Un bue ursino e altri animali

Di ritorno da milàn, son sul tren. Uno di quei treni a due piani, io sto sopra e l’aria calda va tutta su, e quindi fa caldo, qui. Mi spoglio del pullover, mi metto comoda, col libro. Tolgo anche gli stivali, e rimango coi piedi incollantati neri sul sedile davanti. Sale, non so più dove, uno, che si mette in uno dei miei quattro sedili, l’unico libero, quello in diagonale (io ne occupo tre: quello di fianco a me, con la borsona; quello davanti a me, con il cappotto e i piedi). Leggo Gli Wapshot di Cheever. Son belli l’inizio e la fine; in mezzo è un po’ shakerato. Secondo me, Cheever non aveva pazienza. (Zio Pipino Marzapane è un soprannome perfetto, per. Sempre che si sia in vena di confidenze; anche no.) Il libro è agli sgoccioli e so che non ne avrò abbastanza per arrivare fino a casa. Mi astraggo e mi distraggo, mi guardo intorno, dal finestrino buio, e guardo anche verso il mio quasi dirimpettaio, scoprendo che mi sta fissando con degli occhi marrone scuro, liquidi, buoni. Rimaniamo un attimo e poi ci rituffiamo, io in Cheever e lui nel pc e nell’iphone.
Anche se subito ho pensato: cazzo vuoi?, nei minuti successivi si sviluppa tra noi una specie di intimità da vecchia coppia in viaggio. Siamo svaccati, lui fischietta e/o canticchia, io sento cosa dicono le tipe dietro (cazzate) sempre con la testa su Cheever, che più si avvia verso la fine più mi fa ridere.
Ma più che altro sono gli aggiustamenti del corpo e le occhiate di sguincio. Il tipo mi piace perché occupa tutto lo spazio a sua disposizione. E’ grande e grosso e quasi non ci sta nel sedile. A un certo punto mette la batteria del pc vicino alla mia borsa e guarda di nuovo se lo guardo, probabilmente per capire se lo può fare oppure no. Ok, ora ti faccio una piazzata perché hai osato accostare la tua microscopica batteria alla mia enorme borsa.
Ancora qualche occhiata, qualche allungamento di gambe, stiracchiamenti, lettura, pigiare di tasti. Arrivano, nei sedili al di là del corridoio, quattro ragazzotti pieni di borsine e borsone di acquisti. Hanno passato la giornata a Milano, a quanto pare a fare shopping, e stanno tornando a casa, a Torino. Uno racconta di aver svegliato la madre alle cinque dicendole: Ciao, vado a Milano. Un altro, col piede penzolante fuori dal bracciolo, urta l’orsinobove e gli chiede scusa, dicendo che del resto ha il 44. Interviene un altro, dicendo che allora lui, che ha il 48? E continua narrando di un suo cugino col 52, alto due metri e dieci. Dice che non riusciva a girargli intorno. Gli altri non capiscono. Spiega: non riusciva a cingerlo tutto con le braccia. Penso a un gigante di due metri con un bambino che gli saltella intorno e che vuole abbracciarlo a tutti i costi, ma non può.
Orsobue si prepara per scendere. Fa su tutto. Improvvisamente desidero fumare e mi rollo una sigaretta, anche se stiamo per arrivare a Porta Susa e scendo a quella dopo. Bove ursino si alza, tutto pronto e intabarrato, e rimane un po’ lì, rosso in faccia, a guardarmi dall’alto. Gli sorrido, gli dico Ciao, lui risponde, e in quel mentre perde l’equilibrio e quasi rovina addosso ai ragazzini, che si mettono a ridere. Si gira e dice: Beh, adesso siamo pari, e comunque ho il 46.
E se ne va.
Resto con la sigaretta in mano. Arriva un tizio, guardo, non è Orson. Spunta un braccio con un pacchetto di patatine, alla mia sinistra: il 48 di piede me le sta offrendo, senza guardarmi, mentre il 44, di fronte a lui, ride buttato sulla spalla dell’amico sul sedile vicino. Gli adolescenti maschi non mi piacciono molto, ma ogni tanto mi inteneriscono, come ora, da quando, tanti anni fa, vidi un branco di puledri ammassati dietro una staccionata in attesa del pastone: un intreccio di colli e di teste con gli occhi impazienti.
Penso che potrei scrivere il mio numero di telefono su un foglietto e portarlo a bovorso. Non lo faccio, ma decido anch’io di scendere a Porta Susa; mi viene in mente un racconto di Ottaedro in cui c’è un tizio che si fa delle pippe sull’abbordare o meno una tizia in metro a seconda che scenda alla fermata giusta, cioè quella che ha deciso lui. Mi sento, anch’io, immersa in una desolante atmosfera solipsistica.
Scendo dal treno, mi giro, e Orson è dietro di me. Poi mi si affianca, mi guarda. Camminiamo vicini per un po’. Io ho solo voglia di accendere la sigaretta, ma siamo ancora sottoterra. Mi supera, e prende le scale del passaggio a destra. Io invece vado a sinistra. Le nostre strade si dividono qui.
Fuori, non riconosco la città. Siamo dalla parte di Corso Inghilterra. Accendo la siga e passeggio, cercando di capire se posso raggiungere Porta Susa senza ridiscendere nel sottopassaggio. Pare non si possa. Butto la cicca e torno giù. Dopo cinque minuti c’è l’Aosta, per Porta Nuova. Mi siedo vicino a una famigliola; accanto a me due bambine, vestite solo di maglione e jeans, stanno rannicchiate con le mani alla bocca, per scaldarle.

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9 risposte a Un bue ursino e altri animali

  1. Petarda ha detto:

    caro buvursy, la notizia buona è che ti assumi le tue responsabilità da vero ometto. la notizia cattiva è che sono un'ateona da paura e quindi siamo incompatibili. mi spiace!

  2. anonimo ha detto:

    Rispondo:
    in quanto Bueursinello, il 24 dicembre con l'asinello scalderò il Bambinello.
    Le due virgole sono un refuso, dovevvano essere puntini di sospensione. Solo che son miope.
                    Bue ursinello

  3. anonimo ha detto:

    No, sono io che in tutti questi anni non avevo mai preso la metro. E l'ho fatto proprio perché i figliuoli potessero fare – twaaaoooo waaaaooo – .
    Questo mica puoi farlo sul rapido Porta Susa – Porta Nuova! In compenso i due scellerati riescono a farlo sul trenino per Ceres in quanto – grazie alle loro facce di tolla – sono già riusciti a ottenere di accedere al posto guidatore e a schiacciare il pulsante del beeep beeep. Giurin giuretta!

  4. Petarda ha detto:

    carissimo Bue Ursinello, prima di approfondire la conoscenza, cosa che, credimi, non vedo l'ora di fare, dovresti per cortesia rispondere a due domande:
    1. che fai la sera del 24 dicembre?
    2. che significano quelle due virgole alla fine del tuo commento? è un codice?
    ciao!

  5. anonimo ha detto:

    Sono il Bue Ursino. Ma dove ti eri ficcata? sei sparita e non sono più riuscito a trovarti,,

  6. Petarda ha detto:

    carlo, e va bene, non diciamolo. io altre volte son stata contenta che tutto finisse, questa volta più che scontenta ero stufa di far sempre la stessa parte. e sono scesa. tutto svanito, svaporato nel fumo di sigaretta, al freddo buio e umido di corso inghilterra. cosa sia meglio? boh!

    anonimo robysan, ma tu ti credi che io, in tutti questi anni, mai abbia preso la metro? questa volta non ci avevo voglia, e poi avevo il biglietto del treno fino a porta nuova, perché sprecarlo?

    NA NO NA NO

  7. anonimo ha detto:

    Ma perché, da Porta Susa, non hai preso il fantastico metrò con i suoi convogli VAL208-Torino Matra Siemens? Snelli e silenziosi, con gran vetrate e – grazie a quella frontale – gioia dei bimbi? Avresti potuto piazzarti proprio lì e fare il pilota –  twaaaoooo waaaaooo – come i bimbi. Hai perso un'occasione!

  8. anonimo ha detto:

    Me so desmentegà de linkà e firmà, poco fa.
    Carlo

  9. anonimo ha detto:

    Bell'intreccio di viaggio. Che poi io avrei un po' patito il dividersi delle strade, ma su questo, ormai è chiaro, sono patologico, e sono pure egocentrico perché tutti quei numeri di scarpe mi hanno fatto venire in mente la prima frase in assoluto che mi rivolse la catalana, ormai ben più che due anni fa: che numero di scarpe porti? Ma lì ne è derivato un casino assai più lungo.
    Che dire? Tutti numeri pari, sul tuo treno, mentre io ho il dispari 45. E spesso guardo donne sui treni, e poi mi spiace quando scendono loro o scendo io, e certe volte vorrei attaccare un discorso che poi continua, ma non riesco mai, e restano immagini che dopo qualche giorno sbiadiscono, e si prendono altri treni. E non si dica che è meglio così. Accade così, ma se è meglio così non lo si può dire.

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