Facciamo delle clownerie?

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<img alt=”argentina I 064″ src=”https://detoni.files.wordpress.com/2010/04/a04c3d5d2d5c062adf1d06e4f115fe0e_medium.jpg&#8221; style=”margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center;” /></p>
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Era un palazzo alto tra i palazzi alti, non un grattacielo, certo, ma un edificio a forma di ferro di cavallo, costruito a met&agrave; ottocento, col suo bel cortile interno; la simmetria dei tetti era stata interrotta negli anni settanta da un intervento di parziale sostituzione con un terrazzone cementato, sul quale affacciavano alcune soffitte con le porte – portefinestre, a esser precisi – addobbate da tende verdi, o in cannicciato, o in perline, oppure difese da un cancellino, per lo pi&ugrave; arrugginito. Gli abbaini dei due bracci opposti spuntavano dai tetti rimasti, e anche loro sfoggiavano tendine, grate, teorie di biancheria appesa fitta. Ovunque gli abitanti dell'ultimo piano avevano sistemato vasi di gerani, salvia e rosmarino e, sul terrazzo, accanto alle entrate delle mansarde, grandi contenitori di rampicanti.<br />In quel pomeriggio di sabato, Nina della mansarda 9 cucinava. Aspettava da giorni una telefonata e come spesso le accadeva impiegava il tempo roso dall'attesa inventando pietanze. Per ore aveva steso la pasta e inventato sughi e ripieni; il tavolo era ingombro di teglie di lasagne.<br />All'interno 15, Federico ritoccava d'azzurro e grigio un bianco angelo impressionista col cazzo di fuori tutto insanguinato e quindi rosso: buttata ai suoi piedi, una donna svenuta, o morta, dai vestiti scomposti. Era il suo quadro pi&ugrave; bello, quello in cui aveva profuso pi&ugrave; passione, e non poteva immaginare che sarebbe stato l'ultimo.<br />Anche Maria, dell'interno 21, dipingeva. Da tempo era ferma sullo stesso soggetto: un uomo moro, dalla pelle scura e luminosa, con gli occhi neri e i capelli lisci e lunghi, il volto di tre quarti; seduto a gambe accavallate, il torace nudo, un polso appoggiato sul ginocchio e, tra le dita, una sigaretta. Lo sfondo del quadro era una fantasia di gigli stilizzati rossi e porpora, una sorta di tappezzeria in penombra. Le pupille volgevano allo spettatore uno sguardo splendente e malinconico, ed era qui che Maria, sera dopo sera, si arenava. S&igrave;, perch&eacute; quello sguardo doveva contenere anche il disincanto, una presa in giro, un ricordo di sfida, e pure una domanda appena accennata.<br />Giacomo dell'interno 6, dei tre, era il pittore pi&ugrave; dotato. Padroneggiava da maestro la tecnica ma era in crisi creativa, cos&igrave; si dedicava a composizioni seriali, per lo pi&ugrave; nature morte. In quel momento era preso da zucche di diverse forme, grandezze e colori. Ogni paio d'ore di lavoro si faceva un t&egrave; e quindi spesso era costretto a usare il bagno, maledicendo l'et&agrave; della sua prostata.<br />Giovanna della soffitta 4, facendo le pulizie, aveva appena scoperto dietro al letto un buco nel muro, appena sotto il battiscopa: i calcinacci rilasciavano odore di muffa e la riportavano a Lisbona, nel Bairro Alto, e ai propri urli di fronte a una pensioncina; se n'era andata, infine, a sbollire in Largo do Carmo; al ritorno aveva chiesto scusa al ragazzo della pensione, che prima di darle una camera nuova si era infilato una mano sotto la camicia e, battendosi sul petto, aveva mimato il TUM TUM del cuore spaventato.<br />Maisa e Munira, le gemelle della soffitta 21, si rincorrevano sul terrazzo, mentre Najla, la madre, preparava la cena; aveva cosparso la terrina di hummus preparato il giorno prima con un trito di menta, prezzemolo e peperoncino. Dopo aver controllato il tajine, si accese una sigaretta e guard&ograve;, dalla finestrella dell'abbaino, gli alberi alti del corso, il verde del fiume e il ponte.<br />Consu e Zinha, nella soffitta senza numero, si preparavano all'uscita. Indossavano calze a rete rosse e viola sovrapposte, sandali in vernice di un viola pi&ugrave; scuro, con tacchi vertiginosi e plateau, top di pailletes rosse e nere; fumavano sigarette sottili e bevevano vodka in bicchieri alti e sottili; i culetti alti, dalle natiche sottili, erano inguainati in minigonne a fascia nere. Si stavano accapigliando per una parrucca blu cobalto, e alla fine ne vennero a capo, buttandosi poi sull'armamentario di ciglia finte, reggiseno imbottiti e boa di finto struzzo, ridendo e vociando una canzoncina inventata l&igrave; per l&igrave;, che parlava di una cittadina americana, Batton Rouge.<br />Il motivetto incrociava sul terrazzone il canto di Rosa, nella mansarda numero 18: .<em>.. scendi dalle stelle e vienimi a cercare</em>; suo figlio Giordi l'ascoltava, agitatissimo senza darlo a vedere, perch&eacute; il giorno dopo aveva la prima comunione.<br />Piermario, in boxer davanti al pc nel suo appartamentino mansardato e ristrutturato nuovo, era quasi ubriaco. Beveva dalle cinque per darsi il coraggio di fare una telefonata. In altra situazione, il sabato pomeriggio si sarebbe piuttosto girato una canna, ma aveva bisogno di essere audace e lucido; stava considerando la possibilit&agrave; di chiamare un amico per farsi portare un po' di coca; non aveva mai tirato, ma in certi casi.<br />Luigi, all'interno 3, veniva rimproverato; fissava la bocca della moglie, distorta nel ringhiare asprezze, e avrebbe voluto farle domande, ma non trovava le parole. Si sentiva vuoto e inutile, riusciva ad articolare solo qualche suono a caso, finch&eacute;, arreso a quell'impotenza, si lasci&ograve; andare sulla poltrona, sul cui bracciolo immediatamente salt&ograve; un gatto, che gli piant&ograve; gli occhi negli occhi e poi gli si acciambell&ograve; sulle ginocchia.<br />Altri abitanti dell'ultimo piano a ferro di cavallo vivevano quel tardo pomeriggio di sabato come sempre: Marco preparava le pizze per la cena con gli amici, Cecilia sceglieva il libro da portarsi prima a tavola su un legg&igrave;o, e poi a letto, insieme a una bottiglia, Roberto strepitava contro il figlio che andava male a scuola e contro la moglie che, si vedeva, non lo seguiva abbastanza. Altre famiglie si ricongiungevano, dopo la giornata di lavoro di altri padri e altre madri, ed erano voci alte, e alle volte risate, e musiche, e profumi e odori, il tutto amalgamato sul terrazzone e sopra il cortile interno: un insieme impalpabile e denso come una nube che si insinuava tra abbaini e portefinestre.<br />Arriv&ograve; allora – era quasi il crepuscolo – un uomo gi&agrave; d'et&agrave;, coi capelli quasi bianchi ondulati sulle spalle, vestito di stoffa tessuta a mano. Prese dei mattoni che si trovavano in un angolo del terrazzo, li dispose a cerchio, tir&ograve; fuori della legna che teneva in un grosso zaino. Fece un fal&ograve;. Si sedette a gambe incrociate e cominci&ograve; a emettere un suono di gola: pareva un grosso calabrone. Si avvicinarono prima le gemelle, poi Giordi, poi altri bambini, a formare un altro cerchio intorno a quello gi&agrave; esistente. &nbsp;<br />L'uomo non raccont&ograve; dei suoi viaggi; del volo delle tartarughe dal carapace di smalto colorato che, giunte da nord – nord ovest, s'erano fermate sulle loro teste, in fila indiana, e avevano partorito piccoli anche loro colorati, anche loro di smalto, che si erano messi a girare intorno a ognuna delle bestie pi&ugrave; grandi, per qualche minuto, per poi rimettersi una dietro l'altra e ripartire tutte insieme. Non disse di quando i due maestri coi pettorali di perline rosse gli insegnavano a volare, ridendo e prendendolo in giro per le sue capriole involontarie, le continue perdite d'equilibrio, il suo non riuscire a star per aria se non da seduto. Non disse neppure di quella volta che, dimentico dell'atto del respiro, stava rischiando di morire soffocato se non fosse arrivato, velocemente, l'altro caro suo maestro, in forma di delfino sorridente, a scuoterlo.<br />Semplicemente, butt&ograve; nel fuoco una manciata di &quot;qualcosa&quot; e parl&ograve;. Anche i bambini gettarono, a turno, p
iccole manciate di &quot;qualcosa&quot; nel fuoco. Mentre le fiamme schioccavano e prendevano vigore, sul terrazzo comune comparvero lunghi tavoli, sedie e i cibi di molti paesi che qualcuno aveva in casa. Alcuni si affaccendavano nei preparativi, altri osservavano. Consu e Zinha si avvicinarono al fal&ograve;, e anche loro vi buttarono &quot;qualcosa&quot;. Rosa e Cecilia piangevano e ridevano; Maria chiam&ograve; il quadro &quot;Perdono&quot; e lo consider&ograve; finito; Federico accolse la persona che aveva ispirato il suo angelo, dopo un'occhiata rapida si spavent&ograve; al punto da non riuscire pi&ugrave; a guardarlo. A Roberto venne la raucedine, e Piermario si vest&igrave; e usc&igrave; in fretta, che certe robe era meglio farle di persona; Luigi disse grazie alla moglie e s'avvi&ograve;, sereno, a trascorrere la sua ultima notte.<br />Nel crepuscolo lento, dalla nebbia scesa a coprire la citt&agrave; emergeva poco alla volta un arcipelago di tetti, comignoli, guglie di ponti, balconi e terrazzi, per non dire di qualche giardino pensile o piscina, e piccole luci. Aveva detto: <em>facciamo delle clownerie</em>. Forse era una donna? Chi anche se lo chiese, non impieg&ograve; molto a rispondersi che non era importante.</p>

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15 risposte a Facciamo delle clownerie?

  1. Petarda ha detto:

    cara carlà e cara namì, è perché siete troppo buone, come sempre :)))

  2. triana ha detto:

    ero io l'anonima…ma perché mai ero sloggata?

  3. anonimo ha detto:

    Bello!! Mi ricorda Perec de 'la vita istruzioni per l'uso –  e anche il brulichio di vita immaginato nelle soffitte del tuo palazzo –   ma con una insufflazione di specialissima poesia petardiana:))

  4. lunafragola ha detto:

    a me me piasce 'n zacco 'sto racconto.

  5. Petarda ha detto:

    @carlo, alla fine credo che fosse (il racconto) un randagione. ho dovuto ripulirlo per bene, e ancora non ho finito.@aità: vabbò… sperem, e grazie di aver letto :)@g. sarebbe bello, sì! 🙂

  6. anonimo ha detto:

    manca un pittore astratto in questo caseggiato, che dipinga azzurri incantati, in sè e per sè. O anche del verde cinabro e del rosa antico. Sempre in sè e per sè, Savasandir. g. 

  7. aitan ha detto:

    Difficile dire se è davvero troppo pieno, sono certo però che non si tratta di una coelhoneria, è moooolto meno banale.

  8. anonimo ha detto:

    Se trovi davvero bella quella foto elaborata, allora non nascondiamola. Ci sono curiose coincidenze, o come le si voglia comunque chiamare. Sì, è vero, il tuo racconto è un po' vomitato, di brutto, ma è bello, ed è stato bene vomitarlo. E viene la primavera.

  9. Petarda ha detto:

    non penso sia arrivata, ma a quel punto non è più così importante. forse lo sarà di nuovo il giorno dopo, ma quella sera l'assetto cambia: alcune situazioni si sbloccano, altre prendono direzioni impreviste…

  10. e.l.e.n.a. ha detto:

    più che altro volevo sapere se era poi arrivata quella telefonata che aspettava da giorni e che sublimava cucinando! 🙂

  11. Petarda ha detto:

    sì. chi ha preparato da mangiare lo porta sui tavoli… pensavo si potesse intuire, ma invece no, e allora vedi che devo metter mano anche lì… :)mah. speriamo di non aver fatto delle coelhoneria, al posto della clowneria!grazie di aver letto, elenina, della tua attenta e affettuosa pazienza.

  12. e.l.e.n.a. ha detto:

    non so se assomigli a come scrive "quello là" perché non l'ho mai letto.è un racconto sudamericano. più che le spezie sembra sia cosparso di polvere di magia. di sortilegio. profezie e rituali.mescolando e riscaldando si potrebbero tirar su altre storie, altri intrecci, altre voci ancora.[ma nina, poi, ha finito di preparar pietanze?!?e soprattutto… qualcuno le ha mangiate?]

  13. Petarda ha detto:

    ma se omettessi per sempre il "secondo me"??????? uffa

  14. Petarda ha detto:

    ricordi quello che scrivevo ieri su fb, sui racconti che si cucinano, o fioriscono, ecc.? ecco, questo rileggendolo mi rendo conto d'averlo vomitato, anche se quasi quasi spererei d'averlo cagato, almeno saprei d'averlo digerito.ci devo rimetter mano, effettivamente è troppo pieno, non – credo – a causa dei troppi personaggi, ma per via dell'ingoverno che, lui sì, regna sovrano.almeno, però, mi son liberata di alcune cose che da anni volevo descrivere, sognate, immaginate, o accadute de verdad.la tua ragazza rossa (che secondo me è la foto sua più bella che ho visto finora) somiglia più che altro al quadro di maria, secondo me.è curioso, infine, che ti preoccupi della sorte di luigi e federico: sono uomini che ho amato, e a cui auguro tutto il bene. mentre le altre persone, a parte il modello di maria, che però sta sulla tela e non agisce, sono frutto di invenzioni, o proiezioni, o ricordi.grazie :)))

  15. anonimo ha detto:

    Un bell'affresco sognante. Forse un po' troppo «pieno», ma bello. Ma Federico e Luigi non si sono seduti ai lunghi tavoli? Mi spiace per loro. E lui col fuoco davvero non importa se fosse uomo o donna.Per una curiosa coincidenza, stamattina ho fatto un lavoro con del colore rosso su una fotografia, ma a rovescio dell'angelo: un mare di rosso da cui emergono solo, lindi, netti, puri e indenni, gli occhi. Credo che sarà parte di una composizione più vasta, oppure lo terrò per me o lo butterò via.E oggi pomeriggio la ragazza della mansarda di fronte e io ci siamo guardati, per un momento: è la prima volta che accade.Il tuo racconto è bello; forse a me sembra un po' troppo «pieno» solo perché faccio fatica a seguire tanti personaggi insieme: anche nella realtà, mi confondo facilmente.Magari Federico e Luigi si trovano e ne parlano.Il rosso che ho usato non è rosso sangue, ma la ragazza con gli occhi indenni potrebbe spaventarsi lo stesso.Baci!

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