Sono io, mia suocera?

Sto seguendo dei lavori di ristrutturazione.
Vado, con un’amica architetto, in un negozio di robe elettriche a parlare col titolare che ci sta facendo un preventivo, e questo a un certo punto se ne esce dicendo che del progetto ne aveva anche parlato, prima di natale, con “mia suocera”.
Non la suocera sua, del negoziante. La mia.
Poi si allontana un attimo, e l’amica ridendo mi chiede: ma ce l’aveva con te o con me?
Con me, ovvio, le rispondo. Anche perché mentre lo diceva mi stava guardando.
Ma certo. Mia suocera somiglia a me, mica a mio marito.

Poi la gente comunque fa tutte le sue cose, vive la sua vita, vota persino.

Negli ultimi mesi ho messo insieme un campionario di tipi assurdi da farci proprio un bel bestiario. Non è detto che non lo faccia.

L’elettricista sarà pure svampito, però i migliori restano quelli che devono sfogare le frustrazioni su qualcun altro, quelli che ci piace che qualcuno sfoghi su di loro le frustrazioni, quelli che hanno capito tutto il mondo e poi non hanno capito nemmeno un minicazzo misurabile col calibro e non avendolo capito – o non avendolo proprio – si sfogano sugli altri, i soliti masochisti che gli piace pure questo tipo di sfogo, gli insicuri che se non gli dai ragione su tutto pensano di essere giudicati sterco fossile così per non sbagliare ti rovesciano addosso della cacca, i masochisti nonché coprofagi che anche qui ci vanno a nozze, ecc.

Dunque non essendo né frustrata né insicura né sadomasochista non mi posso rapportare con la maggior parte di quelli che mi circondano. Spiace. Non ce la posso fare, non ci sono tagliata. Ognuno ha le sue debolezze. Ma, un momento: non posso certo evitare la maggioranza degli esseri umani nei dintorni. Allora dirò sì, sorriderò, e poi farò come cazzo mi pare, tanto nessuno, in questa foga delirante, si accorgerà di niente. L’importante è non dirlo. Tenerlo segreto. Se non si dice, non esiste. No?

A proposito, può darsi che sia stata male per due giorni per aver ingerito della plastica fusa. Cioé, sono stata male per certo, quel che non è certo è che abbia mangiato la plastica fusa, vassapere.
Resto di un certo figume perché dal dì della befana so aprire le porte blindate con una tessera telefonica, anche se dicono che le lastre delle radiografie vanno meglio. Dicono, infatti, che i vigili del fuoco vadano in giro ad aprire le porte alla gente che si è chiusa fuori di casa con delle tac, delle rx. Magari anche delle mammografie. Io ci avevo un cassetto pieno, ma era dentro casa. Insomma, una giornata – quella della befana – iniziata proprio di merda, ha rimontato alla grande e si è rivelata una giornatona per gente fighissima. Peccato il giorno dopo aver mangiato la plastica, ma vabè, non si può essere sempre al top.

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5 risposte a Sono io, mia suocera?

  1. cumino ha detto:

    Mi viene in mente che alla Biennale d'Arte di Venezia una tipa ci ha portato la sua gastroscopia: un filmato a rotazione continua in cui si vedevano le tonsille, l'sofago, il tubo digerente, l'ho trovato insolito, non di certo artistico. Mah! Anch'io ho vagonate di esami clinici da utilizzare, ci penso un po.

  2. anonimo ha detto:

    Sisisi…è vero, anche a me i pompieri hanno aperto la porta blindata con una lastra!
    il quesito è: chi gliele fornisce a costoro?
    poi ci lamentiamo dei casi di malasanità!

    che bello tornare su queste pagine!

    curlyz

  3. Petarda ha detto:

    utente anonimo, capisco perché non hai il coraggio di firmarti.

    climacus! che bello, sei di nuovo bloggante!!!
    la compassione che dici tu è la stessa che dico io, ma alle volte non è possibile, non è proprio possibile. ma invece no, sai che ti dico? è proprio molto possibile, perché alle volte non riesco a incazzarmi subito, a causa dall'indole compassionevole. tanto che devo riscuotermi e incitarmi all'incazzo. ci vorrebbe una compassione più di stampo buddista.
    e comunque: non ci meritano, a noi compassionevoli. tiè!

  4. anonimo ha detto:

    il senso di sazietà procurato dalla plastica può durare almeno tre-quattrocento anni, così hai più tempo da dedicare alle frustrazioni degli altri durante la pausa pranzo, e imparare la compassione. Non la compassione dei nostri giorni, però. Quella è roba da misantropi. La compassione che dico io, oggi suona come empatia, ma l'empatia è una missione mai finita, la compassione è semplice, se sei sfigata ti si trasforma in pena, ma è proprio il peggio che ti possa capitare. 

    Il camion delle frustrazioni l'ho parcheggiato qui fuori, se mi firmi la bolla comincio a scaricare. 😀

    Ciao, Sofina
    Climacus

  5. anonimo ha detto:

    Hai mangiato una suocera di plastica!

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