A lezione da Oguri

Giorni del Torino Film Festival.

(Ho visto, ieri, film molto riusciti e, ieri sera, l’ultimo di Danny Boyle: bello.)

La possibilità per Barraud di realizzare il documentario La Forêt des Songes sul cinema di Kohei Oguri è nata qui, al festival di Torino edizione 2008. C’era una retrospettiva su Oguri, i due sono stati presentati da Massimo Causo; alcuni mesi dopo, Barraud volava in Giappone.
Nella Foresta dei sogni, Oguri per lo più passeggia in una foresta; parla di anima e di animali, del ciclo di vita delle piante, del cinema antropocentrico. Il tentativo di Oguri è quello di tenere insieme (Barraud scomoda il mito dell’unificazione degli opposti) essere umano e natura. Bisognerebbe smetterla di considerare l’uomo solo dal punto di vista politico, storico, sociale, dice. Il cinema è un mezzo limitato: nella stessa inquadratura non ci stanno Oguri (alto 170 cm.) e un faggio alto 30 metri. Il corpo dell’essere umano, nel cinema, non ha quasi spazio, se non per quanto riguarda il sesso e la violenza. Buona parte dell’esperienza sensibile si perde: non siamo solo sguardo e linguaggio.
L’apparente ingenuità di queste considerazioni acquista credibilità se si pensa all’animismo di Oguri, alla consapevolezza di una spiritualità diffusa che in realtà pervade buona parte del mondo non occidentale e non monoteista. L’essere umano è in viaggio e non è solo, ha dei compagni. Potrebbe bastare questo a farci propendere per una scelta del genere: la sua rassicurante convenienza.
L’onestà di Oguri è lampante quando racconta dei suoi incubi. Legato, prigioniero, torturato. Pare un contrappasso per la ricerca consapevole di quell’armonia interconnessa che troppi di noi occidentali considerano una favola utopica. E che è invece la direzione verso cui puntare, l’unica che abbia un senso: non possiamo continuare ad accettare che le scelte ambientali, politiche, economiche portatrici di un futuro di miseria e di morte siano le uniche possibili. Oguri rivendica la capacità (tutta animale, mica soprannaturale) di comprendere tutto in un istante. Di una situazione, di un luogo, di un rapporto.
La fatica di tenere insieme, aspirazione tutt’altro che consolatoria, in realtà, bensì necessaria alla sopravvivenza, è tale e tanta che il farsene carico comporta anche il farsi attraversare dall’enorme sofferenza, dall’immensa paura che gli umani si trovano a vivere – essendone la causa – su questo disgraziato pianeta.

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