, guardando bei paesaggi, leggendo <a href=”http://www.ibs.it/code/9788875211882/vasta-giorgio/tempo-materiale.html” target=”_blank”>bei</a> <a href=”http://www.ibs.it/code/9788870911893/paasilinna-arto/allegra-apocalisse.html” target=”_blank”>libri</a>, con qualcosa di caldo da bere (thermos?). Impossibile, in poco tempo, e con due tre giorni a disposizione, cercare di costruire un viaggino come <a href=”http://petarda.splinder.com/post/15203331″ target=”_blank”>questo</a>. </span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Allora, due città opposte, da raggiungere in treno. </span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Budapest, da Venezia. L'arrivo sarebbe alle undici del mattino, s'andrebbe subito a scongelare in uno di quei lussuosissimi centri termali di cui è pieno il centro. </span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Oppure Marsiglia, da Torino. Sono diverse tratte, quella più suggestiva è certo la Cuneo Ventimiglia, che passa per il Col di Tenda. Già fatta, alcuni secoli fa, tornando da un capodanno a Barcellona (chi non ha mai fatto un capodanno a Barcellona?): bellissima. E poi l'idea di vedere Marsiglia: c'ero stata, più di vent'anni fa, insieme ad amici molto motivati a saltellare su e giù per le Calanques. Quel bianco, quell'odore di rosmarino. Ma di Marsiglia non ho ricordi perché ci abbiamo solo cenato, una sera. Poco dopo ho lasciato il mio portafoglio in una cabina telefonica, così gli amici mi hanno dovuto sovvenzionare per l'intera vacanzina. Il debito nei loro confronti mi impedì di insultarli come avrei voluto per la difficoltà delle scarpinate; m'arrabbiai solo una volta, mi pare, ma perché la nostra guida (un omone più vecchio di noi ventenni, soprannominato bionico) s'era persa e continuava a farci zigzagare su e giù per la montagna senza alcun costrutto ma con immane sofferenza. Nella foto, il luogo in prossimità del quale avvenne il cazziatone. Non so se qualcuno avesse mai osato cazziare l'uomo bionico. </span></span></div>
<div style=”text-align: justify; “>
</div>
<div style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 16px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Marsiglia, Marsiglia: fa più caldo. Almeno dieci gradi, il 31 dicembre. Ma credo ce ne saranno di più.</span></span></div>
privilegi
Incimenalcinema, huston, moby dick, torino film festival, viaggi su 29 novembre 2010 a 10:14<p style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-family: Georgia, serif; “>Del <a href=”http://www.torinofilmfest.org/” target=”_blank”>TFF</a>.</span></p>
<p style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-family: Georgia, serif; “>Come quello di poter vedere <a href=”http://www.imdb.com/title/tt0049513/” target=”_blank”>Moby Dick</a> di Huston sul grande schermo (anche per la figlia di H. presente al festival, Allegra, era la prima volta).</span></p>
<p style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-family: Georgia, serif; “>Non avevo mai visto quel film e non ho letto il libro di Melville.<br />
<br />
Ma il privilegio non riguarda questo; o, almeno, non solo questo.</span></p>
<p style=”text-align: justify; “>
<br />
<span style=”font-family: Georgia, serif; “><em>Oh Natura, e tu, anima umana! come le vostre analogie si distendono oltre quanto è visibile! non il più piccolo atomo si muove o vive nella materia, che non abbia il suo sottile riscontro nello spirito. </em></span></p>
<center>
<div class=”media_embed” height=”385″ width=”480″>
<object height=”385″ width=”480″><param name=”movie” value=”http://www.youtube.com/v/0MVQYnEkQ8I?fs=1&hl=it_IT” /><param name=”allowFullScreen” value=”true” /><param name=”allowscriptaccess” value=”always” /></object></div>
</center>
a lezione da Oguri
Incimenalcinema, esiti resistenziali, jappone, oguri, sueños, torino film festival, viaggi su 28 novembre 2010 a 09:39<p style=”text-align: justify; “>
<span style=”font-size: 14px; “><span style=”font-family: Georgia, serif; “>Giorni del Torino Film Festival.<br />
<br />
(Ho visto, ieri, film molto riusciti e, ieri sera, l'<a href=”http://www.youtube.com/watch?v=w-3AHv2E5jg” target=”_blank”>ultimo di Danny Boyle</a>: bello.)<br />
<br />
La possibilità per Barraud di realizzare il documentario<em> <a href=”http://www.torinofilmfest.org/index.php?action=detail&id=8908″ target=”_blank”>La Forêt des Songes</a></em> sul cinema di <em style=”font-weight: bold; font-style: normal; “><a href=”javascript:void(0)/*481*/”><strong>Kôhei</strong></a><span class=”Apple-style-span” style=”line-height: 23px; “><span class=”Apple-style-span” style=”font-weight: normal; line-height: normal; “><a href=”http://www.imdb.com/name/nm0644850/” target=”_blank”><strong> Oguri </strong></a>è nata qui, al festival di Torino edizione 2008. C'era una retrospettiva su Oguri, i due sono stati presentati da Massimo Causo; alcuni mesi dopo, Barraud volava in Giappone.</span></span></em><br />
Nella <em>Foresta dei sogni</em>, Oguri per lo più passeggia in una foresta; parla di anima e di animali, del ciclo di vita delle piante, del cinema antropocentrico. Il tentativo di Oguri è quello di tenere insieme (Barraud scomoda il mito dell'unificazione degli opposti) essere umano e natura. Bisognerebbe smetterla di considerare l'uomo solo dal punto di vista politico, storico, sociale, dice. Il cinema è un mezzo limitato: nella stessa inquadratura non ci stanno Oguri (alto 170 cm.) e un faggio alto 30 metri. Il corpo dell'essere umano, nel cinema, non ha quasi spazio, se non per quanto riguarda il sesso e la violenza. Buona parte dell'esperienza sensibile si perde: non siamo solo sguardo e linguaggio.<br />
L'apparente ingenuità di queste considerazioni acquista credibilità se si pensa all'animismo di Oguri, alla consapevolezza di una spiritualità diffusa che in realtà pervade buona parte del mondo non occidentale e non monoteista. L'essere umano è in viaggio e non è solo, ha dei compagni. Potrebbe bastare questo a farci propendere per una scelta del genere: la sua rassicurante convenienza.<br />
L'onestà di Oguri è lampante quando racconta dei suoi incubi. Legato, prigioniero, torturato. Pare un contrappasso per la ricerca consapevole di quell'armonia interconnessa che troppi di noi occidentali considerano una favola utopica. E che è invece la direzione verso cui puntare, l'unica che abbia un senso; </span></span><span class=”Apple-style-span” style=”font-family: Georgia, serif; font-size: 14px; “>non possiamo continuare ad accettare che le scelte ambientali, politiche, economiche portatrici di un futuro di miseria e di morte siano le uniche possibili. </span><br />
<span class=”Apple-style-span” style=”font-family: Georgia, serif; font-size: 14px; “>Oguri rivendica la capacità (tutta animale, mica soprannaturale) di comprendere tutto in un istante. Di una situazione, di un luogo, di un rapporto. </span><br />
<span class=”Apple-style-span” style=”font-family: Georgia, serif; font-size: 14px; “>Quel che capisco è che la fatica di Oguri di "tenere insieme", aspirazione tutt'altro che consolatoria, in realtà, bensì necessaria alla sopravvivenza, è tale e tanta che il farsene carico comporta anche il farsi attraversare dall'enorme sofferenza, dall'immensa paura che gli umani si trovano a vivere – essendone la causa – su questo disgraziato pianeta.</span></p>
<div style=”text-align: right; “>
</div>
<div style=”text-align: center;”>
<img alt=”Antoine_Barraud_su_Kohei_Oguri_documentario_TORINO-28″ src=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/11/91daf1916960efe51496dc9067f35678_medium.jpg” style=”margin-top: 0px; margin-right: auto; margin-bottom: 10px; margin-left: auto; display: block; text-align: center; ” /></div>
<div>
</div>
sentiti pensata
Incondominio e dintorni, far from heaven, il peso della mole, ninfe, sueños, viaggi su 23 novembre 2010 a 20:34<p style=”text-align: justify; “>
Oltrepasso Porta Nuova, e vedo una ragazza sdraiata su una coperta. Viene dalla Spagna, ma non lo so da lei, non le ho mai parlato. Si aggira da mesi intorno a casa mia; una volta mi ha seguito, coi piedini nudi – nudi anche nella pioggia, d'estate -, mi ha toccato lievemente la spalla, mi ha sorriso. Poi l'ho vista dormire sul marciapiede, bocconi. Stasera si è fatta una cuccia, ha steso la coperta. Ha un piumino, e intorno a sé dei fogli, una spazzola. Fuma. Per coprirsi ha solo una cosa che sembra un lenzuolo imbottito. Salgo a casa, prendo una coperta pesante e una giacchina di pile e glieli porto. Mi tiene la mano, a lungo. Ci baciamo. Lei non sorride. Le parlo in spagnolo, l'unica lingua che so bene. Viene dalle Baleari, dal mare, dal sole, e sta qui. Perché? <em>Devo capire</em>, mi dice. <br />
<br />
Oggi ti ho vista di nuovo. Era un po' che ti cercavo, con gli occhi, qui intorno. Solo una sera ho trovato dei pezzi tuoi, ho visto che ti eri preparata il posto per la notte, e tu però chissà dov'eri: sempre con quel lenzuolo imbottito, la "mia" coperta chissà, anche lei, dov'era. Stamattina faceva freddissimo e c'era il sole, e tu eri seduta sul gradino del marciapiede e fumavi. Fai un tiro lento, come se volessi fumartela tutta in una volta; e bagni il filtro, e non solo quello; lo so perché l'altra sera la sigaretta tua l'ho tenuta tra le dita, e volevi anche che la fumassi. Oggi sei come un fiore del marciapiede: quasi non ti vedevo. Dopo aver fatto un tiro lunghissimo ti chini un po' in avanti, fai un mezzo sorriso e poi ti rialzi, riprendi la posizione. Pensi a qualcosa e sorridi, con la faccia rivolta alla luce che abbaglia, anche se è inverno, anche se fa freddo. Che cosa vorrai capire? Che cosa capisci, dormendo per terra, stando sull'asfalto, sulla pietra addomesticata, e quindi non veramente "per terra"? Hai mai dormito davvero sulla terra? Sulla sabbia, immagino di sì… Ho dormito anch'io per strada, alle volte, ma ero in vacanza. E una notte ho dormito in una vigna, c'era la luna piena, era bellissimo. Hai mai dormito sull'erba, o nel bosco? Che cosa ti dice il marciapiede?</p>
<p style=”text-align: center; “>
<img alt=”" src=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/11/mbn62x.jpg” style=”border-top-width: 1px; border-right-width: 1px; border-bottom-width: 1px; border-left-width: 1px; border-top-style: solid; border-right-style: solid; border-bottom-style: solid; border-left-style: solid; margin-top: 0px; margin-right: auto; margin-bottom: 10px; margin-left: auto; display: block; width: 482px; height: 321px; text-align: justify; ” /></p>
dovere di rettifica
Inesiti resistenziali, jappone, treni, viaggi su 14 novembre 2010 a 17:05<p style=”text-align: justify; “>
Nei confronti dell'essere molesto di cui al post del 24 ottobre corrente anno. <br />
Oggi, 14 novembre 2010, detto essere si è largamente emendato prestando assistenza a un signore orientale di nazionalità non specificata, non parlante italiano né inglese, e tradotto suo malgrado su un convoglio diretto a Torino pur dovendo, in effetti, andare a Milano. Mentre la controllora del convoglio gettava la spugna non riuscendo a farsi comprendere in alcuna maniera dal suddetto passeggero orientale, l'essere molesto, da ora in poi essere servizievole, spiegava più volte, in italiano, in inglese e a gesti, al signore orientale che a Chivasso avrebbe potuto prendere il regionale per Milano. Avendo infine dedotto che l'interlocutore continuava a non comprendere, e quindi presumendolo a rischio di equivocare nuovamente convoglio ferroviario, l'essere servizievole si accollava quindi il passeggero orientale, accompagnandolo egli stesso al binario giusto.</p>
<img alt=”argentina 002″ src=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/11/043c6822cd35d5703bf812ead75fac42_small.jpg” style=”margin-top: 0pt; margin-right: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0pt; float: left; text-align: justify; ” /><img alt=”argentina 001″ src=”http://files.splinder.com/6722363919e2993538a73577bbc0ddd2_small.jpg” style=”margin-top: 0pt; margin-right: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0pt; float: left; text-align: justify; ” />
<p style=”text-align: justify; “>
Rettifico pure un errore occorso a Kyoto, nell'aprile 2009. Quivi, in un'angusta ma accogliente magione, dal bagno dotato di copriwater in spugna rosa, dopo aver aperto una scatola piena di monete di tutti i paesi, compresi un paio di vecchi 100 lire, oh nostalgia!, oh bei tempi andati!, l'ospite ospitante dichiarava di voler conoscere i luoghi di provenienza delle ospiti ospitate. Davanti a un atlante, dopo aver gongolato nel vedere che l'unica città del Piemonte, oltre a Torino, risultava Casale Monferrato, gli ospiti tutti (ospitante e ospitate) constatavano addolorati che non v'era cartina, per quanto grande, in grado contenere Italia e Giappone, come si notava anche alla fine di questo <a href=”http://petarda.splinder.com/post/20629309″ target=”_blank”>nippost</a>. Quale sorpresa quando, al ritorno in Italia, e per la precisione proprio a Casale Monferrato, la scrivente s'imbatte in una Piccola Pasticceria il cui logo rende giustizia all'amore che tutto può, almeno nei confronti dell'arido calcolo chilometrico.</p>
New York a quasi 15 anni
Inviaggi su 27 luglio 2010 a 15:23<img alt=”locandine allen” src=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/07/c128ffc72fe7d01944f7f3cccb14396b_medium.jpg” style=”margin: 0pt 10px 10px 0pt; float: left; width: 355px; height: 484px;” />Adolescente, anch'io avevo una maglietta con su scritto<span style=”font-family: arial,helvetica,sans-serif;”> <span style=”font-size: 16px;”><strong>I</strong></span> <img alt=”" src=”http://petarda.splinder.com/misc/smiley/Forum/heart.png” title=”" /><span style=”font-size: 10px;”><strong> <span style=”font-size: 16px;”>NY</span></strong></span></span>.
<p style=”text-align: justify;”>
Per anni e anni l'America è stata fuori dalle mie rotte. Ma avevo iniziato a vedere i film di Woody Allen: quelli che preferisco sono girati a Manhattan, e quindi i grattacieli, i musei, Central Park, fanno parte dei paesaggi e delle mappe che ho dentro.</p>
<p style=”text-align: justify;”>
Da un po' mi dico che dovrei sapere meglio l'inglese per andare a teatro a Londra o a New York. Ancora non ci siamo.<br /><br />Quando ho salutato la salamotta che parte per la grande mela non ho saputo che raccomandarle distrattamente di farsi, tra le altre robe, un giro al MoMa e una passeggiata a Central Park. Anche se almeno un altro luogo avrei potuto suggerirglielo: la panchina sotto <a href=”http://en.wikipedia.org/wiki/Manhattan_%28film%29″ target=”_blank”>Queensborough Bridge</a>.<br /><br />Cerco di capire se provo invidia per questa ex piccinina col testone di un Peanut, che correva buttata in avanti per ovviare al problema di baricentro: questa stupenda fanciulla dagli occhi nocciola un po' malinconici, da qualche tempo sottolineati dalla matita nera, dalla bocca grande, a volte imbronciata e – adesso – luccicante di poco lucidalabbra.<br /><br />Mi vengono in mente le estati passate insieme, i risvegli sorridenti di quando, piccolissima, le avevo fatto da baby sitter per un breve periodo; una sera di cinque anni fa, quando l'avevo consolata – inconsolabile – e mi aveva chiamato <em>amica</em>.<br />No, non è invidia: forse, voglia d'infilarmi nella sua valigia; in mancanza di questo, l'augurio di curiosare e divertirsi in quel mondo nuovo; di osservare e imparare, con gli occhi enormi spalancati.<br /><br />A volte le cose importanti non si riescono a dire; tornano fuori nel momento sbagliato, oppure non si decidono a uscire. Il tempo, però, non aspetta.<br /> </p>
Facciamo delle clownerie?
Inargentina, condominio e dintorni, cuentos, delfini, esiti resistenziali, il peso della mole, sueños, viaggi su 19 aprile 2010 a 16:34<p style=”text-align: center;”>
<img alt=”argentina I 064″ src=”http://detoni.files.wordpress.com/2010/04/a04c3d5d2d5c062adf1d06e4f115fe0e_medium.jpg” style=”margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;” /></p>
<p style=”text-align: justify;”>
Era un palazzo alto tra i palazzi alti, non un grattacielo, certo, ma un edificio a forma di ferro di cavallo, costruito a metà ottocento, col suo bel cortile interno; la simmetria dei tetti era stata interrotta negli anni settanta da un intervento di parziale sostituzione con un terrazzone cementato, sul quale affacciavano alcune soffitte con le porte – portefinestre, a esser precisi – addobbate da tende verdi, o in cannicciato, o in perline, oppure difese da un cancellino, per lo più arrugginito. Gli abbaini dei due bracci opposti spuntavano dai tetti rimasti, e anche loro sfoggiavano tendine, grate, teorie di biancheria appesa fitta. Ovunque gli abitanti dell'ultimo piano avevano sistemato vasi di gerani, salvia e rosmarino e, sul terrazzo, accanto alle entrate delle mansarde, grandi contenitori di rampicanti.<br />In quel pomeriggio di sabato, Nina della mansarda 9 cucinava. Aspettava da giorni una telefonata e come spesso le accadeva impiegava il tempo roso dall'attesa inventando pietanze. Per ore aveva steso la pasta e inventato sughi e ripieni; il tavolo era ingombro di teglie di lasagne.<br />All'interno 15, Federico ritoccava d'azzurro e grigio un bianco angelo impressionista col cazzo di fuori tutto insanguinato e quindi rosso: buttata ai suoi piedi, una donna svenuta, o morta, dai vestiti scomposti. Era il suo quadro più bello, quello in cui aveva profuso più passione, e non poteva immaginare che sarebbe stato l'ultimo.<br />Anche Maria, dell'interno 21, dipingeva. Da tempo era ferma sullo stesso soggetto: un uomo moro, dalla pelle scura e luminosa, con gli occhi neri e i capelli lisci e lunghi, il volto di tre quarti; seduto a gambe accavallate, il torace nudo, un polso appoggiato sul ginocchio e, tra le dita, una sigaretta. Lo sfondo del quadro era una fantasia di gigli stilizzati rossi e porpora, una sorta di tappezzeria in penombra. Le pupille volgevano allo spettatore uno sguardo splendente e malinconico, ed era qui che Maria, sera dopo sera, si arenava. Sì, perché quello sguardo doveva contenere anche il disincanto, una presa in giro, un ricordo di sfida, e pure una domanda appena accennata.<br />Giacomo dell'interno 6, dei tre, era il pittore più dotato. Padroneggiava da maestro la tecnica ma era in crisi creativa, così si dedicava a composizioni seriali, per lo più nature morte. In quel momento era preso da zucche di diverse forme, grandezze e colori. Ogni paio d'ore di lavoro si faceva un tè e quindi spesso era costretto a usare il bagno, maledicendo l'età della sua prostata.<br />Giovanna della soffitta 4, facendo le pulizie, aveva appena scoperto dietro al letto un buco nel muro, appena sotto il battiscopa: i calcinacci rilasciavano odore di muffa e la riportavano a Lisbona, nel Bairro Alto, e ai propri urli di fronte a una pensioncina; se n'era andata, infine, a sbollire in Largo do Carmo; al ritorno aveva chiesto scusa al ragazzo della pensione, che prima di darle una camera nuova si era infilato una mano sotto la camicia e, battendosi sul petto, aveva mimato il TUM TUM del cuore spaventato.<br />Maisa e Munira, le gemelle della soffitta 21, si rincorrevano sul terrazzo, mentre Najla, la madre, preparava la cena; aveva cosparso la terrina di hummus preparato il giorno prima con un trito di menta, prezzemolo e peperoncino. Dopo aver controllato il tajine, si accese una sigaretta e guardò, dalla finestrella dell'abbaino, gli alberi alti del corso, il verde del fiume e il ponte.<br />Consu e Zinha, nella soffitta senza numero, si preparavano all'uscita. Indossavano calze a rete rosse e viola sovrapposte, sandali in vernice di un viola più scuro, con tacchi vertiginosi e plateau, top di pailletes rosse e nere; fumavano sigarette sottili e bevevano vodka in bicchieri alti e sottili; i culetti alti, dalle natiche sottili, erano inguainati in minigonne a fascia nere. Si stavano accapigliando per una parrucca blu cobalto, e alla fine ne vennero a capo, buttandosi poi sull'armamentario di ciglia finte, reggiseno imbottiti e boa di finto struzzo, ridendo e vociando una canzoncina inventata lì per lì, che parlava di una cittadina americana, Batton Rouge.<br />Il motivetto incrociava sul terrazzone il canto di Rosa, nella mansarda numero 18: .<em>.. scendi dalle stelle e vienimi a cercare</em>; suo figlio Giordi l'ascoltava, agitatissimo senza darlo a vedere, perché il giorno dopo aveva la prima comunione.<br />Piermario, in boxer davanti al pc nel suo appartamentino mansardato e ristrutturato nuovo, era quasi ubriaco. Beveva dalle cinque per darsi il coraggio di fare una telefonata. In altra situazione, il sabato pomeriggio si sarebbe piuttosto girato una canna, ma aveva bisogno di essere audace e lucido; stava considerando la possibilità di chiamare un amico per farsi portare un po' di coca; non aveva mai tirato, ma in certi casi.<br />Luigi, all'interno 3, veniva rimproverato; fissava la bocca della moglie, distorta nel ringhiare asprezze, e avrebbe voluto farle domande, ma non trovava le parole. Si sentiva vuoto e inutile, riusciva ad articolare solo qualche suono a caso, finché, arreso a quell'impotenza, si lasciò andare sulla poltrona, sul cui bracciolo immediatamente saltò un gatto, che gli piantò gli occhi negli occhi e poi gli si acciambellò sulle ginocchia.<br />Altri abitanti dell'ultimo piano a ferro di cavallo vivevano quel tardo pomeriggio di sabato come sempre: Marco preparava le pizze per la cena con gli amici, Cecilia sceglieva il libro da portarsi prima a tavola su un leggìo, e poi a letto, insieme a una bottiglia, Roberto strepitava contro il figlio che andava male a scuola e contro la moglie che, si vedeva, non lo seguiva abbastanza. Altre famiglie si ricongiungevano, dopo la giornata di lavoro di altri padri e altre madri, ed erano voci alte, e alle volte risate, e musiche, e profumi e odori, il tutto amalgamato sul terrazzone e sopra il cortile interno: un insieme impalpabile e denso come una nube che si insinuava tra abbaini e portefinestre.<br />Arrivò allora – era quasi il crepuscolo – un uomo già d'età, coi capelli quasi bianchi ondulati sulle spalle, vestito di stoffa tessuta a mano. Prese dei mattoni che si trovavano in un angolo del terrazzo, li dispose a cerchio, tirò fuori della legna che teneva in un grosso zaino. Fece un falò. Si sedette a gambe incrociate e cominciò a emettere un suono di gola: pareva un grosso calabrone. Si avvicinarono prima le gemelle, poi Giordi, poi altri bambini, a formare un altro cerchio intorno a quello già esistente. <br />L'uomo non raccontò dei suoi viaggi; del volo delle tartarughe dal carapace di smalto colorato che, giunte da nord – nord ovest, s'erano fermate sulle loro teste, in fila indiana, e avevano partorito piccoli anche loro colorati, anche loro di smalto, che si erano messi a girare intorno a ognuna delle bestie più grandi, per qualche minuto, per poi rimettersi una dietro l'altra e ripartire tutte insieme. Non disse di quando i due maestri coi pettorali di perline rosse gli insegnavano a volare, ridendo e prendendolo in giro per le sue capriole involontarie, le continue perdite d'equilibrio, il suo non riuscire a star per aria se non da seduto. Non disse neppure di quella volta che, dimentico dell'atto del respiro, stava rischiando di morire soffocato se non fosse arrivato, velocemente, l'altro caro suo maestro, in forma di delfino sorridente, a scuoterlo.<br />Semplicemente, buttò nel fuoco una manciata di "qualcosa" e parlò. Anche i bambini gettarono, a turno, p
iccole manciate di "qualcosa" nel fuoco. Mentre le fiamme schioccavano e prendevano vigore, sul terrazzo comune comparvero lunghi tavoli, sedie e i cibi di molti paesi che qualcuno aveva in casa. Alcuni si affaccendavano nei preparativi, altri osservavano. Consu e Zinha si avvicinarono al falò, e anche loro vi buttarono "qualcosa". Rosa e Cecilia piangevano e ridevano; Maria chiamò il quadro "Perdono" e lo considerò finito; Federico accolse la persona che aveva ispirato il suo angelo, dopo un'occhiata rapida si spaventò al punto da non riuscire più a guardarlo. A Roberto venne la raucedine, e Piermario si vestì e uscì in fretta, che certe robe era meglio farle di persona; Luigi disse grazie alla moglie e s'avviò, sereno, a trascorrere la sua ultima notte.<br />Nel crepuscolo lento, dalla nebbia scesa a coprire la città emergeva poco alla volta un arcipelago di tetti, comignoli, guglie di ponti, balconi e terrazzi, per non dire di qualche giardino pensile o piscina, e piccole luci. Aveva detto: <em>facciamo delle clownerie</em>. Forse era una donna? Chi anche se lo chiese, non impiegò molto a rispondersi che non era importante.</p>